L’utopia del figlio progettato
Quella
cocciuta e ricorrente idea di modificare artificialmente l’umanità, e
le ideologie che se ne sono occupate fino ai giorni nostri. Eugenetica,
perfezionamento della razza: un tempo – quello del nazismo e del
comunismo – erano questioni di Stato. Oggi invece accade che due
lesbiche sorde ottengano di farsi concepire un figlio sordo in nome
dell’“identità culturale”. Vien bene per riflettere su che cosa siano,
oggi, i diritti soggettivi. E dove si situi la “normalità”
Il secolo appena trascorso è stato,
tra le molte altre cose, anche il secolo dell’“eugenetica”. Ben prima
della follia nazionalsocialista, gran parte dell’Europa e diversi Stati
dell’Unione nordamericana furono attraversati dalla mostruosa illusione
di poter modificare positivamente la salute dei propri cittadini con
misure di selezione genetica. Prima delle leggi razziali volute dal
nazismo, e accettate da vari regimi fascisti europei, già la
California, la Svezia, la Norvegia, la Danimarca avevano votato e
applicato leggi in cui si prevedeva la sterilizzazione obbligatoria di
malati mentali e di altre persone “geneticamente tarate” (alcolisti,
criminali abituali, ecc). Queste leggi rimasero in vigore, in alcuni
casi, sino agli anni Settanta del secolo scorso.
Tuttavia è indubbio che il termine “eugenetica” evoca soprattutto il
fantasma nazista. Il nazismo fu, infatti, un’ideologia fondata
sull’illusione biologica. L’eugenetica non fu un epifenomeno, ma, al
contrario, la logica conseguenza delle premesse filosofiche della
politica nazista. Tutto questo è risaputo. Ciò che forse si conosce di
meno è che non fu la politica nazista a generare simili mostri, ma che
furono le mostruosità della medicina a partorire, in qualche modo,
anche il nazismo. In realtà l’idea che un intervento di ingegneria
sociale potesse risolvere la piaga di malattie di interesse pubblico è
precedente al nazismo ed è propria della scuola di sanità pubblica
tedesca che inizia con Rudolf Wirchow (1821-1902). Dagli inizi del
Novecento, e sino agli anni Trenta, sono numerosissimi i cattedratici
delle università tedesche che propugnarono interventi di selezione
genetica in grado di migliorare la “razza”, eliminando degenerazioni e
malattie. L’idea del programma di uccisione sistematica di malati di
mente, ritardati, pazienti inguaribili e disabili (il cosiddetto
programma di “eutanasia”) è precedente al regime nazista. Il nazismo
avrà solamente il “vanto” di applicarla e di estenderla a categorie
razziali come ebrei e zingari. Adolf Eichmann, nel corso del suo
celebre processo, si riferirà sempre al programma di sterminio come a
«una faccenda medica» e, in effetti, i responsabili delle camere a gas
furono, inizialmente, tutti medici.
La rivoluzione genetica che ha attraversato le nostre società nel corso
dell’ultimo decennio ha sollevato la paura di un ripresentarsi di
questi antichi fantasmi. Si tratta di una paura immotivata, se presa in
un senso letterale; tuttavia, in un senso più ampio, rappresenta bene
alcune reali fonti di preoccupazione.
Dallo Stato ai privati
Indubbiamente l’attenzione posta dalla società contemporanea alle cause
genetiche della biologia umana può ricordare l’ubriacatura genetica
dell’inizio del secolo scorso.
Il Novecento è stato attraversato da due feroci ideologie
deterministiche, basate cioè sulla convinzione che la conoscenza di
alcune leggi biologiche e sociali potesse permettere di modificare
l’essere umano e le società umane a proprio piacimento. Il comunismo
era convinto che le leggi dell’economia fossero in grado di spiegare
ogni comportamento umano e che, intervenendo a livello economico, si
potessero cambiare radicalmente le società. Il nazismo fu invece sicuro
che la biologia fosse alla base delle società umane e che cambiando il
pool genico di una società, attraverso interventi di selezione non
diversi da quelli di un allevatore di animali, si potesse rapidamente
cambiare una cultura umana.
