La mucca era pazza, ma in buona compagnia
Il
rischio tecnologico & il diritto all’informazione: gli scienziati,
i politici, la gente. La scienza fa progressi ma fa anche danni, quando
non sa quali conseguenze implicheranno le sue innovazioni tecnologiche.
Il difficile equilibrio tra il rischio (spesso negato) e l’altrui
fiducia (spesso tradita) rende necessario precisare le modalità
dell’informazione al pubblico e quelle del diritto al veto. Casi
emblematici: dalla BSE a Chernobyl, dai miasmi di Bhopal e di Seveso
all’allarme aviaria
La crisi innescata dalla mucca pazza
e dal conflitto sugli OGM ha imposto una profonda revisione delle
modalità con cui i rischi tecnologici sono gestiti e comunicati al
pubblico da parte degli esperti, due azioni tra loro sempre più
strettamente interconnesse. La crescente richiesta del pubblico di
avere accesso a informazioni chiare, esaurienti e trasparenti (cui
concorre per esempio l’etichetta per alimenti contenenti ingredienti
transgenici), oltre a essere un prerequisito per esercitare le scelte
individuali in libertà e autonomia, esprime anche l’esigenza di essere
più attivamente coinvolti nei processi decisionali, per poter
esercitare appieno il proprio diritto di cittadinanza in uno stato
democratico.
Dai numeri al dialogo
A partire dagli anni Novanta diviene evidente che le rassicurazioni
generiche, l’ipse dixit degli esperti o, peggio, il silenzio mantenuto
per coprire l’esistenza dei pericoli non hanno alcun potere di
tranquillizzare l’opinione pubblica. Al contrario, danno luogo alla
perdita di fiducia nei confronti delle istituzioni politiche o
scientifiche. È quanto accaduto nel caso della BSE e degli alimenti
transgenici, costringendo molti Paesi europei a rivedere le politiche
sulla sicurezza alimentare, proprio a partire dalle strategie di
comunicazione pubblica dei rischi. Ecco quello che si legge nella
relazione finale della BSE Inquiry, l’inchiesta del Parlamento
britannico a proposito della mucca pazza:
«Il governo ha introdotto misure per proteggere dal rischio BSE tanto
il bestiame quanto i consumatori, ma la possibilità di un rischio
mortale per questi ultimi non è stata comunicata al pubblico né ai
soggetti preposti ad attuare e imporre le misure precauzionali. […] Il
governo non ha mentito al pubblico sulla BSE. Riteneva che i rischi di
contagio per gli esseri umani fossero remoti, e per questo si è
preoccupato soprattutto di prevenire reazioni troppo allarmistiche
nell’opinione pubblica. È ormai chiaro che questa campagna rassicurante
è stata un errore. Quando, il 20 marzo 1996, il governo ha annunciato
che con ogni probabilità la BSE era stata trasmessa a esseri umani, il
pubblico si è sentito tradito. E la perdita di fiducia nelle
dichiarazioni del governo sulle situazioni di rischio è stato un
ulteriore e grave effetto della BSE» (House of Commons, The BSE Inquiry
Report. Vol I. Findings & Conclusions, The Stationery Office Books,
London 2000).
In fondo è una storia già sentita: le modalità con cui i rischi sono
comunicati al pubblico sembrano essersi evolute proprio inseguendo
affannosamente gli eventi, spesso drammatici, che hanno segnato la
storia delle società occidentali a partire dalla seconda metà del XX
secolo. Nel 1995 il sociologo Baruch Fischhoff tenta di delineare una
sintesi, suddividendo idealmente l’evolversi delle strategie di
comunicazione dei rischi in una successione di fasi diacroniche. In
sostanza, sostiene Fischhoff, dopo una fase iniziale in cui la
comunicazione pubblica dei rischi era praticamente inesistente e non
percepita come necessaria, a partire dagli anni Settanta, grazie anche
all’affermarsi di una più radicata cultura ambientalista, tecnici e
analisti sono passati a una seconda fase di elaborazione e divulgazione
di “numeri” che potessero quantificare l’entità dei rischi per
l’ambiente e la salute imputabili ai grandi impianti industriali.
L’idea era che si potesse convincere la gente ad accettare determinati
rischi (a partire da quelli legati alla produzione di energia nucleare)
mostrando, attraverso i risultati “oggettivi” dell’analisi statistica,
che la probabilità di un incidente era estremamente bassa e che,
pertanto, non c’era nulla da temere. Così l’antropologa inglese Mary
Douglas riassume, non senza un pizzico di ironia, questo tipo di
approccio tecnocratico:
«Il contributo ingegneristico presuppone che la collettività consista
di individui isolati e indipendenti che naturalmente si comportano come
ingegneri: desiderano conoscere i fatti e questi fatti, una volta
presentati in maniera chiara, li persuaderanno della sicurezza o della
pericolosità di una proposta. […] A volte il rischio si calcola in
giorni o minuti in meno sulla durata di vita presunta, o in quote
percentuali di alcuni milioni di punti, illustrate da grafici.
