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| n° 16 - sabato 17 aprile 2004 |
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A.A.A. Identità vendesi, di Giuseppe Romano Post-porno, dove lo sguardo si fa oggetto, di Massimiliano Parente Controllare nella rete, di Stefania Garassini Videogames: gioco al massacro |
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A.A.A. Identità vendesi
Esiste un nuovo tipo di reato: il
furto di identità. Gente a cui pervengono multe, bollette, ricevute a
suo nome ma non sue. Qualcun altro si è appropriato dell’identità e
guida, telefona, acquista. In USA, nel 2003, questo guaio ha
colpito ben sette milioni di cittadini; le statistiche segnano un
incremento del 40% rispetto al 2002. Il territorio privilegiato, ovvio,
è Internet. Se già in qualsiasi community della Rete è facile
presentarsi per quelli che non si è, spacciarsi per un’altra persona,
attribuirsi connotati e situazioni non propri, il passo in più
non è né impensabile né impossibile per chi sappia come muoversi:
intercettare codici fiscali e carte di credito, codici d’accesso a
sistemi di pagamento e a conti correnti in Rete. Perché in Internet
“siamo” i segnali che lasciamo, la nostra scia ci individua e si
sostituisce a noi.
Le banche e le aziende dedite al commercio elettronico reputano
l’identity theft il male del nuovo secolo. Il 2 febbraio, in seno alla
Commissione Europea, il Forum on the prevention of organised crime ha
preso atto del fenomeno e comincia ad affrontarlo seriamente, per
formalizzare il nuovo reato sotto il profilo penale.
Frattanto, per un tragicomico paradosso, lo stesso Occidente che a
livello geopolitico viene aggredito sotto il profilo identitario da un
terrorismo irriducibile e globalizzato, applaude come nuovo spettacolo
popolare del decennio quella reality-tv che genera un modello di divo
improntato alla celebrevity, “celebrevità”. È di questo genere
l’identità dei Tariconi e degli Ascanii, dei Grandifratelli, delle
Talpe e delle Fattorie in cui si diventa famosi senza essere nessuno,
semplicemente sfondando la soglia del privato altrui con l’esibizione
televisiva del privato proprio. Le star tradizionali (attori, sportivi)
erano celebri per quello che sapevano fare bene. I divi della
reality-tv sono celebri perché li rende celebri il mezzo televisivo.
“Sono” coincide con “sono visti”.
Identità: in gioco come un qualsiasi bene di consumo. Possiamo perfino
concepire di affittarla o di venderla. Un giapponese l’ha fatto
davvero: ha messo all’asta la propria identità su Yahoo Japan. In
effetti si trattava di una protesta contro il suo provider Internet
che, ammesso un “furto di identità” ai danni dei propri abbonati,
voleva rimborsarli con un pugno di yen.
Vendere l’identità? Sarebbe l’ultima libertà, la libertà di piazzare ad
altri il proprio spazio esistenziale. Dopo di che tutti in tivù, il
luogo del riscatto, dove chi s’è visto s’è visto.
Giuseppe Romano
Post-porno, dove lo sguardo si fa oggetto
Viaggio infernale nei mille
rivoli della pornografia contemporanea. Abbandonata l’ipocrisia
dell’erotico e annoiata dalla sessualità esibita, ha sposato
l’assolutizzazione del particolare perché tutto in fin dei conti sta
nell’occhio di chi guarda. E la Rete è il luogo dove ogni ossessione
trova la propria esaltazione
Prima o poi nella vita si incappa
sempre in una pia signorina che distingue i film erotici da quelli
pornografici, dove gli erotici sono erotici perché “suggeriscono”, i
porno sarebbero porno perché “si vede tutto”, e quindi non c’è niente
da immaginare.