In entrambi i casi la fantasia perversa fu quella di ottenere una
rapida modificazione dell’umanità, come se, conoscendo alcune chiavi
scientifiche, fosse semplice indirizzare la storia e lo sviluppo del
genere umano. Ovviamente, come sempre accade in questi casi, l’unico
risultato fu un moltiplicarsi di atrocità e insensatezze. Il sogno
paranoico di pochi divenne la scusa per l’opportunismo e la sete di
potere di molti. Il programma nazista di “purificazione razziale”
divenne anche lo strumento con cui professori universitari si
impossessarono di cattedre immeritate, banchieri fecero fortune e
oscuri funzionari di partito guadagnarono benemerenze.
Sia il nazismo sia il comunismo avevano come teatro l’intera società e
ritenevano che l’attore in grado di intervenire su di essa fosse lo
Stato. In modo più attenuato, le derive eugenetiche delle società
democratiche percorsero lo stesso itinerario. Furono soprattutto le
correnti socialdemocratiche a propugnare politiche eugenetiche. A ciò
concorsero vari fattori: la fiducia nella scienza, intesa come fattore
di sviluppo da contrapporre alla religione; la fiducia nello Stato,
contrapposto all’iniziativa privata e al libero mercato; la fiducia nel
progresso dell’umanità, considerato un portato inevitabile
dell’iniziativa umana e del libero pensiero.
Nulla di simile si può presumere che stia accadendo ora. Anzi, proprio
la perdita di fiducia nello Stato, nella scienza e nel progresso sono i
marchi contraddistintivi dell’epoca cosiddetta “postmoderna”.
La civiltà contemporanea è caratterizzata da una diffusa diffidenza
verso tutte le forme di potere centralizzato. Il cittadino postmoderno
è un cittadino cosmopolita dalle multiple appartenenze. Sensibile alle
spinte localistiche e tuttavia inserito in numerosi network globali, la
decentralizzazione è il suo carattere distintivo. Anche la fiducia
nella scienza e nel progresso non sono più una sua caratteristica.
L’incontro con culture diverse e diverse identità etniche e sociali lo
ha portato a un pragmatismo, se non teorico, almeno dei fatti. Il
relativismo culturale – quando non apertamente teorizzato – è comunque
divenuto la cifra che permette di spiegare tanti fenomeni del nostro
mondo. L’idea di tolleranza, propria dell’Occidente, aveva già in sé il
germe del relativismo, che riusciva a contrastare, però, distinguendo
tra sfera pubblica e sfera privata, tra legge e moralità. La fine di
questa distinzione, che era stato un caposaldo della cultura liberale
(fine che è un’altra delle caratteristiche precipue della
postmodernità) ha segnato anche la fine della tolleranza: la nostra
società è nel contempo una società relativistica – in cui ogni valore è
considerato espressione di una particolare costellazione sociale senza
che sia mai possibile stabilire una gerarchia – e intollerante al
massimo grado, basti pensare alle nuove forme di fondamentalismo etnico
e religioso. Del resto la tolleranza non può che fondarsi su
un’assiologia: l’impossibilità di un metro che permetta di distinguere
tra diversi valori in gioco porta inevitabilmente alla violenza, alla
forza, come unico strumento per risolvere i conflitti che fatalmente si
creano.
Come studiare pianoforte
Frutto non della tolleranza ma del relativismo culturale è anche la
nuova eugenetica. Non eugenetica di Stato, con ambiziosi obiettivi
sociali, ma eugenetica privata, con scopi limitati, ristretti al
desiderio di una coppia, o di un single, di poter aver il bambino che
egli o ella vuole: un’eugenetica, insomma, figlia più del “pensiero
debole”, della cultura minimalista ed ecologista, del politically
correct, che delle feroci ideologie del passato. Così come il cittadino
cosmopolita delle società postmoderne sceglie il proprio cibo o lo
stile del proprio arredamento nell’ambito di un’offerta multietnica e
multiculturale, ugualmente egli è già, e sarà sempre di più, in grado
di progettare a proprio piacimento il proprio figlio.
