Videoarte: un’immensa bottega neorinascimentale dell’ibrido
Ecco
qual è lo stato delle cose su quella che era la più moderna delle arti,
oggi pronta a diventare roba da museo. Dai mitici anni Cinquanta di
Fluxus più che alla qualità si bada al business. Mostre, libri,
invenzioni e abusi
Forse non pensavano che una loro
trovata avrebbe aperto la strada di una vera e propria rivoluzione nel
campo dell’arte, estesasi in seguito alla pubblicità e alla musica
popolare nel medium del videoclip. Eppure è stato un gruppo di ragazzi
a battezzare i primi esperimenti di videoarte, pescando dalla ancor
breve catalogazione del cinema, l’arte che per molti anni era stata
rifiutata dalle accademie. Erano gli anni Cinquanta, il decennio delle
performance, degli happening, della lotta contro la proliferazione
termonucleare. Ed è sul finire degli anni Sessanta, invece, e poi
diffusamente nel decennio successivo che in Italia si vedono i primi
tentativi di videoarte. Anni di grandi fermenti, con il Nuovo Teatro
che di fatto costituirà una sorta di mondo a parte dal Convegno di
Ivrea del ’67 (il “Convegno per un Nuovo Teatro” è stato definito da
Marco De Marinis come «un’occasione impossibile», in Il Nuovo Teatro
1947-1979, Bompiani, Milano 1987), con i nuovi cantautori, con la
nascita del concettuale e dell’arte povera, con l’apertura della poesia
operata dal Gruppo 63, con i nuovi narratori, con il cinema che superò
il neorealismo con Federico Fellini, Michelangelo Antonioni e Bernardo
Bertolucci.
Il gruppo di ragazzi: Fluxus. Un movimento che radicalmente coinvolse
nuclei di artisti di diversi paesi, in primis gli Stati Uniti, la
Germania, la Francia, il Giappone. Capostipiti furono Wolf Vostell che
nel ’58 diede vita alla serie TV Décoll/age (poi presentata
compiutamente nel ’63) e uno dei maestri riconosciuti, tuttora attivo,
il coreano Nam June Paik (1932). Le prime mostre ad avere ospiti opere
in video hanno luogo a New York, Colonia, Wuppertal, Londra e Boston,
tra le quali va ricordata come apripista – essendo interamente dedicata
alla videoarte – Tv as a Creative Medium presso la Howard Wise Gallery
di New York, con artisti quali Paik, Ira Schneider, Charlotte Moorman,
Eric Siegel, Frank Gillette, Earl Reiback, Aldo Tambellini, Joe
Weintraub, Thomas Tadlock. Da sottolineare che l’idea che oggi abbiamo
del video è sostanzialmente differente rispetto alle macchinazioni di
allora, quando a interessare erano le interazioni fra software,
macchina e possibilità comunicative, così come in musica diverse erano
le interazioni fra matematica, tempo musicale e nuove sonorità di
matrice elettronica. Era l’entrata in gioco della macchina a
interessare gli artisti, che al tempo collaboravano non a caso
soprattutto con gli ingegneri. L’evoluzione verso un’arte innanzitutto
estetica avverrà poi nel decennio Settanta, con la creazione –
semplificando – di realtà della mente come per Paik, con il recupero e
l’evoluzione dell’animazione, con la convergenza di cinema minimalista,
realista e intimista.
Tra marketing e autonomia artistica
La tecnologia ha consentito a una generazione di artisti di pensare il
video come un settore autonomo dell’arte, un’arte ibrida che pesca da
tutte le altre forme di espressione, e che si presta, per natura, a
essere oggetto di regole commerciali e diventare essa stessa strumento
del marketing. Lo dimostrano i video girati dai gruppi rock e pop: già
i Beatles, i Rolling Stones e i Pink Floyd avevano intuito la
possibilità divulgativa di questa nuova modalità di comunicazione. E
saranno poi i primi anni Ottanta, con l’esplosione dei canali musicali,
da Mtv a Deejay Television a consentire alla “musica da guardare” di
diffondersi e contagiare il modo d’intendere la televisione e la
pubblicità. Anche qui forse si può individuare un capostipite: Michael
Jackson, che nel biennio 1983-84 sfornò le riprese di Billie Jean e,
soprattutto, di Thriller: i video entrano nell’esperienza quotidiana,
diventano fonte di denari e di successo.
Ritornando all’evoluzione della videoarte, negli anni Settanta i
personaggi chiave furono il sempreverde Paik, Fabrizio Plessi, Joseph
Beuys, Gilbert & George, Bruce Nauman, Bill Viola, Vito Acconci,
Dennis Oppenheim, Peter Campus, Richard Serra, Marina Abramovic, John
Baldessari, Richard Foreman, William Wegman. Vengono creati il primo
microprocessore della Intel (1971), la Sony mette sul mercato le prime
videocamere portatili (1972), la prima telecamera a colori portatile
(1974), nasce la Microsoft (1975). La diffusione di strumentazione
adatta alla libera realizzazione dei video favorisce la videoarte, che
da una parte vivrà un’espansione direttamente proporzionale alla
facilità e alla economicità dei mezzi tecnicamente disponibili, e
dall’altra avrà il favore di centri che nasceranno in diverse parti del
mondo: studi, officine, botteghe postrinascimentali dove gli artisti
possono imparare a utilizzare le macchine e dove sono liberi di creare.
