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n° 17 - sabato 29 aprile 2006
La mucca era pazza, ma in buona compagnia, di Giancarlo Sturloni
Qui si recensisce Tom Bethell sulla junk-science, di Guglielmo Piombini
E qui Tom Bethell parla della junk-research
Quanti disastri prima di mettere in crisi il "modello deficitario", di Giuseppe Romano

La mucca era pazza, ma in buona compagnia

Il rischio tecnologico & il diritto all’informazione: gli scienziati, i politici, la gente. La scienza fa progressi ma fa anche danni, quando non sa quali conseguenze implicheranno le sue innovazioni tecnologiche. Il difficile equilibrio tra il rischio (spesso negato) e l’altrui fiducia (spesso tradita) rende necessario precisare le modalità dell’informazione al pubblico e quelle del diritto al veto. Casi emblematici: dalla BSE a Chernobyl, dai miasmi di Bhopal e di Seveso all’allarme aviaria

La crisi innescata dalla mucca pazza e dal conflitto sugli OGM ha imposto una profonda revisione delle modalità con cui i rischi tecnologici sono gestiti e comunicati al pubblico da parte degli esperti, due azioni tra loro sempre più strettamente interconnesse. La crescente richiesta del pubblico di avere accesso a informazioni chiare, esaurienti e trasparenti (cui concorre per esempio l’etichetta per alimenti contenenti ingredienti transgenici), oltre a essere un prerequisito per esercitare le scelte individuali in libertà e autonomia, esprime anche l’esigenza di essere più attivamente coinvolti nei processi decisionali, per poter esercitare appieno il proprio diritto di cittadinanza in uno stato democratico. 

Dai numeri al dialogo
A partire dagli anni Novanta diviene evidente che le rassicurazioni generiche, l’ipse dixit degli esperti o, peggio, il silenzio mantenuto per coprire l’esistenza dei pericoli non hanno alcun potere di tranquillizzare l’opinione pubblica. Al contrario, danno luogo alla perdita di fiducia nei confronti delle istituzioni politiche o scientifiche. È quanto accaduto nel caso della BSE e degli alimenti transgenici, costringendo molti Paesi europei a rivedere le politiche sulla sicurezza alimentare, proprio a partire dalle strategie di comunicazione pubblica dei rischi. Ecco quello che si legge nella relazione finale della BSE Inquiry, l’inchiesta del Parlamento britannico a proposito della mucca pazza:
«Il governo ha introdotto misure per proteggere dal rischio BSE tanto il bestiame quanto i consumatori, ma la possibilità di un rischio mortale per questi ultimi non è stata comunicata al pubblico né ai soggetti preposti ad attuare e imporre le misure precauzionali. […] Il governo non ha mentito al pubblico sulla BSE. Riteneva che i rischi di contagio per gli esseri umani fossero remoti, e per questo si è preoccupato soprattutto di prevenire reazioni troppo allarmistiche nell’opinione pubblica. È ormai chiaro che questa campagna rassicurante è stata un errore. Quando, il 20 marzo 1996, il governo ha annunciato che con ogni probabilità la BSE era stata trasmessa a esseri umani, il pubblico si è sentito tradito. E la perdita di fiducia nelle dichiarazioni del governo sulle situazioni di rischio è stato un ulteriore e grave effetto della BSE» (House of Commons, The BSE Inquiry Report. Vol I. Findings & Conclusions, The Stationery Office Books, London 2000).

In fondo è una storia già sentita: le modalità con cui i rischi sono comunicati al pubblico sembrano essersi evolute proprio inseguendo affannosamente gli eventi, spesso drammatici, che hanno segnato la storia delle società occidentali a partire dalla seconda metà del XX secolo. Nel 1995 il sociologo Baruch Fischhoff tenta di delineare una sintesi, suddividendo idealmente l’evolversi delle strategie di comunicazione dei rischi in una successione di fasi diacroniche. In sostanza, sostiene Fischhoff, dopo una fase iniziale in cui la comunicazione pubblica dei rischi era praticamente inesistente e non percepita come necessaria, a partire dagli anni Settanta, grazie anche all’affermarsi di una più radicata cultura ambientalista, tecnici e analisti sono passati a una seconda fase di elaborazione e divulgazione di “numeri” che potessero quantificare l’entità dei rischi per l’ambiente e la salute imputabili ai grandi impianti industriali. L’idea era che si potesse convincere la gente ad accettare determinati rischi (a partire da quelli legati alla produzione di energia nucleare) mostrando, attraverso i risultati “oggettivi” dell’analisi statistica, che la probabilità di un incidente era estremamente bassa e che, pertanto, non c’era nulla da temere. Così l’antropologa inglese Mary Douglas riassume, non senza un pizzico di ironia, questo tipo di approccio tecnocratico:
«Il contributo ingegneristico presuppone che la collettività consista di individui isolati e indipendenti che naturalmente si comportano come ingegneri: desiderano conoscere i fatti e questi fatti, una volta presentati in maniera chiara, li persuaderanno della sicurezza o della pericolosità di una proposta. […] A volte il rischio si calcola in giorni o minuti in meno sulla durata di vita presunta, o in quote percentuali di alcuni milioni di punti, illustrate da grafici. Conoscere tali fatti metterà a tacere ogni timore» (Mary Douglas, Come percepiamo il pericolo, Feltrinelli, Milano 1991).