Conoscere tali fatti metterà a tacere ogni timore» (Mary Douglas, Come
percepiamo il pericolo, Feltrinelli, Milano 1991).
Quella dei primi anni Settanta era evidentemente una comunicazione
unidirezionale, dall’alto verso il basso (o top-down), dagli esperti
verso il pubblico, in cui ogni forma di interazione si esauriva, nel
migliore dei casi, nel tentativo di tradurre in un linguaggio meno
specialistico l’informazione sui rischi.
In breve tempo si è tuttavia constatato che l’evidenza statistica non
sembrava capace di dissolvere sospetti e timori, e si è fatta avanti la
convinzione che l’ostilità nei confronti delle nuove tecnologie
risultasse in certi casi alimentata da pregiudizi e credenze di natura
irrazionale, in altri imputabile all’incapacità del pubblico di
comprendere appieno i fatti della scienza. Si è così tentato di
ricorrere a paragoni e analogie che potessero spiegare, di volta in
volta e anche a chi non possedeva una vera preparazione scientifica,
come rischi di pari o maggiore entità fossero stati già accettati in
passato, e come un’attenta valutazione del rapporto fra rischi e
benefici avrebbe mostrato che le nuove tecnologie in fondo erano un
buon affare.
Solo a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta, pur senza
abbandonare del tutto l’approccio paternalistico che aveva
caratterizzato le fasi precedenti, si cominciano a considerare anche le
aspettative e le differenti percezioni del pubblico, che inizia a
essere concepito come un soggetto attivo. In seguito alla traumatica
esperienza di Chernobyl e ai primi concreti successi del movimento
ambientalista – che in molti Paesi occidentali riesce a rallentare lo
sviluppo o addirittura a imporre l’abbandono della tecnologia nucleare
– la comunicazione del rischio inizia a organizzarsi intorno ai criteri
della credibilità e della fiducia, spesso adottando modelli sviluppati
nell’ambito delle pubbliche relazioni. A dire il vero, si tratta ancora
di tentativi mal dissimulati di persuadere il pubblico ad assumere i
rischi delle nuove tecnologie, senza mai aprire un vero confronto fra i
diversi punti di vista. Tuttavia inizia a farsi strada l’idea che
l’accettazione pubblica delle applicazioni tecnologiche non dovrebbe
essere un mero processo di persuasione a posteriori, quando altri
abbiano già prese tutte le decisioni importanti e i giochi siano
chiusi.
I primi tentativi di coinvolgere attivamente il pubblico,
considerandolo un possibile partner nei processi decisionali, si
attuano intorno alla metà degli anni Novanta, inaugurando l’ultima fase
nell’evoluzione della comunicazione del rischio. Lo shock per la
durissima opposizione incontrata dagli OGM in Europa trasforma in
necessità la ricerca di un dialogo capace di scongiurare la possibilità
che le controversie sulle nuove tecnologie degenerino in veri e propri
conflitti sociali. Come vedremo più avanti, le parole d’ordine
diventano negoziazione, engagement (coinvolgimento), partecipazione
pubblica; si sperimentano inedite forme di comunicazione dialogica, in
grado di integrare i diversi saperi e la molteplicità degli interessi e
delle prospettive: c’è ormai una piena consapevolezza che la gente è
disposta ad ascoltare la voce degli esperti solo se avverte che a sua
volta le proprie ragioni troveranno ascolto.
Naturalmente, la successione diacronica proposta da Fischhoff deve
essere letta come un utile strumento interpretativo, ma rappresenta
un’idealizzazione, senza alcuna pretesa di riprodurre in modo rigido
una realtà complessa non esente da sovrapposizioni, in cui nessuna
delle fasi illustrate è mai stata superata e abbandonata del tutto.
È invece interessante notare come i mutamenti nella comunicazione del
rischio, più che il contenuto delle informazioni, investano il numero e
il ruolo dei diversi attori coinvolti. L’aspetto più rilevante di
questa evoluzione riguarda infatti il maggior numero di gruppi sociali
che contribuiscono in modo rilevante alla discussione pubblica sui
rischi della modernità.