Distinzione troppo scontata. Perché gli spettatori cosa volete che
s’immaginino, nell’erotismo, se non la pornografia che non c’è, e
viceversa cosa credono di guardare, in un film porno, se non l’erotismo
mancante? E il durante del porno, essendo tutto lì, non inscenato ma
vero, non dobbiamo sforzarci neppure di immaginarlo. I veri film
erotici sono quelli pornografici, mentre i cosiddetti erotici sono
porno mancati. L’immaginazione di uno spettatore di un film porno,
poiché onanistica, diventa intrinsecamente erotica: il porno induce a
pensare l’osceno, che per l’appunto anche etimologicamente resta “fuori
dalla scena”. Viceversa ogni film erotico riuscito rappresenta un film
porno mancato, onanismo abortito. Non si scappa: il porno o è dentro,
in chi guarda l’erotismo, o è fuori, in chi guarda la pornografia.
Detta altrimenti: lo spettatore di un film porno è erotico, quello di
un film erotico è pornografico.
Candy Candy desnuda
E poi, questo erotismo per sedicenti pornografi ce lo rifilano non
soltanto nell’Espresso ma in ogni film, in ogni thriller, in ogni
commedia, in ogni ammiccamento gluteale e perizomico di velina. Da anni
ci si deve sorbire la copula canonica, e quelli che una volta erano i
riempitivi di un porno (si veda Il secondo Diario minimo di Umberto
Eco, Bompiani 2001, capitolo “Come riconoscere un film porno”), sono
diventati telefilm di successo come Sex and the City. Così, di tanto in
tanto, si sveglia il MaurizioCostanzoShow con una puntata su erotismo e
pornografia, con Jessica Rizzo (almeno si fossero potuti permettere
Silvia Saint, sebbene siano finiti i tempi di Moana e Ilona
“Cicciolina” Staller, dove la pornostar era star anche fuori dal
porno). Gli altri ospiti di Costanzo non hanno detto niente. Con una
punta di moralismo introdotta da Costanzo medesimo, il quale, a un
certo punto, vedendo su un monitor una specie di Candy Candy con le
tettone, si è detto “indignato”. Bisognerebbe, ha detto, denunciare i
manga giapponesi alla magistratura in quanto incitazioni alla
pedofilia. Certo che anche lui, ha ben contribuito a fare di Melissa P.
un caso nazionale: ragazzina pornografica col suo diarietto
pornografico, in verità erotico nel senso sopracitato, dove le cose si
fanno ma sono edulcorate e al lettore spetta la parte piò oscena,
quella appunto di immaginarsi il resto.
Invece il Giappone, manga o non manga, ha capito tutto. I nipponici
sono insetti strani, non intelligentissimi ma onnifaghi e pazzi e
diabolicamente profetici, muniti di antennine sensibili, già
virtualizzati da mezzo secolo, a modo loro. Avanguardia del capitalismo
immaginifico. Soprattutto oggi che il discorso è più complesso e più
immateriale, altro che pornografia da un lato e erotismo dall’altro,
altro che omosessuali contro eterosessuali e turbe psichiche da vecchio
millennio, altro che Love Line su MTV, per disadattati sessuali, dove
c’è sempre un maschio in crisi di prestazioni o un gay che non
riuscendo a fare l’outing non si sente abbastanza in. Non c’è paese più
osceno del Giappone, dove la riproduzione, fotografica o disegnata, dei
genitali, è vietata per legge, e non per erotismo, per carità, ma per
coscienza pornografica.
Coprirsi è infatti porno, delimitazione dell’osceno, e quale
pornografia sarà mai visibile, per esempio, in un campo di nudisti? Più
ci si copre, più si nutre un’idea alta dell’osceno. Nel dominio
nipponico, dominio geografico e dominio del www, vige la cultura
giovanile degli Otaku, e si vendono boccette di orina femminile con
tanto di foto della ragazza. Mutandine intraviste sotto le gonne di
ragazze pon pon, colte all’insaputa o esibite (si dividono in due
tipologie, pankira o panmoro), sporche o lindissime, smercio forsennato
dei residui del sesso, intorno al sesso.
WWW dove tutto è porno
Mentre l’erotismo di chi parla di erotismo sta ancora lì, come
ciliegina di una torta che non c’è più, la pornografia, e non l’ha
capito neppure Rocco Siffredi, neppure Michael Ninn, neppure John
Buttman, figuriamoci Costanzo e i suoi ospiti, si è superata da sola,
esplodendo nell’inconscio, grazie a Internet, l’infinitamente piccolo
nell’infinitamente grande. Chi sta ancora a sottilizzare non si rende
conto che tutto è pornografico, basta pensarlo tale.