Un bell’esempio di cosa s’intenda per “designer baby” viene dagli Stati
Uniti, dove due anni fa una coppia di donne omosessuali e affette da
una forma genetica di sordità ha appositamente “procreato” – attraverso
la selezione del seme di un donatore affetto dalla stessa patologia –
un figlio sordo. La coppia ha difeso questa scelta in nome
dell’“identità culturale” dei sordi. Le due donne hanno dichiarato che
non cercheranno in alcun modo di trattare la sordità del figlio con
protesi acustiche, e che lasceranno a lui, raggiunta la maggiore età,
la decisione se curarsi o meno. Come si vede, lo schema una volta
applicato solo alle scelte religiose – i genitori che non battezzano il
bimbo lasciando a lui la decisione al raggiungimento della maggiore età
– è ora applicato in ogni circostanza. Il paradosso di questa finta
libertà è che essa, come è evidente, coincide col massimo della
coercizione. Infatti coercizione non è solo obbligare qualcuno, ma
anche porlo in condizioni tali per cui le sue scelte saranno obbligate,
senza far fronte alle responsabilità che il proprio ruolo imporrebbe.
Il caso della coppia omosessuale appena citato è esemplificativo
proprio nel suo essere eccessivo. Casi molto più banali – perché il
male è quasi sempre banale – sono sotto gli occhi di tutti. Quando in
tutti, o quasi, i Paesi occidentali la legge consente l’interruzione
volontaria di gravidanza in caso di sindrome di Down, un’aberrazione
cromosomica non solo compatibile con la vita ma compatibile con una
vita felice – a patto che vi sia una capacità di accoglienza – è
evidente che il principio accettato socialmente è quello che una coppia
di genitori ha il diritto di scegliere il figlio che più gli aggrada e
di sopprimere quello che non corrisponde alle sue aspettative. Certo,
il dolore e il tormento della coppia che decide di abortire il figlio
“mongoloide” si presume sia superiore a quello di chi sceglie di
sopprimere un feto perché di sesso non voluto (la selezione sessuale a
scapito delle femmine è praticata tuttora in Cina e in altri paesi
asiatici), o perché portatore di caratteri non graditi.
Ma il principio è sempre lo stesso. Accettato questo principio, non c’è
più possibilità di fermare il piano inclinato. Infatti, una volta che
la scienza ce ne dia la possibilità, per quale ragione non sarebbe
lecito selezionare quelle caratteristiche che si ritengono positive in
un figlio, piuttosto che solamente sopprimere le negative? Se la coppia
omosessuale americana appena citata ha fatto scandalo è soltanto perché
la caratteristica selezionata è ritenuta positiva dalla coppia ma è
ritenuta negativa dalla maggioranza del pubblico. Sarebbe stato uguale
scandalo se il feto fosse stato selezionato in base all’intelligenza?
Da anni esiste in California una banca dello sperma selezionata per
l’intelligenza dei donatori, e quanto a indignazione nessuno è mai
andato oltre qualche sorriso scettico.
Gli argomenti proposti nel dibattito bioetico, proprio a partire dal
caso della coppia di donne sorde e dalla loro scelta procreativa, sono
stati vari. Fondamentalmente si sono confrontate due posizioni. L’una
sostiene che, una volta accettato il diritto dei genitori a “plasmare”
i propri figli – diritto accettato nel momento in cui si accetta l’idea
stessa di genitorialità – non vi sia possibilità di negare il diritto
anche a scegliere caratteristiche che i genitori ritengono positive. In
altre parole, se si accetta che un padre e una madre abbiano il diritto
di far studiare il pianoforte al proprio figlio – se essi ritengono che
sia per il bene del figlio –, allora bisogna accettare che essi
procreino appositamente un figlio sordo, se ritengono che la sordità
sia un carattere positivo.
La seconda posizione distingue tra caratteri patologici e caratteri
normali. Mentre sarebbe un diritto dei genitori cercare di influenzare
i caratteri normali, essi non avrebbero il diritto di imporre sul
figlio il peso di un carattere patologico. Questa posizione, che sembra
di buon senso e che probabilmente ognuno di noi di primo acchito
sosterrebbe, è però di una debolezza logica assoluta. Infatti il
problema è proprio quello della definizione di cosa sia patologico e
cosa normale: è evidente che il concetto di “normalità” di una coppia
di lesbiche sorde newyorkesi non coincide con quello di mia zia di
novant’anni che vive in un’isoletta del Mediterraneo. Quello di cui non
ci si rende conto è che il problema non sono la sordità o gli occhi
azzurri, l’intelligenza o il ritardo mentale, l’altezza o la bellezza,
ma il concetto che vi è alla base: cioè l’idea che i genitori possano
scegliere il figlio a proprio piacimento. È un falso ragionamento
equiparare la scelta del figlio all’educazione: è vero che i genitori
cercano di plasmare il figlio tramite l’educazione, ma questo è un
processo di una tale imperfezione e aleatorietà da lasciare ampi spazi
di libertà alla “vittima”.