Un problema lontano
Nell’estate del 2000 il comitato scientifico dell’Unione europea rende
noti i risultati di uno studio sulla distribuzione geografica del
rischio BSE, realizzato dai cinquanta maggiori esperti di encefalopatia
spongiforme bovina. I quindici Paesi che compongono l’Unione sono
divisi in quattro classi di rischio. In quarta classe, «alto rischio»,
si trovano Gran Bretagna e Portogallo. L’Italia, insieme a Spagna e
Germania, viene posta nel primo dei due sottogruppi in cui è divisa la
terza classe, dove la BSE è ritenuta «probabile ma non confermata». Al
secondo sottogruppo della terza classe appartiene la Francia, dove la
presenza della BSE, seppure non a livelli endemici, è già stata
accertata. In seconda classe, «rischio improbabile», ci sono Paesi come
Austria o Finlandia. Alla prima classe, «presenza di bovini malati o
infetti altamente improbabile», non accede alcun Paese dell’Unione
(EFSA, Report on the Assessment of the Geographical BSE-Risk of Italy,
luglio 2000).
Il severo giudizio sull’Italia si basa sulla constatazione che il
nostro Paese, mancando di una rete di sorveglianza adeguata e
affidabile, per anni ha importato grandi quantità di mangimi
contaminati e bestiame potenzialmente infetto da nazioni già colpite
dall’epidemia. Il 1º agosto il ministero della Sanità minimizza le
conclusioni del rapporto, affermando che «non può essere considerato
fonte di allarme» in quanto è solo «una analisi teorica e non una
valutazione dello stato sanitario del Paese».
La mucca pazza sembra un problema lontano, confinato oltremanica. Di
fatto in pratica non se ne parla più fino al 25 ottobre 2000, quando
una partita di carne infetta viene scoperta in un supermercato
francese. Il successivo 7 novembre il nostro ministero della Sanità si
ostina tuttavia a negare ogni rischio, con un comunicato stampa dal
titolo eloquente: «Nessun rischio BSE in Italia». Ma più passano i
giorni, più aumentano i casi di vache folle scoperti in Francia (già
oltre centocinquanta dall’inizio dell’anno), esasperando la diffidenza
dei consumatori. E così il 17 novembre il Consiglio dei ministri prende
una decisione unilaterale: bloccare le importazioni dalla Francia di
bovini di età superiore a diciotto mesi e di carne non disossata. La
reazione del presidente francese Jacques Chirac, tra l’amarezza e il
sarcasmo, non si fa attendere:
«Certi Paesi come il nostro hanno proceduto a test sistematici alla
ricerca della malattia, e naturalmente quando si cerca si trova. Altri
Paesi non hanno compiuto alcuna ricerca benché i loro animali si
nutrano delle stesse farine e, non facendo alcuna ricerca, non hanno
ovviamente trovato carne contaminata».
In effetti, nei Paesi in cui sono stati introdotti i test rapidi per
l’individuazione dei prioni nei bovini, come Francia o Svizzera, i casi
di BSE non hanno tardato a venire alla luce. Invece l’Italia dispiega
solo un sistema di sorveglianza passivo, basato sulla segnalazione
volontaria dei casi sospetti da parte degli allevatori. Come se non
bastasse, proprio grazie all’introduzione dei test rapidi, nel mese di
novembre vengono scoperti i primi capi infetti anche in Spagna, Paese
che, secondo il Comitato scientifico dell’Unione europea, condivide con
l’Italia la medesima classe di rischio: davvero un cattivo presagio.
Solo qualche settimana prima il ministro della Sanità Umberto Veronesi
aveva cercato di screditare le conclusioni del rapporto sulla
distribuzione geografica del rischio BSE:
«Dicono sciocchezze, si basano su un ragionamento che non ci garba per
niente. Ritengono che il fatto di non avere casi di animali malati, né
oggi né in passato, può dipendere dalla mancanza di controlli a
tappeto. Invece per me è il contrario. I casi non ci sono stati proprio
grazie alla presenza di una rete di protezione ad alto livello. [...] I
nostri allevamenti sono incontaminati. [...] Da tecnico dichiaro che
oggi in Italia non c’è nessun pericolo» (Corriere della Sera, 11
novembre 2000).
Veronesi è in buona compagnia. In precedenza Miguel Arias Cañete,
ministro dell’Agricoltura spagnolo, aveva già etichettato come
«irresponsabili e allarmiste» le conclusioni del rapporto, che
collocavano la Spagna fra i Paesi in cui la BSE è presunta ma non
confermata. Sempre in novembre, anche il ministro dell’Agricoltura
tedesco, il socialdemocratico Karl-Heinz Funke, pur se avvertito dei
rischi, dichiara immuni dalla BSE gli allevamenti bovini del suo Paese.