Le identità reali della Rete sono molteplici, e in continua
trasformazione e fusione. è sufficiente avere un’ossessione, collegarsi
alla Rete, e trovare mille altri simili, collezioni di immagini come
tasselli di interi immaginari in mutazione. Un alluce di donna smaltato
di rosso è “vietato ai minori” se si entra in un sito feet fetish,
ovviamente se il minore si presuppone feticista, altrimenti cosa mai
vedrebbe se non un catalogo per podologi pedanti?
Tuttavia un feticista degli alluci spesso non ha niente in comune con
un feticista delle piante dei piedi, dei talloni, dei collant, o
addirittura di un gesto, come il dangling. Ciascuno, con la sua
ossessione specifica, sta alle altrui ossessioni come un eterosessuale
a un omosessuale, le sfumature delimitano barricate insormontabili,
ecco la rivoluzione. Le dita sono toes fetish. Le piante sono soles
fetish. I collant stockings fetish. Un piede femminile che schiaccia
una banana, un wurstel, un insetto, è crushing, ma se scalzo barefeet
crushing, se in sandali sandals crushing. Se schiaccia l’acceleratore
di una macchina è pedal pumping. Tickling va bene come keyword per il
solletico, ma poi, anche qui, a ciascuno il suo: se il corpo
solleticato è legato sarà bondage tickling, se si tratta di una bionda
e legata blonde bondage tickling, se incinta pregnant. C’è chi ama le
unghie smaltate di rosso, red toenails fetish, magari lunghe, long
nails, chi non smaltate, no polish nails fetish. Ma di quali piedi, e
con quale forma? Forse un feticista del seno (perché feticista dovrà
essere chiamato, da ora in poi) si accontenterà di big tits o small
tits, per iniziare il suo viaggio, ma come dovrà definirsi la
morfologia del giusto alluce?
Nuove tassonomie per nuove manie
Navigando basta sapere cosa si cerca, e chiunque lo sa, ciascuno ha una
password dell’inconscio, e l’inconscio sta venendo a galla, sta
esplodendo. Le ragazze magre, tiny, e le grasse, large woman fetish; le
giovani, young e le vecchie, granny, nell’universo in espansione delle
ossessioni saltano anche le categorie del bello e del brutto. Ogni
categoria si ibrida con le altre e ne genera di nuove, generando nuovi
generi, nuovi pungoli, nuove tassonomie dello strettamente personale,
nuovi linguaggi. Ma perfino l’immaginario già esistente cambia alla
velocità della luce, non è più lo stesso anche quando assomiglia al
vecchio. Una mano di donna che masturba un uomo, si chiama Handjob
fetish. Poco conta che la masturbazione fosse già inclusa nel discorso
porno tradizionale, perché qui, circoscritta, separata dal resto, si fa
altro, rituale autonomo, sessualità distinta. Compartimenti stagni che
non ristagnano, in perpetua mutazione genetica. Non appena individuata,
l’ossessione, cessa di essere quello che era, si fa genere a se stante,
si fa handjob o feetjob o altro, con preferences e variazioni annesse e
connesse. Ossia nuove identità. Perché poi, come dovranno essere le
mani di lei? Dovrà essere vestita o no? Dovranno essere scene rubate,
candid camera, dovrà essere una nurse col suo paziente o cosa? C’è chi
vuole vederla incinta, e allora sarà Handjob pregnant fetish. Qualcuno
la preferirà incinta, mora, e con le unghie smaltate di rosso,
categoria Handjob pregnant brunette red nails fetish. Foto e video dove
non si vede il volto sono Handjob no face fetish, dove si vede Handjob
face fetish, dove le mani si aggirano nei dintorni, Handjob reach
around fetish.