Quella dei primi anni Settanta era evidentemente una comunicazione unidirezionale, dall’alto verso il basso (o top-down), dagli esperti verso il pubblico, in cui ogni forma di interazione si esauriva, nel migliore dei casi, nel tentativo di tradurre in un linguaggio meno specialistico l’informazione sui rischi.
In breve tempo si è tuttavia constatato che l’evidenza statistica non sembrava capace di dissolvere sospetti e timori, e si è fatta avanti la convinzione che l’ostilità nei confronti delle nuove tecnologie risultasse in certi casi alimentata da pregiudizi e credenze di natura irrazionale, in altri imputabile all’incapacità del pubblico di comprendere appieno i fatti della scienza. Si è così tentato di ricorrere a paragoni e analogie che potessero spiegare, di volta in volta e anche a chi non possedeva una vera preparazione scientifica, come rischi di pari o maggiore entità fossero stati già accettati in passato, e come un’attenta valutazione del rapporto fra rischi e benefici avrebbe mostrato che le nuove tecnologie in fondo erano un buon affare.
Solo a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta, pur senza abbandonare del tutto l’approccio paternalistico che aveva caratterizzato le fasi precedenti, si cominciano a considerare anche le aspettative e le differenti percezioni del pubblico, che inizia a essere concepito come un soggetto attivo. In seguito alla traumatica esperienza di Chernobyl e ai primi concreti successi del movimento ambientalista – che in molti Paesi occidentali riesce a rallentare lo sviluppo o addirittura a imporre l’abbandono della tecnologia nucleare – la comunicazione del rischio inizia a organizzarsi intorno ai criteri della credibilità e della fiducia, spesso adottando modelli sviluppati nell’ambito delle pubbliche relazioni. A dire il vero, si tratta ancora di tentativi mal dissimulati di persuadere il pubblico ad assumere i rischi delle nuove tecnologie, senza mai aprire un vero confronto fra i diversi punti di vista. Tuttavia inizia a farsi strada l’idea che l’accettazione pubblica delle applicazioni tecnologiche non dovrebbe essere un mero processo di persuasione a posteriori, quando altri abbiano già prese tutte le decisioni importanti e i giochi siano chiusi.

I primi tentativi di coinvolgere attivamente il pubblico, considerandolo un possibile partner nei processi decisionali, si attuano intorno alla metà degli anni Novanta, inaugurando l’ultima fase nell’evoluzione della comunicazione del rischio. Lo shock per la durissima opposizione incontrata dagli OGM in Europa trasforma in necessità la ricerca di un dialogo capace di scongiurare la possibilità che le controversie sulle nuove tecnologie degenerino in veri e propri conflitti sociali. Come vedremo più avanti, le parole d’ordine diventano negoziazione, engagement (coinvolgimento), partecipazione pubblica; si sperimentano inedite forme di comunicazione dialogica, in grado di integrare i diversi saperi e la molteplicità degli interessi e delle prospettive: c’è ormai una piena consapevolezza che la gente è disposta ad ascoltare la voce degli esperti solo se avverte che a sua volta le proprie ragioni troveranno ascolto.
Naturalmente, la successione diacronica proposta da Fischhoff deve essere letta come un utile strumento interpretativo, ma rappresenta un’idealizzazione, senza alcuna pretesa di riprodurre in modo rigido una realtà complessa non esente da sovrapposizioni, in cui nessuna delle fasi illustrate è mai stata superata e abbandonata del tutto.
È invece interessante notare come i mutamenti nella comunicazione del rischio, più che il contenuto delle informazioni, investano il numero e il ruolo dei diversi attori coinvolti. L’aspetto più rilevante di questa evoluzione riguarda infatti il maggior numero di gruppi sociali che contribuiscono in modo rilevante alla discussione pubblica sui rischi della modernità.