La distinzione, cioè, non dev’essere tra patologico e normale ma tra
gradi di libertà: esistono alcuni interventi sul figlio che, pur
cercando di influenzarlo, gli permettono di reagire e di rifiutare
l’influenza; altri interventi, invece, hanno una tale forza da impedire
ogni reazione. Così come la legge proibisce i maltrattamenti – anche
praticati a fin di bene da legittimi genitori – sarebbe logico che la
legge impedisse ogni intervento – a qualsiasi fine praticato – sul
genoma del nascituro quando non fosse in gioco la vita stessa. È
evidente, infatti, che soltanto il rischio di perdere il bene che fonda
tutti gli altri, cioè l’essere vivo, giustifica una modificazione di un
altro essere vivente così radicale a cui egli non può in alcun modo
opporsi.
Playing God
Il sogno del “designer baby”, del bambino progettato, è quindi molto
lontano dalle fantasie eugenetiche di stampo nazista, e anzi sembra
essere il frutto di ideologie opposte. In un senso, però, può essere
avvicinato alla mostruosità del nazismo: in entrambi i casi la fantasia
che vi sottostà è quella di mettersi in grado d’esercitare un potere
assoluto su altri esseri umani. In inglese c’è un’espressione che
ricorre spesso quando si parla di questi temi: “playing God”. Si tratta
di un’espressione particolarmente felice perché significa sia recitare
il ruolo di Dio, sia fingere di essere Dio. Proprio in quest’ambiguità
si cela il senso della questione.
La società occidentale – nelle sue due radici, greco-romana ed
ebraico-cristiana – si è fondata sul mito del confronto tra uomo e Dio.
L’uomo è la più alta delle creature, la più divina, ma non è Dio. Nella
Genesi si vede bene questa tensione. Da un lato Dio crea l’uomo a sua
immagine e somiglianza, dall’altra il tentatore fa cadere l’uomo
proprio promettendogli di diventare “simile a Dio”. È chiaro che queste
due promesse sono radicalmente diverse.
Anche la cultura greca, una cultura superba della propria “umanità” –
basti pensare alle splendide statue di kouroi arcaici, nudi di fronte
al dio – si è interrogata sull’idea di limite; e la hubris, la perdita
di consapevolezza della propria finitudine umana, è la principale
bestemmia di cui si può macchiare l’uomo greco.
Agostino chiamerà il demonio simia Dei, colui che scimmiotta Dio, la
caricatura di Dio. In questo senso ogni tentativo di modificare
violentemente il mondo – in base a un principio di potenza assoluto – è
di per sé diabolico, proprio perché diventa solamente una parodia, una
scimmiottatura della potenza creatrice. Difficile tracciare il confine
tra scienza e magia, perché se la magia è sempre un tentativo di
esercitare un potere simil-divino, la scienza sembra a volte prendere
lo stesso indirizzo. Quello che dovrebbe contraddistinguere sempre la
scienza è il comprendere, cioè non solo il saper fare ma anche il saper
vedere. La vera scienza non cancella la consapevolezza del mistero, del
fatto che sono infinitamente più le cose che ignoriamo, più le cose che
sfuggono al nostro controllo, che quelle che la nostra povera capacità
ci permette di afferrare e di modificare.
L’accecamento diabolico è quello che fa perdere questa consapevolezza.
Pensare di poter plasmare un altro essere umano a proprio piacimento –
sia il delirio di un sistema di potere, come i totalitarismi del secolo
passato, o sia il privato delirio di un genitore o di una coppia – è
sempre una forma di accecamento che non può che condurre a disastri,
pubblici e privati. I totalitarismi hanno prodotto i gulag e i lager;
ancora non sappiamo cosa produrranno i “designer baby” ma non c’è certo
da ben sperare.
Emilio Mordini
Il genio in provetta, o come ti faccio il bimbo perfetto
Le follie di un miliardario americano, quelle che esse seminano nel mondo, quelle che esse alimentano nel proprio seno
Robert K. Graham era un tipo un po’
strano, miliardario e con una fissa. Era convinto che, quanto a
popolazione, gli Stati Uniti d’America fossero a un passo dal disastro.