La globalizzazione informatica ha globalizzato la sessualità, e non
omologandola, ma dando a ciascuno secondo il suo bisogno, trasferendo
ogni periferia immaginativa nel suo centro specifico, dilatando i
pensieri dall’interno. E i bisogni della psiche, poiché individuali,
superindividuali, sono diventati infiniti. Si è trascinati indietro,
alla prima immagine. Freud è morto, con lui il castello di carte del
simbolismo fallico, e da Costanzo stanno ancora a separare il reale dal
virtuale, quasi fossimo ancora negli anni Novanta e non fossero
intrinsecamente legati, quasi che, da sempre, il rischio a letto non
sia che uno dei due, o entrambi, non pensino a qualcos’altro, e non a
un altro, ma alla propria immagine archetipo. Il porno, divenuto
implicito, affondando nel web, sempre più spesso superato dai contorni,
mica come da noi psicoborghesi attardati ancora con il mito
dell’identità sessuale. Ecco perché da Costanzo, a un decennio da
questa rivoluzione, stanno ancora a discettare tra erotismo e
pornografia, tra realtà e virtualità.
Intanto, da qualche parte, in questo emisfero di utopia e libero
arbitrio, hanno inventato le fucking machines. E subito il genere si è
diviso in decine di sottoclassificazioni. Belle ragazze, e anche meno
belle (la bellezza non è più un valore indiscutibile nell’universo
delle manie, le top model riscuotono tanto successo quanto trippe e
pance cadenti, perfino la cellulite è fetish) amoreggiano con curiose
macchine munite di fallo, stimolatori ad aria per capezzoli, vibratori
collegati al clitoride. Ma Freud non c’entra, i falli ci sono per
ricondurre altrove. Sedute su speciali Loving Chairs, oppure sospese in
speciali imbracature, queste ragazze sono, nell’immaginario periferico
che ci conduce a loro, donne emancipate, le quali hanno sostituito la
macchina all’uomo, o donne schiave, costrette a un supplizio
indesiderato, oppure donne che scendono nel sottoscala di una normale
palestra per godere di un piacere solo loro, magari davanti a un
professionalissimo “addetto ai lavori” costretto a reprimere uno
sguardo malizioso, e quello sguardo è il fulcro di tutto? Nessuno vedrà
nelle fucking machines la stessa storia, come nessuno ha mai visto la
stessa immagine guardando un film porno, mentre è difficile scantonare
dall’erotismo che ti dà a vedere ciò che vuole darti, aggirando la
pornografia per partito preso. Un film porno può essere erotico, un
film erotico non sarà mai porno per partito presto, pertanto mai
neppure erotico.
La ripetizione del frammento
Nella Rete di siti gratuiti, daily updated con decine di mpeg e
immagini suddivisi per categorie, ce ne sono a migliaia. Un mpeg può
anche essere un file video di soli dieci secondi che, mandato in
esecuzione continuata su Windows Media Player, riproduce il medesimo
segmento a ciclo continuo. Se nel porno, evaporata la storia, contava
l’interezza di una scena, qui, nel frammento, conta sia ciò che si vede
sia ciò che, non vedendosi, è immaginabile in quanto feticcio
invisibile. La storia che non c’è, immaginata, e una sequenza ripetuta
ad libidum. Con buona pace di Umberto Eco. E anche di Baudrillard. Il
reale è un simulacro del virtuale.
Mistress Chloe è una bella californiana. Bionda, oggetto di culto della
Rete. Produce “costum video” su commissione, basta chiedere, lei
risponde. Ha una clientela particolare. E una produzione vasta e
morbosa di insetti schiacciati, pesci rossi divorati vivi, video dove
cucina aragoste, video di semplici flatulenze (fart fetish), crushing
di lumache (anche qui, si badi, trionfa la pornografia dell’invisibile,
perché il feticista di una lumaca schiacciata distrattamente non ha
nulla a che vedere con il feticista della lumaca schiacciata
dall’intenzione di farlo), fino alla vendita per corrispondenza delle
proprie unghie tagliate. Vende persino rutti e sputi. Non schifatevi,
pensate che nella tivù generalista de La Talpa, su mamma Rai, si
spalmano scarafaggi addosso e nessuno dice niente, agonizzano dentro
teche di plexiglas e nessuno pensa a una simulazione di snuff movie. I
piedi di Chloe, tra l’altro, sono merce prelibata quanto le immagini a
fumetti di Franco Saudelli. Difficile risalire da Internet e non
pensare, grazie anche a Chloe, alla simbologia implicita di una scarpa
con il tacco a spillo, come se il piede femminile non potesse far altro
che dominare, e qualcuno ne avesse tratto le naturali conseguenze. (E
allora, nel discorso porno tradizionale, nella simbologia delle
calzature erotiche comunemente accettate, l’immancabile tacco a spillo
non sarà il simbolo di un potere ribaltato, sovvertito nel coito, o
riaffermato nel sadomaso?).