Il 9 gennaio 2001, in seguito alla scoperta dei primi capi infetti,
Funke sarà costretto a dimettersi insieme alla collega Andrea Fischer,
ministro della Sanità. All’indomani, il quotidiano francese Le Monde
parlerà dei due come delle prime (e forse uniche) vittime politiche
dell’affaire BSE. I due ministri tedeschi, non diversamente dai loro
colleghi europei, negando il pericolo hanno infranto quella che Ulrich
Beck definisce la prima regola della comunicazione del rischio: «La
negazione dei rischi è una delle cause principali del loro fiorire,
crescere, prosperare».
Una probabilità su un milione
Il 19 dicembre 2000, adeguandosi alle norme comunitarie, in Italia la
Camera approva le nuove misure anti-BSE: test rapidi obbligatori per
tutti i bovini macellati dopo i trenta mesi di età a partire dal 1º
gennaio. Infine, dunque, l’Italia abbandona l’inefficace sistema di
sorveglianza passivo basato sulla segnalazione volontaria degli
allevatori, e affida la gestione del programma di test agli istituti
zooprofilattici.
Il 13 gennaio del 2001 arriva la notizia che una mucca italiana,
sottoposta a un test rapido compiuto nei laboratori dell’Istituto
zooprofilattico di Brescia, è risultata positiva alla BSE. È una
frisona di sei anni proveniente da un allevamento di Pontevico, nel
bresciano. Il numero progressivo con cui è stata sottoposta al test la
renderà tristemente famosa: la “mucca 103”, il simbolo della crisi
bovina nazionale. L’illusione è finita: non siamo un’isola felice.
«L’Italia è in Europa» titola con amara ironia il manifesto.
Nel corso della settimana successiva crollano i consumi di carne. Alla
fine di gennaio si registra una calo nelle vendite di oltre il 60% e,
nonostante i ripetuti appelli alla calma del ministero della Sanità, le
macellerie restano deserte: gli italiani non si fidano più. Durante la
vicenda della mucca pazza il ministro è un “tecnico”, il medico Umberto
Veronesi. Il suo approccio è ben descritto dal suo principale
antagonista all’interno del governo, il ministro per le Politiche
agricole Alfonso Pecoraro Scanio: «Veronesi ha un approccio da
scienziato al problema. Guarda i numeri. Pensa ai morti possibili in
termini statistici» (la Repubblica, 7 febbraio 2001).
Del resto, nota la giornalista Margherita De Bac nel libro Mucca Pazza
(Avverbi, Roma 2001), Veronesi è un oncologo, e mostra il disincanto di
chi è abituato a trattare con malattie che mietono milioni di morti:
«Ogni attività vitale comporta dei rischi. Affrontando la questione
della mucca pazza abbiamo fatto un calcolo del rischio di morire, oggi
e nel prossimo futuro, della malattia di Creutzfeldt-Jakob. Questo
rischio è pari a quello di contrarre il cancro al polmone fumando una
sigaretta: in tutta la vita, non al giorno o alla settimana».
«La possibilità è un caso su un milione» aveva già precisato lo stesso
Veronesi, qualche settimana prima, al Corriere della Sera. Così, di
fronte al cronista che domanda il perché di tanta paura se il rischio
per l’uomo è minimo, il ministro-scienziato risponde lapidario: «È una
nevrosi collettiva».
In altre parole, nella convinzione che l’opinione pubblica sia preda di
paure irrazionali, il ministro Veronesi cerca di offrire rassicurazioni
affidandosi all’epidemiologia, cioè ai numeri, per mostrare quanto il
rischio sia basso, o comunque trascurabile rispetto ad altri rischi già
accettati in passato. Ma le macellerie deserte mostrano che questo
approccio non risulta convincente, perché non tiene conto del fatto che
l’accettabilità individuale e collettiva di un rischio non dipende solo
dalla sua valutazione probabilistica, ma anche da giudizi etici,
politici e culturali: insomma, non tutti i rischi possono essere
misurati con lo stesso metro. Inoltre, è molto probabile che in quei
giorni il sentimento prevalente nell’opinione pubblica non sia tanto la
paura, quanto piuttosto la diffidenza, o l’indignazione per la fiducia
tradita. Nei mesi precedenti il ministro ha più volte spergiurato che
la carne italiana è esente da ogni rischio: chi si fida più adesso? Se
viene a mancare la fiducia, qualunque messaggio sarà rigettato,
indipendentemente dalla natura del suo contenuto.
Infine, quando si tratta di vicende così sensibili, anche una sola
vittima può essere di troppo e le statistiche rassicuranti di Veronesi
devono fare i conti con le già citate parole di Roger Tomkins, padre di
Clare, una delle prime vittime della nvCJD: «Quando guido per Londra,
oppure guardo una partita in TV, vedo migliaia e migliaia di persone, e
penso: perché proprio mia figlia? Era un rischio minuscolo, eppure è
successo. Ed è terribile».