Un problema lontano
Nell’estate del 2000 il comitato scientifico dell’Unione europea rende noti i risultati di uno studio sulla distribuzione geografica del rischio BSE, realizzato dai cinquanta maggiori esperti di encefalopatia spongiforme bovina. I quindici Paesi che compongono l’Unione sono divisi in quattro classi di rischio. In quarta classe, «alto rischio», si trovano Gran Bretagna e Portogallo. L’Italia, insieme a Spagna e Germania, viene posta nel primo dei due sottogruppi in cui è divisa la terza classe, dove la BSE è ritenuta «probabile ma non confermata». Al secondo sottogruppo della terza classe appartiene la Francia, dove la presenza della BSE, seppure non a livelli endemici, è già stata accertata. In seconda classe, «rischio improbabile», ci sono Paesi come Austria o Finlandia. Alla prima classe, «presenza di bovini malati o infetti altamente improbabile», non accede alcun Paese dell’Unione (EFSA, Report on the Assessment of the Geographical BSE-Risk of Italy, luglio 2000).
Il severo giudizio sull’Italia si basa sulla constatazione che il nostro Paese, mancando di una rete di sorveglianza adeguata e affidabile, per anni ha importato grandi quantità di mangimi contaminati e bestiame potenzialmente infetto da nazioni già colpite dall’epidemia. Il 1º agosto il ministero della Sanità minimizza le conclusioni del rapporto, affermando che «non può essere considerato fonte di allarme» in quanto è solo «una analisi teorica e non una valutazione dello stato sanitario del Paese».

La mucca pazza sembra un problema lontano, confinato oltremanica. Di fatto in pratica non se ne parla più fino al 25 ottobre 2000, quando una partita di carne infetta viene scoperta in un supermercato francese. Il successivo 7 novembre il nostro ministero della Sanità si ostina tuttavia a negare ogni rischio, con un comunicato stampa dal titolo eloquente: «Nessun rischio BSE in Italia». Ma più passano i giorni, più aumentano i casi di vache folle scoperti in Francia (già oltre centocinquanta dall’inizio dell’anno), esasperando la diffidenza dei consumatori. E così il 17 novembre il Consiglio dei ministri prende una decisione unilaterale: bloccare le importazioni dalla Francia di bovini di età superiore a diciotto mesi e di carne non disossata. La reazione del presidente francese Jacques Chirac, tra l’amarezza e il sarcasmo, non si fa attendere:
«Certi Paesi come il nostro hanno proceduto a test sistematici alla ricerca della malattia, e naturalmente quando si cerca si trova. Altri Paesi non hanno compiuto alcuna ricerca benché i loro animali si nutrano delle stesse farine e, non facendo alcuna ricerca, non hanno ovviamente trovato carne contaminata».
In effetti, nei Paesi in cui sono stati introdotti i test rapidi per l’individuazione dei prioni nei bovini, come Francia o Svizzera, i casi di BSE non hanno tardato a venire alla luce. Invece l’Italia dispiega solo un sistema di sorveglianza passivo, basato sulla segnalazione volontaria dei casi sospetti da parte degli allevatori. Come se non bastasse, proprio grazie all’introduzione dei test rapidi, nel mese di novembre vengono scoperti i primi capi infetti anche in Spagna, Paese che, secondo il Comitato scientifico dell’Unione europea, condivide con l’Italia la medesima classe di rischio: davvero un cattivo presagio.

Solo qualche settimana prima il ministro della Sanità Umberto Veronesi aveva cercato di screditare le conclusioni del rapporto sulla distribuzione geografica del rischio BSE:
«Dicono sciocchezze, si basano su un ragionamento che non ci garba per niente. Ritengono che il fatto di non avere casi di animali malati, né oggi né in passato, può dipendere dalla mancanza di controlli a tappeto. Invece per me è il contrario. I casi non ci sono stati proprio grazie alla presenza di una rete di protezione ad alto livello. [...] I nostri allevamenti sono incontaminati. [...] Da tecnico dichiaro che oggi in Italia non c’è nessun pericolo» (Corriere della Sera, 11 novembre 2000).
Veronesi è in buona compagnia. In precedenza Miguel Arias Cañete, ministro dell’Agricoltura spagnolo, aveva già etichettato come «irresponsabili e allarmiste» le conclusioni del rapporto, che collocavano la Spagna fra i Paesi in cui la BSE è presunta ma non confermata. Sempre in novembre, anche il ministro dell’Agricoltura tedesco, il socialdemocratico Karl-Heinz Funke, pur se avvertito dei rischi, dichiara immuni dalla BSE gli allevamenti bovini del suo Paese. Il 9 gennaio 2001, in seguito alla scoperta dei primi capi infetti, Funke sarà costretto a dimettersi insieme alla collega Andrea Fischer, ministro della Sanità. All’indomani, il quotidiano francese Le Monde parlerà dei due come delle prime (e forse uniche) vittime politiche dell’affaire BSE. I due ministri tedeschi, non diversamente dai loro colleghi europei, negando il pericolo hanno infranto quella che Ulrich Beck definisce la prima regola della comunicazione del rischio: «La negazione dei rischi è una delle cause principali del loro fiorire, crescere, prosperare».

