Un libro sui neocon.
Con limiti enormi, ma di qualche utilità.
Hanno preso a irritarsi quando la carta stampata ne ricorda i trascorsi trotzkysti e liberal. Eppure è inevitabile fare ricorso alla storia – e in specifico alla storia delle idee – se si vuole comprendere qualcosa di ciò che sono i neoconservatori statunitensi. La loro matrice culturale e politica, infatti, è la ratio di quel prefisso appiccicato al nome che – evidentemente, ma non automaticamente nell’immaginario collettivo nostrano, anche colto – lo distingue dal conservatorismo che “neo” non è.
In origine, i conservatori tradizionalisti che andavano riscoprendo la propria identità culturale negli anni Cinquanta del Novecento furono giornalisticamente definiti “nuovi conservatori”, ma i neocon – alla ribalta dagli anni Settanta e oggi di nuovo in piena – sono altro. Solo poco tempo fa, il termine “neoconservatorismo” era un termine sostanzialmente tecnico, adoperato con disinvoltura dagli addetti ai lavori, ma perfettamente ignoto, soprattutto nei suoi contenuti, al grande pubblico. E in Italia gli addetti ai lavori (quelli cioè che non hanno mai ritenuto il mondo neocon un sinonimo del conservatorismo, o al massimo segno di un mero ricambio generazionale) sono sempre stati pochini.
Ne è sintomo l’assenza pressoché totale di bibliografia scientifica e di testi neoconservatori significativi. L’unica eccezione è stata per anni – dal 1981, quando fu pubblicato dopo essere uscito originariamente nel 1979 – I neoconservatori. Gli uomini che hanno cambiato la politica americana (Rizzoli). Innegabilmente di una certa utilità, il testo, pionieristico allora, oggi è decisamente superato; e oltretutto è sempre stato viziato dalla prospettiva critica dell’autore, Peter Steinfels, direttore esecutivo del periodico Commonweal, progressista doc.
Non che sia necessario parlare bene a tutti i costi del neoconservatorismo, ma certo non possedere nemmeno uno strumento di valutazione oggettiva non può che lasciare campo aperto al balbettio, alla babele delle opinioni infondate, alla lalia del riduzionismo mass-mediatico. Né I nuovi rivoluzionari. Il pensiero dei neoconservatori americani di Jim Lobe e di Adele Olivieri risolve la questione. Più aggiornato, evidentemente, del volume di Steinfels, il testo prodotto dal giornalista statunitense e dall’economista italiana presenta infatti alcune falle decisive.
Anzitutto dà per scontata una conoscenza italiana approfondita delle dinamiche culturali e politiche della Destra statunitense del Novecento, che però, se davvero esistesse, renderebbe perfettamente inutile questo stesso testo, il quale racconta – anche benino – solo l’ultima tranche di una storia lunga e complessa. In secondo luogo la bibliografia di riferimento è sin troppo stringata (e contiene errori). E infine – al pari di Steinfels, anche se più discretamente – sceglie il registro critico. Un esempio per tutti: la decisiva azione di sostegno dato ai freedom fighter anticomunisti dalla presidenza di Ronald W. Reagan (culla dell’ascesa politica dei neocon) viene liquidata come fautrice di una dottrina «che sponsorizzava i gruppi ribelli che cercavano di rovesciare governi del Terzo mondo» e la presidenza del suo successore, George Bush sr., come il tentativo «di porre fine alle guerre civili del Terzo mondo che erano state promosse e appoggiate dall’amministrazione Reagan».
Offrire al pubblico gli strumenti per criticare una realtà che esso sostanzialmente ignora rasenta la malafede. Fortunatamente, I nuovi rivoluzionari – che ha l’aria di un istant book un po’ rabberciato e peraltro poco istantaneo – scansa la questione fornendo, nella seconda parte, un’antologia di testi neoconservatori, firmati dalle penne di punta del movimento, e alcune schede riassuntive di protagonisti e di think tank.
È l’aspetto più utile di questa operazione editoriale. Assieme alla chiusa dell’introduzione, dove gli autori fanno stato di un acuto articolo del campione dei critici di destra dei neocon, Patrick J. Buchanan, Is the Neoconservative Movement Over?, pubblicato il 16 giugno scorso su The American Conservative, il periodico che egli dirige alle porte di Washington. Si tratta di un testo che ipotizza, argutamente, la fine dell’influenza neocon sull’Amministrazione Bush jr. e che forse un giorno gli storici potranno addirittura considerare “profetico”. Il “Dom” lo ha già a suo tempo ripreso.

Marco Respinti
Il Domenicale. Settimanale di cultura, anno II. n.45, Milano 8 novembre 2003, p. 2