USA modello esportazione?
Ragioni e dinamiche dell’Occidente
Il focus del fascicolo speciale (luglio/agosto) del mensile Studi cattolici, diretto da Cesare Cavalleri ed edito dalla milanese Ares (tel. 02/29526156) è diventato un libro: L’esperimento americano. Verso un nuovo ordine mondiale. Paolo Sorbi, Massimo De Angelis, Alberto Mingardi, Michael Novak, Francesco D’Onofrio, Ferdinando Adornato, Sandro Magister e Marta Sordi, presentati da Cavalleri, s’interrogano sul dopo Afghanistan e sul dopo Irak.
Ora, né il titolo, né il sottotitolo descrivono accuratamente la “questione statunitense”. La vicenda, infatti, è molto più semplice, anzitutto perché è più complessa. Piaccia o no, gli USA sono l’unico freno alla barbarie nel nostro quarto di mondo. Sono, cioè, l’unico soggetto (politico e militare) capace d’impedire all’Occidente di rinunciare a essere se stesso per trasformarsi nel mondo “di fuori”. E l’unico soggetto che abbia in se stesso anche gli anticorpi per non diventare né esperimento ideologico, né omologazione planetaria delle coscienze e delle culture.
L'Occidente – afferma correttamente Studi cattolici – è uno e uno solo, quello formato da Europa e America in virtù di radici comuni anche cristiane. Ma se a partire dalla stagione illuministica l’Europa ha imboccato un’“altra”strada, in America gli Stati Uniti restano una «democrazia che crede» (così recitava uno degli slogan elettorali di Bush nel 2000).
La «democrazia che crede» è però anche la democrazia convinta che «la Costituzione statunitense non è fatta per essere esportata». Così scriveva, per esempio, lo storico Daniel J. Boorstin, già Bibliotecario del Congresso di Washington, in The Genius of American Politics del 1953. La genialità della politica statunitense consiste nel non ritenersi affatto il paradiso in terra da esportare e imporre ovunque nel mondo; ma al contempo consiste anche nell’autocoscienza di una responsabilità storica seria, ricevuta e non inventata. La missione di essere non la panacea di ogni male, ma i mallevadori affinché nel mondo ognuno risolva bene I propri mali. Paternalismo? Paternità responsabile. Se l’Europa non è più in grado di essere se stessa, saranno forse i suoi figli a doverla risvegliare, assumendosi il fardello di fare la cosa giusta. Diceva del resto Edmund Burke: «L’unica cosa necessaria affinché il male trionfiè che gli uomini giusti non facciano alcunché». Peraltro, la genialità boorstiniana di questa politica è antica quanto lo sono gli Stati Uniti e nell'Ottocento ha avuto un cantore d’eccezione nel filosofo cattolico Orestes A. Brownson.
Nella primavera scorsa, la «democrazia che crede» ha lanciato un’operazione militare che porta felicemente il nome di “Libertà Duratura”, non, infelicemente, quello di “Democrazia Duratura”. La democrazia, infatti, è solo un regime ovvero un modo di declinare l’esercizio della libertà, mentre la libertà è un valore, un bene fondativo della vita individuale e comunitaria. Non c’è bisogno, insomma, che a Baghdad ci si metta a parlare inglese per le strade. C’è però un sacrosanto bisogno che gl’irakeni tornino a parlare il vero persiano, smettendo di ripetere la sola voce del raìs. Con un buon logopedista.

Marco Respinti