Una probabilità su un milione
Il 19 dicembre 2000, adeguandosi alle norme comunitarie, in Italia la Camera approva le nuove misure anti-BSE: test rapidi obbligatori per tutti i bovini macellati dopo i trenta mesi di età a partire dal 1º gennaio. Infine, dunque, l’Italia abbandona l’inefficace sistema di sorveglianza passivo basato sulla segnalazione volontaria degli allevatori, e affida la gestione del programma di test agli istituti zooprofilattici.
Il 13 gennaio del 2001 arriva la notizia che una mucca italiana, sottoposta a un test rapido compiuto nei laboratori dell’Istituto zooprofilattico di Brescia, è risultata positiva alla BSE. È una frisona di sei anni proveniente da un allevamento di Pontevico, nel bresciano. Il numero progressivo con cui è stata sottoposta al test la renderà tristemente famosa: la “mucca 103”, il simbolo della crisi bovina nazionale. L’illusione è finita: non siamo un’isola felice. «L’Italia è in Europa» titola con amara ironia il manifesto.
Nel corso della settimana successiva crollano i consumi di carne. Alla fine di gennaio si registra una calo nelle vendite di oltre il 60% e, nonostante i ripetuti appelli alla calma del ministero della Sanità, le macellerie restano deserte: gli italiani non si fidano più. Durante la vicenda della mucca pazza il ministro è un “tecnico”, il medico Umberto Veronesi. Il suo approccio è ben descritto dal suo principale antagonista all’interno del governo, il ministro per le Politiche agricole Alfonso Pecoraro Scanio: «Veronesi ha un approccio da scienziato al problema. Guarda i numeri. Pensa ai morti possibili in termini statistici» (la Repubblica, 7 febbraio 2001).
Del resto, nota la giornalista Margherita De Bac nel libro Mucca Pazza (Avverbi, Roma 2001), Veronesi è un oncologo, e mostra il disincanto di chi è abituato a trattare con malattie che mietono milioni di morti: «Ogni attività vitale comporta dei rischi. Affrontando la questione della mucca pazza abbiamo fatto un calcolo del rischio di morire, oggi e nel prossimo futuro, della malattia di Creutzfeldt-Jakob. Questo rischio è pari a quello di contrarre il cancro al polmone fumando una sigaretta: in tutta la vita, non al giorno o alla settimana».

«La possibilità è un caso su un milione» aveva già precisato lo stesso Veronesi, qualche settimana prima, al Corriere della Sera. Così, di fronte al cronista che domanda il perché di tanta paura se il rischio per l’uomo è minimo, il ministro-scienziato risponde lapidario: «È una nevrosi collettiva».
In altre parole, nella convinzione che l’opinione pubblica sia preda di paure irrazionali, il ministro Veronesi cerca di offrire rassicurazioni affidandosi all’epidemiologia, cioè ai numeri, per mostrare quanto il rischio sia basso, o comunque trascurabile rispetto ad altri rischi già accettati in passato. Ma le macellerie deserte mostrano che questo approccio non risulta convincente, perché non tiene conto del fatto che l’accettabilità individuale e collettiva di un rischio non dipende solo dalla sua valutazione probabilistica, ma anche da giudizi etici, politici e culturali: insomma, non tutti i rischi possono essere misurati con lo stesso metro. Inoltre, è molto probabile che in quei giorni il sentimento prevalente nell’opinione pubblica non sia tanto la paura, quanto piuttosto la diffidenza, o l’indignazione per la fiducia tradita. Nei mesi precedenti il ministro ha più volte spergiurato che la carne italiana è esente da ogni rischio: chi si fida più adesso? Se viene a mancare la fiducia, qualunque messaggio sarà rigettato, indipendentemente dalla natura del suo contenuto.
Infine, quando si tratta di vicende così sensibili, anche una sola vittima può essere di troppo e le statistiche rassicuranti di Veronesi devono fare i conti con le già citate parole di Roger Tomkins, padre di Clare, una delle prime vittime della nvCJD: «Quando guido per Londra, oppure guardo una partita in TV, vedo migliaia e migliaia di persone, e penso: perché proprio mia figlia? Era un rischio minuscolo, eppure è successo. Ed è terribile».