Pesci fragola e mucche pazze
La fiducia del pubblico nell’operato del governo, dell’industria e
degli esperti è dunque un elemento cruciale nella gestione dei
pericoli, al punto che spesso i giudizi su un rischio nascondono in
realtà un giudizio sulla credibilità delle istituzioni preposte alla
sua gestione. Il ruolo cruciale della fiducia tra chi comunica e il
destinatario della comunicazione è quanto mai evidente. Proprio
l’assenza di tale fiducia spiega un fenomeno nell’ambito del rischio
alimentare che, agli occhi di buona parte della comunità scientifica, è
apparso del tutto incomprensibile e irrazionale: l’associazione fra i
presunti pericoli di OGM e BSE. Il punto è che il pubblico non fa tale
associazione in quanto confonde le tecniche di ingegneria genetica con
le modalità di produzione dei mangimi animali: la fa proprio perché in
entrambi i casi le istituzioni che avrebbero dovuto tutelare la
sicurezza hanno dimostrato di non essere credibili.
Alcune ricerche sociali condotte con analisi qualitative (interviste in
profondità e focus group, dove gruppi di sei-otto persone sono invitate
a discutere liberamente di un argomento proposto approfondendone tutti
gli aspetti, compresi quelli non previsti dai ricercatori) mostrano che
nel nostro Paese il maggiore sconcerto è derivato dalla sensazione di
essersi ritrovati in tavola gli alimenti transgenici senza prima
ricevere un’adeguata informazione. Nei focus group, in particolare,
emerge a sorpresa che in Italia i cibi transgenici non sono associati
solo a mucca pazza o polli alla diossina, cioè ad altri allarmi
alimentari recenti, ma anche all’incidente nucleare di Chernobyl
(1986), a quello di Seveso (1976), e persino al Vajont (1963). Dalle
interviste realizzate appare evidente che gli interpellati non
confondono le diverse tecnologie, ma ricordano esperienze passate in
cui alle rassicurazioni sono seguiti scandali che ne hanno mostrato
l’inaffidabilità. La sensazione di essere trattati come cavie non è
rara, e l’idea che la logica del profitto possa avere la meglio su ogni
altra considerazione, compresa la salute delle persone, è fonte di
grande preoccupazione.
L’associazione tra biotecnologie agroalimentari e BSE non è tuttavia
una prerogativa italiana. Al contrario, le motivazioni che spingono ad
accomunare le due vicende sono le stesse in tutti i Paesi europei:
venuta meno la fiducia nelle istituzioni preposte alla tutela della
salute pubblica, quello che si teme è che le nefandezze che hanno
generato e accompagnato la mucca pazza (logica del profitto,
cedevolezza alle pressioni di lobby economiche, mancata considerazione
degli effetti negativi derivanti dalla violazione di processi naturali,
negazione dei rischi da parte degli organi di governo, incertezza
scientifica, colpevoli ritardi nell’adottare misure di contenimento)
possano ripetersi nel caso degli alimenti transgenici.
Giancarlo Sturloni
Qui si recensisce Tom Bethell sulla junk-science
Le paure dei benpensanti balla per balla in un grande vademecum di un grande opinionist americano
Dal nucleare al riscaldamento
globale, dall’AIDS all’estinzione delle specie animali, dalle cellule
staminali alla clonazione passando per l’insegnamento
dell’evoluzionismo, non c’è giorno che il pubblico dei Paesi
industrializzati non sia tempestato da emergenze politiche basate su
controverse teorie scientifiche. La tentazione è quella di
disinteressarsene e di lasciare mano libera agli esperti.
Ma sarebbe un errore gravissimo, come spiega l’opinionista dello
statunitense The American Spectator Thomas Bethell nella brillantissima
guida politicamente scorretta alla scienza da poco pubblicata negli
Stati Uniti.
The Politically Incorrect Guide to Science (Regnery, Washington 2005)
non è peraltro, come potrebbe sembrare a prima vista, un libro contro
la scienza, ma una difesa del corretto metodo scientifico dagli abusi
compiuti in suo nome. Bethell è infatti uno dei pochi scrittori,
assieme al romanziere Michael Crichton, che hanno il coraggio di
denunciare l’uso distorto della scienza da parte di ciarlatani che
ingannano i giornalisti creduloni e scatenano isterie di massa al solo
scopo di ottenere pubblicità, potere politico e finanziamenti statali.
È infatti una caratteristica immancabile di queste “crisi imminenti”
quella di richiedere sempre più interventi dello Stato, mai meno.