Pure le macellaie sono fetish
Navigando nel porno non mancano, certo che no, siti di semplici ragazze
in spiaggia, ragazze della porta accanto, strictly amateur. La pia
signorina sostenitrice dell’erotismo non le prenderebbe neppure per
foto erotiche, non vedrebbe niente. Immagini inviate dal mondo, reality
show dell’impalpabile, ma non è questo che conta. Incredibilmente porno
pur semplicemente adagiate su un lettino, a prendere il sole. O in
cucina a fare un caffè, o sedute in macchina, a guidare. Pornografia
della quotidianità rubata. Non vedere, per vedere di più. Nessuno vedrà
mai la stessa immagine. Siamo vicinissimi al perturbante immaginato dai
surrealisti, Internet è un’incarnazione del Document bataillano,
profetica rivista che ha anticipato di un secolo il fascino viscerale
del dettaglio. Ma neppure Bataille era arrivato a tanto. Qui ci sono
addirittura macellaie, vale a dire slauthering mistress, ragazze che
pescano, dragando nel fishing female fetish, o che cacciano, huntress
mistress, e cartoni animati hard, anime fetish, e candid camera di
esami ginecologici, gyno exam e rectal exam (il celebre Dottor Tushy),
per non parlare di tutta la zona coprologica, scat e poop e pee, dove
la domanda più comune posta a un uomo è «do you want to be my toilet?».
Non per niente nell’ultima generazione del porno tradizionale, quello a
noleggio, che accusa i colpi e mostra la corda, trionfano i backstage.
Non c’è dvd che ne sia privo. Il prima e il dopo del porno, più porno
del porno. Per chi non si accontentasse della parte esplicita, il film,
due ore di sesso non stop senza più parvenza di storia, ci sono
interviste, preparativi, scene tagliate, fuori onda, fuori film,
scampoli di oscenità senza sesso, ancora più osceni. Oppure menù
interattivi per selezionare la scena, e perfino inquadrature variabili,
opzionabili. Resta il sospetto che il film stia lì solo come un teatro
al contrario, da guardare da dietro le quinte. Dietro il sesso c’è
l’ipersessuale immaginifico del non sesso. L’oscenità del dettaglio. La
ricerca fatale di un invisibile più evidente. Nessuna immagine sarà più
la stessa. E nessuna immagine sarà quella ultima, fatale. Ce ne sarà
sempre una migliore, più vicina all’archetipo, da cercare. E anche qui,
la solita pia signorina dice che visto un porno visti tutti. Sembra
sottile, e invece mancano molte sottigliezze. Ed è lei a essere troppo
porno per poterle coglierle.
Massimiliano Parente
Chi, cosa, come controllare nella Rete
In Gran Bretagna un nuovo
codice di autoregolamentazione ha ridotto all’1% i siti Web pedofili e
violenti. Tuttavia Internet varca qualsiasi confine geografico: la
risposta non è dunque solo tecnologica
Poche
sono le certezze riguardo a Internet, nonostante la molta letteratura
in merito. Una di queste è che l’unico business acclarato sia il porno.
Anche sul medium più nuovo valgono dunque le regole dei suoi
tradizionali predecessori.