Pesci fragola e mucche pazze
La fiducia del pubblico nell’operato del governo, dell’industria e degli esperti è dunque un elemento cruciale nella gestione dei pericoli, al punto che spesso i giudizi su un rischio nascondono in realtà un giudizio sulla credibilità delle istituzioni preposte alla sua gestione. Il ruolo cruciale della fiducia tra chi comunica e il destinatario della comunicazione è quanto mai evidente. Proprio l’assenza di tale fiducia spiega un fenomeno nell’ambito del rischio alimentare che, agli occhi di buona parte della comunità scientifica, è apparso del tutto incomprensibile e irrazionale: l’associazione fra i presunti pericoli di OGM e BSE. Il punto è che il pubblico non fa tale associazione in quanto confonde le tecniche di ingegneria genetica con le modalità di produzione dei mangimi animali: la fa proprio perché in entrambi i casi le istituzioni che avrebbero dovuto tutelare la sicurezza hanno dimostrato di non essere credibili.
Alcune ricerche sociali condotte con analisi qualitative (interviste in profondità e focus group, dove gruppi di sei-otto persone sono invitate a discutere liberamente di un argomento proposto approfondendone tutti gli aspetti, compresi quelli non previsti dai ricercatori) mostrano che nel nostro Paese il maggiore sconcerto è derivato dalla sensazione di essersi ritrovati in tavola gli alimenti transgenici senza prima ricevere un’adeguata informazione. Nei focus group, in particolare, emerge a sorpresa che in Italia i cibi transgenici non sono associati solo a mucca pazza o polli alla diossina, cioè ad altri allarmi alimentari recenti, ma anche all’incidente nucleare di Chernobyl (1986), a quello di Seveso (1976), e persino al Vajont (1963). Dalle interviste realizzate appare evidente che gli interpellati non confondono le diverse tecnologie, ma ricordano esperienze passate in cui alle rassicurazioni sono seguiti scandali che ne hanno mostrato l’inaffidabilità. La sensazione di essere trattati come cavie non è rara, e l’idea che la logica del profitto possa avere la meglio su ogni altra considerazione, compresa la salute delle persone, è fonte di grande preoccupazione.
L’associazione tra biotecnologie agroalimentari e BSE non è tuttavia una prerogativa italiana. Al contrario, le motivazioni che spingono ad accomunare le due vicende sono le stesse in tutti i Paesi europei: venuta meno la fiducia nelle istituzioni preposte alla tutela della salute pubblica, quello che si teme è che le nefandezze che hanno generato e accompagnato la mucca pazza (logica del profitto, cedevolezza alle pressioni di lobby economiche, mancata considerazione degli effetti negativi derivanti dalla violazione di processi naturali, negazione dei rischi da parte degli organi di governo, incertezza scientifica, colpevoli ritardi nell’adottare misure di contenimento) possano ripetersi nel caso degli alimenti transgenici.
Giancarlo Sturloni

Qui si recensisce Tom Bethell sulla junk-science

Le paure dei benpensanti balla per balla in un grande vademecum di un grande opinionist americano

Dal nucleare al riscaldamento globale, dall’AIDS all’estinzione delle specie animali, dalle cellule staminali alla clonazione passando per l’insegnamento dell’evoluzionismo, non c’è giorno che il pubblico dei Paesi industrializzati non sia tempestato da emergenze politiche basate su controverse teorie scientifiche. La tentazione è quella di disinteressarsene e di lasciare mano libera agli esperti.
Ma sarebbe un errore gravissimo, come spiega l’opinionista dello statunitense The American Spectator Thomas Bethell nella brillantissima guida politicamente scorretta alla scienza da poco pubblicata negli Stati Uniti.
The Politically Incorrect Guide to Science (Regnery, Washington 2005) non è peraltro, come potrebbe sembrare a prima vista, un libro contro la scienza, ma una difesa del corretto metodo scientifico dagli abusi compiuti in suo nome. Bethell è infatti uno dei pochi scrittori, assieme al romanziere Michael Crichton, che hanno il coraggio di denunciare l’uso distorto della scienza da parte di ciarlatani che ingannano i giornalisti creduloni e scatenano isterie di massa al solo scopo di ottenere pubblicità, potere politico e finanziamenti statali. È infatti una caratteristica immancabile di queste “crisi imminenti” quella di richiedere sempre più interventi dello Stato, mai meno.
Per inquadrare il problema, in Italia possiamo pensare a un personaggio onnipresente sui media come Mario Tozzi, che quotidianamente dispensa al pubblico le proprie “verità scientifiche” ecologiste, malthusiane, anticristiane e anticapitaliste, e che è solito rispondere ai critici ostentando con arroganza credenziali di scienziato. In realtà, come si comprende leggendo un libro come quello di Bethell, uno come Tozzi non fa scienza, ma politica.