No, non la solita tiritera sulla “Bomba P”, quella mai esplosa
dell’eccesso demografico, o quella, assai più veritiera, dell’inverno
demografico che da tempo funesta il mondo industrializzato. Ma quella
della catastrofe genetica. Imminente, questione di ore. Il rischio,
cioè, dell’impoverimento del corredo cromosomico degli statunitensi,
tale per cui in un batter d’occhio tutto il loro genio, il loro
talento, le loro capacità si sarebbero arrestate senza più futuro. Gli
americani di domani mai più come quelli di ieri, di sempre.
Allarmato più dalle proprie paure che da oggettivi dati statistici
(ammesso e non concesso che calcoli e addizioni possano dire qualcosa
di serio sull’“impoverimento genetico”; ammesso e non concesso che
l’“impoverimento genetico” sia una realtà, e che, se lo è, occorra
porvi rimedio andando di selezione; ammesso e non concesso che gli
uomini possano e debbano venire virtualmente vivisezionati da qualcuno
con il pallino del tarlo ereditario da purgare o della sublime dote da
potenziare), Graham decise dunque di mettere i propri concittadini al
riparo di questo pericoloso fall-out da filamento immiserito di DNA e
di costruire un rifugio sicuro a colpi di dollaroni. Creò cioè in
California, nella California delle sperimentazioni sociali più
bizzarre, il Repository for Germinal Choice. Ossia la banca del seme
dei Nobel. Un posto dove anonimi donatori superdotati d’intelletto e
bravure (Premi Nobel, prodigi della matematica, affermati
professionisti e atleti fuori dal comune) mettessero il proprio sperma
a disposizione di madri e di coppie desiderose di salvarsi dalla peste
paventata da Graham e in realtà, molto più spesso, di crearsi in
provetta il figlio perfetto, l’orgoglio della famiglia che risolve i
problemi di casa e della cui foto su tutti i giornali si può andare
fieri dal parrucchiere e in ufficio.
Era il 1980 e non è un film di fantascienza. Ma tutto finì nel 1999,
quando Graham passò, speriamo per lui, a miglior vita. Nel frattempo,
però, il suo Repository ha disseminato semenze d’intelligentoni in
diverse famiglie americane, entusiaste di quel figlio non loro ma così
irresistibile.
David Plotz, vicedirettore della rivista on line Slate, decise un
giorno di saperne di più e incominciò a indagare. Su quella banca dello
sperma, ma soprattutto su quale fine avessero fatto i genî che sono tra
noi senza saperlo. Molte tra ricerche, navigazioni Internet e appelli
dopo, la sua indagine dapprima consegnata a qualche articolo su Slate è
divenuto un libro, oggi tradotto pure in italiano come La fabbrica dei
genî. L’incredibile storia della banca del seme dei Nobel (Lindau,
Torino, 2006).
Insolito, meraviglioso, stupefacente, addirittura commovente. Gli
aggettivi spesi dai recensori di mezzo mondo per il libro sfruttano
tutto il dizionario dei superlativi. Ma il punto è: in che razza di
mondo stiamo vivendo?
Plotz ha rintracciato alcuni di quei superdotati e ne ha ricostruito le
vite. Chi sono, dunque, questi figli di NN, orfani per definizione
secondo i canoni tradizionali di ciò che significa essere figlio di x e
di y, i quali in eredità hanno semplicemente un po’ di chimica organica
di uno che non sanno nemmeno chi è (né possono saperlo, questa è la
regola), ma che per convenzione è un “genio” solo perché sa fare di
conto più velocemente dei suoi compagni di banco? Chi sono questi
mostri, secondo il senso autentico del termine, creati a tavolino dalle
voglie represse di qualche “genitore”, dalle manie strampalate di un
tale fantastiliardario, e dalle reti di operatori e addetti ai lavori
che, se ne può stare certi, benedicono il tutto come l’ennesima soglia
sfondata del tabù, il bene del progresso che irrefrenato avanza, il
futuro dietro l’angolo?
Perché che Graham fosse un cialtrone pieno di soldi disposto a
dispensare i propri beni in nome di un progetto allucinante è cosa
evidente. Ma forse mica per tutti lo è che la strada da lui aperta covi
nel seno potenziali scelleratezze pronte per il prossimo folle di turno
il quale, con la scusa del benessere e del miglioramento, si
prenda la briga di costruirci tutti in laboratorio seguendo la lucida
idea che egli e solo egli ha di essere umano.