Il dilagare dei siti pornografici in Rete era citato qualche anno fa da
uno dei padri di Internet, Robert Kahn, come uno dei tre elementi
negativi dell’evoluzione della rete (gli altri erano lo spamming e lo
scarso uso dei contenuti online per finalità didattiche). In realtà su
Internet il problema principale non è tanto la quantità dei siti
pornografici, quanto la loro raggiungibilità da parte di un pubblico
vasto e indifferenziato. In genere le risorse pornografiche fanno di
tutto per essere trovate e non sollevano troppi problemi anagrafici a
chi le ha trovate anche solo per caso. Tra le strategie più utilizzate
c’è l’acquisto di nomi di dominio simili a quelli dei siti più
frequentati (per esempio “dinsey” al posto di “disney”), che consente
di approfittare dei frequenti errori di digitazione dei navigatori,
oppure tattiche aggressive per essere messi in risalto nelle risposte
fornite dai motori di ricerca. Diventa determinante allora la questione
del controllo di simili contenuti, perché siano raggiungibili soltanto
da un pubblico adatto e non, in modo indiscriminato, dai minori che
sempre più numerosi navigano in Rete ( in Italia un milione e
settecentomila negli ultimi mesi del 2003, secondo i dati forniti dal
ministero per l’Innovazione e le Tecnologie).
Una politica interventista
Pare ormai assodato che su Internet gli strumenti tradizionali di
controllo non funzionino: è impossibile bloccare un contenuto,
qualsiasi sito può essere replicato entro breve tempo su macchine
diverse; il fornitore di accesso alla Rete non può conoscere tutti i
contenuti messi online dai suoi utenti. Siamo sicuri però che l’unica
strada, come si dice spesso, sia responsabilizzare gli utenti?
Sembrerebbe di no, almeno a giudicare da un’esperienza che viene
dall’Inghilterra, ben più avanzata di noi quanto a uso responsabile
della Rete. I contenuti illegali, pedofili, razzisti o inneggianti alla
violenza, sono calati dal 18% del 1997 all’1% dello scorso anno, grazie
all’attività dell’Iwf (Internet Watch Foundation), un organismo di
autoregolamentazione sponsorizzato dai principali fornitori di accesso
alla Rete. Anche nell’ambito europeo si registra un sensibile calo
della presenza di simili contenuti (dal 18 al 6%) che migrano sempre
più spesso su macchine collocate negli Stati Uniti o in Russia. E qui
torna in gioco la dimensione globale della Rete: le risorse restano
comunque accessibili ai navigatori, ignari (e indifferenti) rispetto al
luogo esatto in cui si trovano le macchine che ospitano un certo sito.
Qualsiasi strategia dunque può funzionare soltanto se applicata su
scala planetaria. Il successo della politica “interventista”
sperimentata in Gran Bretagna prova però che l’autoregolamentazione
funziona sia per ridurre i contenuti illegali, sia per garantire la
collocazione di contenuti inadatti ai minori in contesti
irraggiungibili per loro, come le medicine che in casa è buona norma
collocare negli scaffali alti.
Proprio a questi principi era ispirato un documento del ministero
dell’Interno inglese datato 2003 che si proponeva, per la prima volta,
di istituire delle linee guida sul comportamento corretto dei gestori
dei servizi in Rete (Good practice models and guidance for the Internet
Industry). Si noti: non qualche ministero per le politiche sociali o la
famiglia, ma quello dell’Interno firmò l’iniziativa, e non certo in un
Paese autoritario o illiberale, a sottolineare che la questione ha
direttamente a che fare con l’ordine pubblico e il codice penale, e che
la responsabilità può anche essere insegnata d’autorità quando la
materia è oggettivamente pericolosa. Insomma, una faccenda estremamente
seria, da poliziotti prima che da psicologi, vista la piega che ha
preso il fenomeno. Il pregio principale di quel testo era il tentativo
di messa a fuoco dei vari ruoli che presiedono alla pubblicazione di
contenuti in Rete e delle conseguenti responsabilità. Se è vero che i
fornitori di accesso alla Rete non possono conoscere tutto quanto
transita sulle loro macchine, è vero però che possono impegnarsi a
ribadire ai propri clienti (gestori di siti, di servizi di chat, posta
elettonica o forum) che esistono sanzioni per la messa online di un
certo tipo di contenuti, mentre i content providers (chi confeziona i
contenuti che vanno online) sono tenuti a descrivere chiaramente agli
utenti le caratteristiche del proprio sito e ad avvisarli quando stanno
per lasciarlo attraverso un link esterno.