Il valore predittivo di questa junk-science, la scienza-spazzatura, è del resto praticamente nullo: sono ormai 40 anni, infatti, che gli ambientalisti radicali sbagliano una previsione dopo l’altra, senza avere mai fatto ammenda.
I giornalisti, da parte loro, sono responsabili di atteggiamenti sin troppo condiscendenti verso gli “esperti” scientifici di tale fatta, anche quando la cautela sarebbe stata doverosa. Si possono ricordare, a questo proposito, le aspettative miracolistiche suscitate dalla stampa riguardo il progetto di ricerca sul genoma umano finanziato dal governo statunitense, i cui risultati concreti però non si sono mai materializzati. Oppure il recente caso del dottore sudcoreano Hwang Woo Suk, a lungo esaltato dai giornali e dalla televisione per i successi raggiunti nella ricerca sulla clonazione e sulle cellule staminali, rivelatisi poi volgarmente contraffatti.
Il pubblico, infatti, raramente viene messo a conoscenza delle lacune e delle carenze presenti nelle teorie scientifiche che stanno alla base d’importanti decisioni di politica pubblica.
Il caso più grave è probabilmente quello del Protocollo di Kyoto sulla riduzione delle emissioni di gas nocivi che provocano il cosiddetto effetto-serra. Pochi però sanno che le teorie che attribuiscono a cause umane il presunto riscaldamento globale non hanno alcun fondamento scientifico sicuro e che l’applicazione rigorosa del Protocollo avrebbe ripercussioni devastanti sulle economie dei Paesi industrializzati (come ha documentato anche il libro Dall’effetto serra alla pianificazione economica, curato dall’Istituto Bruno Leoni e pubblicato da Rubbettino e Facco fra Soveria Mannelli, Catanzaro, e Treviglio, Bergamo, nel 2003).

La politica ammantata da scienza ha peraltro già fatto troppi danni in passato perché si continui a restare passivi. Bethell ricorda il caso del DDT, un insetticida formidabile il cui bando nel 1972 ha provocato nel Terzo Mondo la morte per malaria di milioni di persone. Vittime reali, mentre sono del tutto gonfiate le ecatombi di AIDS nell’Africa subsahariana.
L’epidemia di AIDS è stata infatti inventata, per ragioni politiche, nel corso di un incontro internazionale svoltosi a Bangui, in Centrafrica, nel 1985. Da allora, mentre gli “esperti” diffondevano terrificanti paragoni con la peste nera che nel Medioevo sterminò un terzo degli europei, la popolazione dei Paesi dell’Africa Meridionale ha conosciuto la più alta crescita demografica del mondo, passando da 434 milioni a 733 milioni di persone. In 20 anni, insomma, il risultato della “terribile piaga” è stato quello di aver incrementato la popolazione del 70%, cioè un numero pari all’intera popolazione degli Stati Uniti... Negare l’esistenza dell’epidemia è però ancora tabù e sui giornalisti africani che hanno tentato d’indagare è caduto l’ostracismo generalizzato.
Bethell smonta infine altri miti “scientificamente corretti” quali la pericolosità del nucleare,  la dannosità delle radiazioni e delle sostanze chimiche assunte in bassa quantità e la scomparsa della biodiversità (negli ultimi decenni il numero delle specie animali scoperte e osservate per la prima volta eccede enormemente quello delle specie estinte). Non manca nemmeno quello supremo, l’evoluzione darwiniana, che, pur spacciata come oggettiva, non trova in realtà alcuna conferma nei reperti fossili. Le prove mancanti dell’evoluzione vengono supplite da speculazioni a posteriori, ragionamenti tautologici, parallelismi carenti di contenuto, vuota retorica, esperimenti viziati o inconcludenti, speranze di scoperte future, minacce di scomunica per gli infedeli (“oscurantisti” e “fondamentalisti”) e vere e proprie frodi (Dall’uomo di Piltdown all’archeopterix). Così procede la scienza politicamente corretta.
Guglielmo Piombini

E qui Tom Bethell parla della junk-research

La ricerca farlocca che campa con i fantastiliardi di Stato mentre potrebbe rischiare e sbagliare bene da sola