Per inquadrare il problema, in Italia possiamo pensare a un personaggio
onnipresente sui media come Mario Tozzi, che quotidianamente dispensa
al pubblico le proprie “verità scientifiche” ecologiste, malthusiane,
anticristiane e anticapitaliste, e che è solito rispondere ai critici
ostentando con arroganza credenziali di scienziato. In realtà, come si
comprende leggendo un libro come quello di Bethell, uno come Tozzi non
fa scienza, ma politica.
Il valore predittivo di questa junk-science, la scienza-spazzatura, è
del resto praticamente nullo: sono ormai 40 anni, infatti, che gli
ambientalisti radicali sbagliano una previsione dopo l’altra, senza
avere mai fatto ammenda.
I giornalisti, da parte loro, sono responsabili di atteggiamenti sin
troppo condiscendenti verso gli “esperti” scientifici di tale fatta,
anche quando la cautela sarebbe stata doverosa. Si possono ricordare, a
questo proposito, le aspettative miracolistiche suscitate dalla stampa
riguardo il progetto di ricerca sul genoma umano finanziato dal governo
statunitense, i cui risultati concreti però non si sono mai
materializzati. Oppure il recente caso del dottore sudcoreano Hwang Woo
Suk, a lungo esaltato dai giornali e dalla televisione per i successi
raggiunti nella ricerca sulla clonazione e sulle cellule staminali,
rivelatisi poi volgarmente contraffatti.
Il pubblico, infatti, raramente viene messo a conoscenza delle lacune e
delle carenze presenti nelle teorie scientifiche che stanno alla base
d’importanti decisioni di politica pubblica.
Il caso più grave è probabilmente quello del Protocollo di Kyoto sulla
riduzione delle emissioni di gas nocivi che provocano il cosiddetto
effetto-serra. Pochi però sanno che le teorie che attribuiscono a cause
umane il presunto riscaldamento globale non hanno alcun fondamento
scientifico sicuro e che l’applicazione rigorosa del Protocollo avrebbe
ripercussioni devastanti sulle economie dei Paesi industrializzati
(come ha documentato anche il libro Dall’effetto serra alla
pianificazione economica, curato dall’Istituto Bruno Leoni e pubblicato
da Rubbettino e Facco fra Soveria Mannelli, Catanzaro, e Treviglio,
Bergamo, nel 2003).
La politica ammantata da scienza ha peraltro già fatto troppi danni in
passato perché si continui a restare passivi. Bethell ricorda il caso
del DDT, un insetticida formidabile il cui bando nel 1972 ha provocato
nel Terzo Mondo la morte per malaria di milioni di persone. Vittime
reali, mentre sono del tutto gonfiate le ecatombi di AIDS nell’Africa
subsahariana.
L’epidemia di AIDS è stata infatti inventata, per ragioni politiche,
nel corso di un incontro internazionale svoltosi a Bangui, in
Centrafrica, nel 1985. Da allora, mentre gli “esperti” diffondevano
terrificanti paragoni con la peste nera che nel Medioevo sterminò un
terzo degli europei, la popolazione dei Paesi dell’Africa Meridionale
ha conosciuto la più alta crescita demografica del mondo, passando da
434 milioni a 733 milioni di persone. In 20 anni, insomma, il risultato
della “terribile piaga” è stato quello di aver incrementato la
popolazione del 70%, cioè un numero pari all’intera popolazione degli
Stati Uniti... Negare l’esistenza dell’epidemia è però ancora tabù e
sui giornalisti africani che hanno tentato d’indagare è caduto
l’ostracismo generalizzato.
Bethell smonta infine altri miti “scientificamente corretti” quali la
pericolosità del nucleare, la dannosità delle radiazioni e delle
sostanze chimiche assunte in bassa quantità e la scomparsa della
biodiversità (negli ultimi decenni il numero delle specie animali
scoperte e osservate per la prima volta eccede enormemente quello delle
specie estinte). Non manca nemmeno quello supremo, l’evoluzione
darwiniana, che, pur spacciata come oggettiva, non trova in realtà
alcuna conferma nei reperti fossili. Le prove mancanti dell’evoluzione
vengono supplite da speculazioni a posteriori, ragionamenti
tautologici, parallelismi carenti di contenuto, vuota retorica,
esperimenti viziati o inconcludenti, speranze di scoperte future,
minacce di scomunica per gli infedeli (“oscurantisti” e
“fondamentalisti”) e vere e proprie frodi (Dall’uomo di Piltdown
all’archeopterix). Così procede la scienza politicamente corretta.
Guglielmo Piombini
E qui Tom Bethell parla della junk-research
La ricerca farlocca che campa con i fantastiliardi di Stato mentre potrebbe rischiare e sbagliare bene da sola
Quando lavoravo alla mia guida
politicamente scorretta della scienza, le persone con cui parlavo
dell’argomento affrontato nel libro reagivano a volte in maniera
sbalordita: “Come può la scienza essere politicizzata?”; “L’acqua è una
combinazione d’idrogeno e ossigeno. Questo è un fatto, non politica!”
