Il quotidiano il Foglio, diretto da Giuliano Ferrara, ha il merito
storico di aver reso popolare anche in Italia il termine “neoconservatore” così come
la sua versione sincopata, neocon, americana doc, di per sé originariamente
coniata per dileggio dagli avversari di destra del movimento. E il
Foglio ha pure il merito di aver introdotto nel giornalismo italiano
il vezzo di non tradurre affatto il termine inglese neoconservative.
Assomiglia al vezzo del sottoscritto di resistere, come può,
alla traduzione italiana dell’inglese libertarian – che
identifica un altro importante (e diverso) spezzone della Destra statunitense –,
vezzo a cui ha obiettato il peraltro pregevole Alberto Pasolini Zanelli.
Ma solo di vezzi si tratta?
Gli è che libertarian da un lato e neoconservative dall’altro
indicano realtà culturali (dalle fortissime ricadute politiche)
che non è semplice tradurre trasferendo senza tradire e non
solo nella lingua, ma soprattutto nel contesto culturale e politico
italiano. Lo si può fare a un di presso e spesso questo, giornalisticamente,
basta. Ma, volendo penetrare davvero il proprium e l’ethos di
quei fenomeni, la traduzione svia.
Si rischia certo di passare per snob, eppure, a certe condizioni, vale
la pena di farlo. Dire neoconservative significa dire anche, e non
tradurre, conservative. Il che suggerisce l’irriducibilità dei
fenomeni indicati da quei termini – diversi – ad altri
nostrani, considerati, ma spesso a torto, simili.
Da noi “conservatorismo” è adoperato in senso generico
e pressappochista, per tacere del suo uso a indicare vuoi l’“antico
regime” democristiano della cosiddetta “Prima Repubblica” italiana,
vuoi gli hard-liner del comunismo sovietico.
Negli Stati Uniti ha invece un significato preciso, deciso e pressoché tecnico:
starei per dire dottrinale (non dottrinario), se l’espressione
non risultasse istintivamente antipatica al mondo nordamericano. Nulla
a che vedere, insomma, con Giuseppe Prezzolini o con Indro Montanelli.
Neoconservative sceglie quindi di scrivere anche Christian Rocca – 35enne
di Alcamo, frequentatore del mondo neocon USA e uomo di punta del quotidiano
di Ferrara su codesto versante –, autore del libro Esportare
l’America. La rivoluzione democratica dei neoconservatori, pubblicato
come uno de “I libri del Foglio” (tel.06/58909050) e acquistabile
in edicola con il quotidiano dal 19 novembre.
Sceglie anche Rocca di non tradurre giacché è convinto,
e lo scrive, che i neocon non siano riducibili alle categorie tradizionali
di Destra e di Sinistra a cui è invece avvezzo soprattutto il
giornalismo. Anzi, che, nonostante l’appeal conservatore, i neocon non siano per nulla una ennesima sottospecie della Destra USA, costituendo
addirittura una grande novità all’interno del Partito
Repubblicano, almeno dal 1964 (da Barry M. Goldwater) identificato
grosso modo con la Destra politica.
Non ha tutti i torti, Rocca. Le ascendenze culturali dei neocon, l’impostazione
teoretica che in molti di loro persiste anche dopo il cambio di fronte
e il dirsi, da parte di alcuni, elettori del Partito Democratico rende
significativamente ragione di questa irriducibilità. Ma c’è anche
di più. I neocon di oggi, quelli di cui si parla più o
meno accortamente anche sui media italiani almeno a partire dall’Undici
Settembre, non sono più solo i neoconservatori “storici”,
quelli, per intendersi, che hanno cominciato a far parlare di sé nella
seconda metà degli anni Settanta del secolo scorso e che, provenienti
dall’intellighenzia ebraica liberal di New York e dal mondo del
trotzkysmo USA, scoprirono (come ha detto il “padrino” Irving
Kristol, il primo a rivendicare con orgoglio l’etichetta neoconservatrice)
che «un neocoservatore è un liberal che è stato
assalito dalla realtà».
Oggi ci sono i loro figli (e non solo in senso metaforico), c’è una
intera nuova generazione che non è mai stata né liberal,
né trotzkysta, e che, più che essere stata assalita da
quella realtà che al tempo sputò in faccia ai padri il
livore e l’aberrazione della controcultura di sinistra spingendoli
più a destra, è nata ed è stata allevata in una
diversa realtà. I neocon di oggi, insomma, sono nati neocon;
e ciò significa pure che non si deve per forza essere stati
prima di sinistra per essere oggi neoconservatori. Un po’ come
quando, nell’anno 48, al Concilio di Gerusalemme, dando seguito
al dibattito fra la linea pietrina e la linea paolina, il cristianesimo
affermò la propria identità rispetto alle radici ebraiche.
Un tempo chi sognava di cambiare il mondo in nome della democrazia
era di sinistra, mentre chi era di destra (negli USA è stato
proprio così) si arroccava nel più rigido isolazionismo.
Oggigiorno – è un po’ questa la ratio del libro
di Rocca – non accade più. Gl’idealisti, ancorché portatori
di un idealismo realista, non sono di sinistra. Ma, non essendolo neppure
mai stati, costituiscono un novum sia nell’orizzonte dei consueti
schieramenti Destra/Sinistra sia in quello stesso mondo che in USA
si chiama neoconservative.
Benvenga la non traduzione, allora, giacché i neo-neocon, solo
in parte figli dei propri padri, non sono riducibili ad alcuna etichetta
preconfezionata.
Sorge allora legittima una domanda. Sono davvero neoconservatori i
neo-neocon? Ovvero: è possibile interpretare il loro movimento
di pensiero e di opinione – anche la loro forza d’urto – con
le medesime categorie con cui si è descritto fino a oggi (e
negli USA in maniera davvero scientifica) il neoconservatorismo “storico”,
ignorando il “Concilio di Gerusalemme” avvenuto in quel
mondo, certo per ragioni generazionali, ma anche per mutamento radicale
dello scenario di fondo?
Il ruolo decisivo che i neo-neocon svolgono accanto all’Amministrazione
Bush jr. (influenzandola, non sovrapponendovisi tout court), soprattutto
in politica estera (il tratto caratterizzante la mentalità neocon e il segno più distintivo dei neo-neocon), è solo un
bis dei grandi successi ottenuti nella loro prima, storica, primavera
durante l’era Reagan? Oppure i neo-neocon sono anche il frutto
di ciò che è cambiato con l’Undici Settembre? Se
così fosse, per capirli (che non significa giustificarne le
decisioni e le azioni in modo automatico e preventivo) occorrerebbe
tornare a studiare daccapo, a fondo e in dettaglio la storia di Roma
antica, senatus populusque romanum e impero.
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Marco Respinti
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| Il Domenicale. Settimanale di cultura, anno II, n.
48, Milano 29-11-2003, p. 2 |
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