Quando lavoravo alla mia guida politicamente scorretta della scienza, le persone con cui parlavo dell’argomento affrontato nel libro reagivano a volte in maniera sbalordita: “Come può la scienza essere politicizzata?”; “L’acqua è una combinazione d’idrogeno e ossigeno. Questo è un fatto, non politica!”
Il problema è che “chi paga compra”; e quando è il governo a sborsare il denaro, la verità non è la priorità principale. Sono più importanti gli articoli di giornale capaci di suscitare speranze esagerate o, al contrario, di spaventare la gente, come nel recente caso dell’influenza aviaria. Il pubblico, infatti, per evitare un’epidemia è ben felice di accettare un forte aumento del budget della Sanità pubblica. Per quanto riguarda invece le speranze esagerate, basterebbe leggere quello che si scriveva qualche anno fa sul Progetto Genoma Umano e quello che si scrive oggi a proposito della ricerca sulle cellule staminali.
C’è però un altro problema fondamentale. Un principio base della scienza è che la pratica ha la precedenza sulla teoria. Se qualcosa funziona, non si può negarne l’esistenza solo perché i teorici non ne conoscono il motivo. La scienza dipende quindi dalla prova e dall’errore, e la ricerca privata procede attraverso una gran quantità di prove e un numero quasi altrettanto elevato di errori. Il capitale viene investito in un’ampia gamma di idee e di approcci, dei quali forse uno solo si rivelerà remunerativo. O forse nessuno.
Il governo, al contrario, è monopolistico per natura. È difficile per i burocrati finanziare diverse teorie in conflitto tra loro poiché darebbero l’impressione di agire a casaccio. Molto denaro andrebbe necessariamente “sprecato” e i politici temono un’accusa del genere. Per questo tendono a puntare tutto su un cavallo unico.

Nel settore privato, invece, lo “spreco” viene chiamato “rischio”. Storicamente, la concorrenza tra diverse teorie è sempre stata la forza che ha spinto il progresso scientifico. Proprio come il sistema concorrenziale di mercato costringe le imprese a innovare, allo stesso modo la competizione tra teorie spinge la scienza a indagare nuovi punti di vista. Gl’individui e le compagnie private sono stati i protagonisti di questo processo: il più rapido avanzamento scientifico degli ultimi decenni, nell’informatica e nelle comunicazioni, è stato realizzato da imprese private. Ha richiesto molti rischi e molti investimenti “sprecati”, ma ha generato anche un progresso fenomenale.
Le burocrazie statali create appositamente per fare ricerca scientifica, come l’Istituto Nazionale di Sanità, finiscono spesso per ostacolare, anche inavvertitamente, il perseguimento di teorie alternative. Le commissioni di esperti che decidono quali progetti finanziare sono infatti composte inevitabilmente da scienziati che seguono la teoria dominante.
Un buon esempio è l’Istituto Nazionale per la ricerca sul Cancro. Quando nel 1971 il presidente Richard M. Nixon dichiarò la “guerra al cancro”, tutti erano convinti che l’aumento dei finanziamenti avrebbe accelerato in egual misura il progresso nella ricerca. È questa l’equazione che i sostenitori di un maggiore intervento statale non mettono mai in discussione. La previsione era che si sarebbe scoperta una cura contro il cancro entro il 1976.

Oggi il finanziamento statale alla ricerca sul cancro è massiccio (oltre 5 miliardi di dollari vengono destinati al solo Istituto Nazionale per la ricerca sul Cancro negli USA) ma i progressi fatti sono pochi, a parte qualche consiglio sulla prevenzione. Il problema è che dal 1976 a oggi la maggior parte dei finanziamenti pubblici sono stati indirizzati verso un unico campo di ricerca: la teoria della mutazione genetica come causa del cancro, grazie alla quale diversi scienziati di prestigio hanno vinto il Premio Nobel. Questa teoria potrebbe però essere scorretta e nel mio libro dedico un intero capitolo all’argomento. Il problema è che non è stato ancora osservato un gene, singolo o in combinazione con altri, capace di trasformare una normale cellula in una cellula cancerogena.
Quando la stampa inizia a fare campagne a favore di maggiori finanziamenti statali in un settore che promette grandi progressi è segno che le prospettive in realtà non sono buone.
L’esempio migliore è quello delle cellule staminali embrionali. Si badi che negli Stati Uniti questa ricerca è perfettamente legale, ma il finanziamento da parte del governo federale è stato vietato per ragioni etiche. Il provvedimento ha suscitato forti proteste tra coloro che confondono il finanziamento pubblico alla scienza con la libertà della ricerca scientifica e i singoli Stati dell’Unione si sono sentiti in dovere di correre ai ripari. L’anno scorso, in California, gli elettori hanno approvato una proposta che destina 3 miliardi di dollari dei contribuenti alla ricerca sulle cellule staminali. 