Accesso solo al pubblico adatto
Brandelli di responsabilità vengono distribuiti ai vari componenti del
mercato online e questo non può che giovare alla qualità di quanto si
trova in Rete. Ne sono convinte anche alcune tra le principali
associazioni attive nei settori dell’informatica e di Internet
italiane, che, insieme con il ministero per l’Innovazione e le
Tecnologie e quello delle Comunicazioni hanno messo a punto nel
novembre scorso, un codice di autoregolamentazione. Con due finalità:
abolire i contenuti illegali, rendere quelli legali, ma per adulti,
accessibili solo al pubblico adatto. Nel secondo caso entra in gioco il
complesso panorama dei filtri per la navigazione in Rete: ovvero quei
software che consentono di limitare l’accesso a determinati siti,
scelti in base a precisi criteri. Servizi di questo tipo sono già
offerti dai principali provider italiani, ma esistono anche programmi
da installare direttamente sul proprio pc. Simili software sono stati
al centro di numerose polemiche fin dalla loro introduzione negli anni
Novanta. Due le principali accuse: l’intento di censurare i contenuti
su Internet, e la scarsa affidabilità della tecnologia che finisce
inevitabilmente per includere negli elenchi di siti proibiti anche
risorse assolutamente innocue senza invece bloccare siti inadatti.
Questa è la natura della Rete: inafferrabile, sgusciante, in grado di
riconfigurarsi di continuo e di aggirare qualsiasi barriera di tipo
software.
Non è la tecnologia a risolvere il problema. È determinante l’elemento
umano, come accade sempre più spesso oggi su Internet. Ciò che può
cambiare la Rete è soltanto la volontà di tutti gli operatori di
migliorarne la qualità. Anche filtrando, creando confini, delimitando,
che sono poi le modalità in cui, da sempre, nascono e si sviluppano le
civiltà.
Stefania Garassini
Videogames - Gioco al massacro
Paradosso: il “pacifico” Occidente
riserva enorme passione alle simulazioni dell’antiterrorismo contro cui
marcia nelle vie. Prendiamola come vogliamo: Half-Life ha venduto oltre
cinque milioni di copie nel mondo, due e mezzo in Europa. È un turbine
di battaglia dove ogni movimento, ogni passo, ogni millimetro fanno la
differenza tra vivere o morire. Nel 1998 la prima avventura della serie
sbalordì non soltanto per la qualità grafica e immaginifica dello
scenario, ma anche perché riusciva a delineare una “storia” attraverso
gli smozzicati resoconti di scienziati superstiti al misterioso
massacro dell’avvio. Si trattava di capire per sopravvivere.
L’evoluzione odierna è un puzzle tattico: avvicinamento stealth (di
soppiatto), fucilate di precisione, scansione dei tempi. Scortare un
vip o conquistare una postazione, liberare ostaggi o danneggiare
installazioni nemiche: non c’è che da mettersi al lavoro. Ampia scelta
fra i corpi speciali, le armi, la qualità dell’addestramento proprio e
degli avversari. Significativo lo spazio accordato sia al gioco in
solitaria contro il computer – un’escalation di missioni sempre più
impegnative – sia alle partite dagiocare in Internet, confronto
in tempo reale altri giocatori localizzati chissaddove. Interessante
l’opzione “BOT mode”, scenari multigiocatore esplorabili in solitaria
contro simulazioni di “avversari umani in Rete” gestite dal PC: la
solitudine oltre la socializzazione.
Dunque i pacifici occidentali amano spiaccicare nemici negli universi
della fiction elettronica. Ma forse fa parte di quella catarsi che
dalla Bibbia a Shakespeare, da Omero a Dante sonda il cuore dell’uomo,
di qua e di là del Mediterraneo.
Giuseppe Romano
Counter-Strike: Condition Zero,
Sierra-Vivendi Universal, 2004,
cd-rom per pc Windows
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