La tecnica permette materialmente di creare esseri umani così, ma è del
tutto evidente la superiorità di quella scienza che ci permette ancora
di essere persone: la coscienza del limite, la sapienza del bene e del
male.
Marco Respinti
...è mobile. La donna? No, la tivù
Mediaset
s’è tuffata su infrastrutture e frequenze che fonderanno il nuovo reame
della comunicazione digitale. Dopo il flop videofonini (nessuno
videochiama, tranne forse la Marini), tutti stiamo per videoscrutare la
nuova tivù da tasca
L’editore Silvio Berlusconi aveva
visto lungo. A una domanda di Bruno Vespa su quale strada di sviluppo
avrebbe consigliato ai suoi figli, il Cavaliere non lasciò spazio a
dubbi: «Le nuove tecnologie. I telefonini diffondono ormai programmi
televisivi…».
È ovvio che sei mesi fa, quando Berlusconi pronunciò queste parole,
Mediaset aveva già intrapreso la strada della tv sui cellulari. Ma ora
quell’obiettivo sta per essere concretamente centrato. L’Antitrust,
infatti, ha dato il via libera all’acquisizione di Europa Tv da parte
del gruppo di Cologno Monzese. Che cosa significa? Il progetto di
Mediaset prevede il lancio di quella nuova tecnologia, detta DVBH –
Digital Video Broadcasting Handled: è una combinazione del video
digitale con l’IP (Internet Protocol) –, che consentirà di avviare
entro la fine dell’anno la prima offerta commerciale di tv mobile.
Per far ciò l’azienda presieduta da Fedele Confalonieri ha acquisito
infrastrutture e frequenze digitali da Europa Tv, società controllata
da Holland Italia dell’imprenditore Tarak Ben Ammar e dall’emittente
francese TF1. Quello dell’Antitrust era l’ultimo passaggio necessario
prima dell’operatività. Il prodotto finale potrà essere venduto ai
principali operatori della telefonia mobile, pienamente responsabili
sulla gestione e l’offerta dei contenuti. È lo stesso progetto
multimediale sul quale si sono già ben inseriti i cinesi di H3G, che
della televisione sui videofonini hanno fatto un vero e proprio cavallo
di battaglia.
L’Ansa e il calcio
Il tutto grazie anche a una forte partnership, consolidata da oltre un
anno, con il gruppo Ansa, che fornisce sui telefonini Tre i suoi
videonotiziari. La più grande agenzia di stampa italiana sui cellulari
è già una realtà. Si chiama “Ansalive” ed è un tg da due minuti
prodotto 365 giorni all’anno in sedici edizioni quotidiane. Il servizio
è nato per il portale dell’agenzia (www.ansa.it) ma è divenuto presto
un prodotto di punta diffuso su radio digitali, televisioni
satellitari, portali internet e, appunto, sui videofonini. Ansa punta
forte su questo servizio: basta osservarlo per capire quali modifiche e
miglioramenti siano stati apportati nell’ultimo anno. Sugli attuali
terminali, intanto, sono visibili anche le partite di calcio di Inter e
Siena e presto il servizio potrebbe allagarsi ad altri club, diritti
calcistici permettendo.
Ma H3G non si limita solo all’informazione. Due mesi fa la compagnia ha
illustrato i dettagli della sua offerta televisiva, la prima proposta
commerciale di questo tipo in Italia e tra le prime al mondo. Si
partirà a giugno, in coincidenza con i mondiali di calcio di Germania
che costituiranno l’evento trainante per il lancio dei «tvfonini». I
nuovi terminali (quelli Umts non andranno bene) avranno uno schermo da
2,2 pollici, in grado di ruotare e di assumere la forma di un classico
televisore. Il canale pensato da Tre si chiamerà «La 3», un nome che
suona come qualcosa di più che una semplice sfida a Telecom e alla sua
La 7. Si potranno vedere i tre canali Rai, il meglio di Mediaset (una
sorta di “medley” di Canale 5, Rete 4 e Italia 1), quattro canali Sky,
un canale di cartoon e uno di musica. E infine quattro spazi
“autoprodotti”: «La 3 Sport», in accordo con Mediaset per le partite
della Serie A e il MotoGp, «La 3 Show», dedicato a intrattenimento e
concerti, e «La 3 Star». Insomma, un canale fatto da community, aperto
anche ai cortometraggi ignorati dalla televisioni tradizionali.