Uno dei sostenitori della proposta è stato Bill Gates della Microsoft. Ma se Gates è così convinto della bontà della causa perché non fonda un’impresa di biotecnologie e assume i migliori ricercatori? Le prospettive di guadagno dovrebbero essere enormi, dopo tutto ciò che si è detto sulle potenzialità delle cellule staminali embrionali di curare il diabete, il Parkinson, l’Alzheimer e altre malattie molto diffuse. In verità, a partire dal 1998, l’anno in cui furono scoperte le cellule staminali, diverse compagnie hanno investito in questo tipo di biotecnologie. All’inizio il valore delle loro azioni è cresciuto rapidamente, ma poi è crollato due anni fa. L’appello ai finanziamenti governativi è il miglior indicatore del fatto che le prospettive per le nuove cure, in fin dei conti, non sono buone.
In settembre i più esperti scienziati del ramo hanno tenuto un incontro a San Francisco per decidere come utilizzare i 3 miliardi di dollari del governo californiano e hanno ammesso che la scoperta di nuove cure «non è affatto vicina e che forse ci vorranno decenni»: così ha riportato il San Francisco Chronicle. Una confessione giunta però solo dopo aver ottenuto i finanziamenti.
Le argomentazioni moralisteggianti sono insomma sembrate una recita per nascondere la reale mancanza di progressi scientifici.
Thomas Bethell
(traduzione di Guglielmo Piombini)

Quanti disastri prima di mettere in crisi il “modello deficitario”

Un’immagine radicata nel nostro inconscio collettivo circonda lo scienziato di un’aura superiore. Chiuso nel laboratorio sterile, egli opera per il bene di tutti in maniera equanime, oggettiva. Ciò che la scienza scopre è indubbiamente vero. Ciò che asserisce, che decide, è incontrovertibile e preciso.
C’è voluto molto tempo prima di appannarla, quell’immagine. Convenzionalmente la svolta  si fa coincidere con l’atomica su Hiroshima: da allora, come fu detto (da uno scienziato insigne), «la scienza ha perso la verginità». Ma i problemi erano appena cominciati. Giancarlo Sturloni, che oltre a insegnare Comunicazione del rischio è responsabile del progetto del Master in Comunicazione della scienza alla SISSA di Trieste, dedica un libro preciso e spietato, oltre che svelto e coinvolgente, a spiegarci quali e quanti sono, questi problemi. Il libro è Le mele di Chernobyl sono buone. Mezzo secolo di rischio tecnologico (Sironi, Milano  2006, pp.272, e16,00), dal quale qui a fianco è estratto il capitolo 12, “Rischio negato, fiducia tradita”.
In sintesi draconiana, quei problemi sono essenzialmente tre: lo statuto della scienza, il suo contesto, le modalità e i diritti dell’informazione pubblica in un’epoca dove i pericoli hanno dimensione globale.
Lo statuto della scienza si è andato modificando col progredire della sua efficacia pratica: non più in prevalenza speculativa, essa si traduce in strumenti e produzioni tecnologiche che investono l’uomo e l’ambiente.

I problemi di contesto sono diretta conseguenza della scienza contemporanea. Casi come il guasto al rettore nucleare di Chernobyl, in URSS, o la fuoruscita di gas nocivo da un’azienda chimica a Bhopal, in India, mostrano come interessi militari o commerciali facilmente (fatalmente?) espongano tecnologie delicate alla banalizzazione, all’incuria o all’abbandono. Altri casi, come le epidemie della “mucca pazza” e dell’influenza aviaria, o la diffusione della focomelia in seguito all’assunzione di talidomide, mostrano che ragioni analoghe spesso inducono uomini a non assumersi tutte le responsabilità delle conseguenze che procedimenti tecnologici innovativi e vantaggiosi potrebbero comportare a carico di molti o moltissimi innocenti.
E si viene al terzo problema. Quello che riguarda la comunicazione del rischio. Qui s’annida il “principio deficitario”, secondo cui alcuni sanno e decidono e i molti non addetti ai lavori sono tenuti all’oscuro e subiscono. Decenni di scandali disastrosi hanno dimostrato che è un principio sbagliato e insufficiente. Né, d’altra parte, può prevalere la “sindrome Nimby” (Not In My Backyard, “non nel mio giardino”) che schiera pregiudizialmente i fastidi privati contro il bene di tutti.
è una battaglia politica, culturale ed etica di civiltà, ed è appena cominciata.
Giuseppe Romano
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