Il problema è che “chi paga compra”; e quando è il governo a sborsare
il denaro, la verità non è la priorità principale. Sono più importanti
gli articoli di giornale capaci di suscitare speranze esagerate o, al
contrario, di spaventare la gente, come nel recente caso dell’influenza
aviaria. Il pubblico, infatti, per evitare un’epidemia è ben felice di
accettare un forte aumento del budget della Sanità pubblica. Per quanto
riguarda invece le speranze esagerate, basterebbe leggere quello che si
scriveva qualche anno fa sul Progetto Genoma Umano e quello che si
scrive oggi a proposito della ricerca sulle cellule staminali.
C’è però un altro problema fondamentale. Un principio base della
scienza è che la pratica ha la precedenza sulla teoria. Se qualcosa
funziona, non si può negarne l’esistenza solo perché i teorici non ne
conoscono il motivo. La scienza dipende quindi dalla prova e
dall’errore, e la ricerca privata procede attraverso una gran quantità
di prove e un numero quasi altrettanto elevato di errori. Il capitale
viene investito in un’ampia gamma di idee e di approcci, dei quali
forse uno solo si rivelerà remunerativo. O forse nessuno.
Il governo, al contrario, è monopolistico per natura. È difficile per i
burocrati finanziare diverse teorie in conflitto tra loro poiché
darebbero l’impressione di agire a casaccio. Molto denaro andrebbe
necessariamente “sprecato” e i politici temono un’accusa del genere.
Per questo tendono a puntare tutto su un cavallo unico.
Nel settore privato, invece, lo “spreco” viene chiamato “rischio”.
Storicamente, la concorrenza tra diverse teorie è sempre stata la forza
che ha spinto il progresso scientifico. Proprio come il sistema
concorrenziale di mercato costringe le imprese a innovare, allo stesso
modo la competizione tra teorie spinge la scienza a indagare nuovi
punti di vista. Gl’individui e le compagnie private sono stati i
protagonisti di questo processo: il più rapido avanzamento scientifico
degli ultimi decenni, nell’informatica e nelle comunicazioni, è stato
realizzato da imprese private. Ha richiesto molti rischi e molti
investimenti “sprecati”, ma ha generato anche un progresso fenomenale.
Le burocrazie statali create appositamente per fare ricerca
scientifica, come l’Istituto Nazionale di Sanità, finiscono spesso per
ostacolare, anche inavvertitamente, il perseguimento di teorie
alternative. Le commissioni di esperti che decidono quali progetti
finanziare sono infatti composte inevitabilmente da scienziati che
seguono la teoria dominante.
Un buon esempio è l’Istituto Nazionale per la ricerca sul Cancro.
Quando nel 1971 il presidente Richard M. Nixon dichiarò la “guerra al
cancro”, tutti erano convinti che l’aumento dei finanziamenti avrebbe
accelerato in egual misura il progresso nella ricerca. È questa
l’equazione che i sostenitori di un maggiore intervento statale non
mettono mai in discussione. La previsione era che si sarebbe scoperta
una cura contro il cancro entro il 1976.
Oggi il finanziamento statale alla ricerca sul cancro è massiccio
(oltre 5 miliardi di dollari vengono destinati al solo Istituto
Nazionale per la ricerca sul Cancro negli USA) ma i progressi fatti
sono pochi, a parte qualche consiglio sulla prevenzione. Il problema è
che dal 1976 a oggi la maggior parte dei finanziamenti pubblici sono
stati indirizzati verso un unico campo di ricerca: la teoria della
mutazione genetica come causa del cancro, grazie alla quale diversi
scienziati di prestigio hanno vinto il Premio Nobel. Questa teoria
potrebbe però essere scorretta e nel mio libro dedico un intero
capitolo all’argomento. Il problema è che non è stato ancora osservato
un gene, singolo o in combinazione con altri, capace di trasformare una
normale cellula in una cellula cancerogena.
Quando la stampa inizia a fare campagne a favore di maggiori
finanziamenti statali in un settore che promette grandi progressi è
segno che le prospettive in realtà non sono buone.
L’esempio migliore è quello delle cellule staminali embrionali. Si badi
che negli Stati Uniti questa ricerca è perfettamente legale, ma il
finanziamento da parte del governo federale è stato vietato per ragioni
etiche. Il provvedimento ha suscitato forti proteste tra coloro che
confondono il finanziamento pubblico alla scienza con la libertà della
ricerca scientifica e i singoli Stati dell’Unione si sono sentiti in
dovere di correre ai ripari. L’anno scorso, in California, gli elettori
hanno approvato una proposta che destina 3 miliardi di dollari dei
contribuenti alla ricerca sulle cellule staminali.