Passi importanti in questa direzione sono stati compiuti anche dal
gruppo Tim e da Vodafone che presenteranno presto le loro offerte.
Insomma, sembra in atto una vera e propria rivoluzione. Tuttavia,
l’Authority presieduta da Antonio Catricalà, che ha analizzato
l’operazione Mediaset nella seduta dello scorso 10 aprile, ha
annunciato che vigilerà sul rispetto degli impegni che il gruppo Rti
(Reti Televisivi Italiane) ha preso in relazione alla raccolta
pubblicitaria, che, di fatto, non potrà essere effettuata dall’azienda
di Cologno ma dai soli operatori di telecomunicazioni. In altri
termini, Europa Tv sarà esclusivamente dedicata alla tv sui cellulari.
Il progetto appare come un percorso obbligato per i grandi gruppi
editoriali. Una recente ricerca dell’Ansa ha disegnato uno scenario
innovativo: entro il 2010 internet supererà la carta stampata e
raggiungerà l’importanza della televisione. Non solo: le notizie brevi
guadagneranno terreno rispetto ai testi più articolati. I media
tradizionali dovranno puntare sul multimediale per poter resistere a
quest’avanzata: e la televisione sui telefonini rappresenta uno dei
tasselli di questo futuro. Del resto, più di qualsiasi altro media, è
sempre stata la televisione ad accelerare il fenomeno di
nazionalizzazione delle masse italiane. Grazie alla tv e alla sua
rapida diffusione i contenuti culturali hanno coinvolto quelle fasce
della popolazione che non si avvicinavano ai giornali stampati. Gli
italiani sono riusciti per la prima volta a riconoscersi nella stessa
lingua proprio grazie al mezzo televisivo. Il linguista Tullio De Mauro
nei primi anni Sessanta osservava, con una riflessione divenuta
quasi proverbiale, come l’unificazione della lingua fosse avvenuta in
proporzione alla crescita delle antenne televisive. Sono passati
quarant’anni, ma nel corso di questi decenni il protagonismo dei media
nelle vicende della nostra società è diventato sempre più evidente.
Tutti alle nozze tv-cellulare
Ora gli scenari sono cambiati così come il ruolo della televisione,
meno educativa e più improntata al business. È difficile, però, pensare
alla tv sui cellulari come portatrice di cambiamenti epocali simili a
quelli descritti. Ma non si può nemmeno immaginare un servizio per
pochi, non foss’altro per la concorrenza spietata che gli operatori
della telefonia si fanno a suon di tariffe. Come ogni innovazione
tecnologica, occorrerà del tempo prima che iniziative come queste
possano diffondersi tra la maggior parte degli utenti della telefonia
mobile.
Tuttavia quest’ultimo campo dei cellulari insegna qualcosa, se pensiamo
che ormai quasi il 90 per cento degli italiani possiede un apparecchio,
nuovo o vecchio che sia. Ecco una chiave di lettura plausibile
sull’operazione condotta da un gruppo editoriale che, come Mediaset,
guarda con fiducia a quest’orizzonte. Lo dimostrano più di ogni altra
cosa i 60 milioni di euro investiti per l’acquisizione di Europa Tv.
D’altra parte, televisione e cellulari sono i due mezzi di
comunicazione più diffusi nel nostro Paese.
La sfida è pensarli come un binomio vincente. Restano comunque delle
difficoltà, come i costi per l’Umts segnalati dagli operatori delle
telecomunicazioni al congresso mondiale di Barcellona, nel febbraio
scorso. La gente, al momento e malgrado una pubblicità martellante, si
“videochiama” ancora poco. C’è di più: sembra che le imprese temano il
calo dei margini da traffico vocale e, soprattutto, la concorrenza di
tecnologie concorrenti meno costose e più potenti (vedi i sistemi Skype
per le chiamate da computer).
In questo quadro la tv sul cellulare è una frontiera capace di aprire
nuove strade. Chi si è già mosso per tempo è qualche lungimirante
imprenditore che ha messo in piedi aziende capaci di produrre service
per questi prodotti. Un esempio su tutti è Real Life Television di
Milano che ha fatto dei nuovi media la sua ragion d’essere, capace di
realizzare e fornire supporti di alta qualità ai prodotti informativi
multimediali. Il terreno è fertile.
Piermaurizio Di Rienzo
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