Uno dei sostenitori della proposta è stato Bill Gates della Microsoft.
Ma se Gates è così convinto della bontà della causa perché non fonda
un’impresa di biotecnologie e assume i migliori ricercatori? Le
prospettive di guadagno dovrebbero essere enormi, dopo tutto ciò che si
è detto sulle potenzialità delle cellule staminali embrionali di curare
il diabete, il Parkinson, l’Alzheimer e altre malattie molto diffuse.
In verità, a partire dal 1998, l’anno in cui furono scoperte le cellule
staminali, diverse compagnie hanno investito in questo tipo di
biotecnologie. All’inizio il valore delle loro azioni è cresciuto
rapidamente, ma poi è crollato due anni fa. L’appello ai finanziamenti
governativi è il miglior indicatore del fatto che le prospettive per le
nuove cure, in fin dei conti, non sono buone.
In settembre i più esperti scienziati del ramo hanno tenuto un incontro
a San Francisco per decidere come utilizzare i 3 miliardi di dollari
del governo californiano e hanno ammesso che la scoperta di nuove cure
«non è affatto vicina e che forse ci vorranno decenni»: così ha
riportato il San Francisco Chronicle. Una confessione giunta però solo
dopo aver ottenuto i finanziamenti.
Le argomentazioni moralisteggianti sono insomma sembrate una recita per nascondere la reale mancanza di progressi scientifici.
Thomas Bethell
(traduzione di Guglielmo Piombini)
Quanti disastri prima di mettere in crisi il “modello deficitario”
Un’immagine radicata nel nostro
inconscio collettivo circonda lo scienziato di un’aura superiore.
Chiuso nel laboratorio sterile, egli opera per il bene di tutti in
maniera equanime, oggettiva. Ciò che la scienza scopre è indubbiamente
vero. Ciò che asserisce, che decide, è incontrovertibile e preciso.
C’è voluto molto tempo prima di appannarla, quell’immagine.
Convenzionalmente la svolta si fa coincidere con l’atomica su
Hiroshima: da allora, come fu detto (da uno scienziato insigne), «la
scienza ha perso la verginità». Ma i problemi erano appena cominciati.
Giancarlo Sturloni, che oltre a insegnare Comunicazione del rischio è
responsabile del progetto del Master in Comunicazione della scienza
alla SISSA di Trieste, dedica un libro preciso e spietato, oltre che
svelto e coinvolgente, a spiegarci quali e quanti sono, questi
problemi. Il libro è Le mele di Chernobyl sono buone. Mezzo secolo di
rischio tecnologico (Sironi, Milano 2006, pp.272, e16,00), dal
quale qui a fianco è estratto il capitolo 12, “Rischio negato, fiducia
tradita”.
In sintesi draconiana, quei problemi sono essenzialmente tre: lo
statuto della scienza, il suo contesto, le modalità e i diritti
dell’informazione pubblica in un’epoca dove i pericoli hanno dimensione
globale.
Lo statuto della scienza si è andato modificando col progredire della
sua efficacia pratica: non più in prevalenza speculativa, essa si
traduce in strumenti e produzioni tecnologiche che investono l’uomo e
l’ambiente.
I problemi di contesto sono diretta conseguenza della scienza
contemporanea. Casi come il guasto al rettore nucleare di Chernobyl, in
URSS, o la fuoruscita di gas nocivo da un’azienda chimica a Bhopal, in
India, mostrano come interessi militari o commerciali facilmente
(fatalmente?) espongano tecnologie delicate alla banalizzazione,
all’incuria o all’abbandono. Altri casi, come le epidemie della “mucca
pazza” e dell’influenza aviaria, o la diffusione della focomelia in
seguito all’assunzione di talidomide, mostrano che ragioni analoghe
spesso inducono uomini a non assumersi tutte le responsabilità delle
conseguenze che procedimenti tecnologici innovativi e vantaggiosi
potrebbero comportare a carico di molti o moltissimi innocenti.
E si viene al terzo problema. Quello che riguarda la comunicazione del
rischio. Qui s’annida il “principio deficitario”, secondo cui alcuni
sanno e decidono e i molti non addetti ai lavori sono tenuti all’oscuro
e subiscono. Decenni di scandali disastrosi hanno dimostrato che è un
principio sbagliato e insufficiente. Né, d’altra parte, può prevalere
la “sindrome Nimby” (Not In My Backyard, “non nel mio giardino”) che
schiera pregiudizialmente i fastidi privati contro il bene di tutti.
è una battaglia politica, culturale ed etica di civiltà, ed è appena cominciata.
Giuseppe Romano
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