Fra questi centri va ricordato l’italianissimo Art/Tapes/22 di Firenze,
diretto da Maria Gloria Bicocchi, dove lavorò dal ’74 al ’76 una figura
come Bill Viola.
Gli Stati Uniti saranno comunque all’avanguardia, grazie alla struttura
delle fondazioni e all’apertura mentale delle direzioni dei grandi
musei come il MOMA (Museum Of Modern Art) di New York, le
gallerie e l’azione di sostegno e di finanziamento del National
Endowment for the Arts (il loro ministero della Cultura, o meglio,
delle arti) che per diversi anni ha foraggiato lo sviluppo della
videoarte.
La prostituzione cronachistica
Negli anni Ottanta e Novanta la platea di artisti che faranno ricorso
alla videoarte si amplia, con l’entrata in gioco di Pipilotti Rist,
Studio Azzurro, Gary Hill, Mary-Jo La Fontaine, Piero Gilardi, Doug
Aitken, Shirin Neshat, Cecilia Condit, Douglas Gordon, Matthew Barney,
Sam Taylor-Wood, Woody Vasulka, Laurie Anderson, Mona Hatoum, Grazia
Toderi, Vanessa Beecroft, Gillian Wearing, William Kentridge, Louise
Forshaw, Jaki Irvine, Nan Hoover, Bruna Esposito, Tracey Emin, Elaine
Foster, Georgina Starr, Jun Nguyen-Hatsushiba, Eva Marisaldi, artisti
legati alla musica come Chris Cunningham – diversi video per Bjork e
collaborazioni con Steven Spielberg per A.I. – e Spike Jonze, regista
di Being John Malkovich, e artisti totali come Peter Greenaway e Derek
Jarman che hanno coniugato più di altri cinema, letteratura, teatro,
danza, musica e videoarte: ne sono esempi miracolosi Drowning by
numbers (1988), Prospero’s Books (1991), The Pillow Book (1995), la
prima parte della trilogia The Tulse Luper’s Suitcases (2003) per
Greenaway, Tempest (1979), Caravaggio (1986, finalista al Turner
Prize), Wittgenstein (1993) per Jarman. E si potrebbero citare anche
David Lynch, Wong Kar-Way, Takeshi Kitano, Jim Jarmush. L’elenco
potrebbe proseguire a lungo.
I costi per dotarsi di un’attrezzatura digitale in grado di riprendere
e di montare un video oggi sono assai contenuti. Ma se fino a pochi
anni fa l’arte prendeva spunto anche dalla cronaca (oltre che dal
dettato esistenziale e culturale) per rielaborare una visione del
mondo, oggi è spesso la cronaca a essere meccanicamente trasposta in
video o in installazione, come è capitato alle immagini dei Boeing che
si abbattono sul World Trade Center. La cronaca sta lentamente
sostituendo, nelle generazioni più giovani, l’elaborazione artistica. E
così dicasi per un piatto minimalismo senza alcuna motivazione. È pur
vero che John Cage affermò «I’ve nothing to say, and I’m saying it to
you» (Non ho nulla da dire, e ve lo sto dicendo), ma il rischio è
quello d’incappare in un immenso mosaico costituito da tessere che si
ripetono identicamente.
La videoarte è terra di conquista, il video è l’elemento principe per
la diffusione di un CD, tranne rare ed eccellenti eccezioni è la
formula prima (insieme all’installazione) dell’elaborazione artistica
dei giovani che escono dalle Accademie di Belle Arti e d’Arte
Drammatica. Senza dimenticare che il corto cinematografico viene
costruito con principi analoghi al video. Insomma, la videoarte sta
diventando un quartiere delle arti espressive assai popolato,
strattonato da qualsiasi parte e veicolato grazie alla sua resa
immediata. Di questa tendenza sono purtroppo riprova diverse mostre
collettive, dalla Biennale di Venezia a Documenta a Kassel. Oppure
penso ad EXIT. Nuove geografie della creatività italiana, mostra a cura
di Francesco Bonami, svoltasi nel 2002 nella neonata sede torinese
della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo.
Alcuni consigli: libri, mostre etc.
Esistono oggi diverse pubblicazioni, in buona parte uscite in occasione
di mostre, che hanno attribuito alla videoarte il giusto e meritato
riconoscimento. Innanzitutto indico il doppio volume Le storie del
video/ Le pratiche del video (Bulzoni, Roma 2003), curati
dall’instancabile Valentina Valentini dell’Università degli Studi della
Calabria e La Sapienza di Roma, che da alcuni anni si sta accerchiando
di giovani osservatori onnivori di teatro, arti e letteratura (fra i
quali Andrea Lissoni e Vincenza Costantino). Questa doppia ricerca,
condotta sul campo, essendo lei stessa organizzatrice di eventi che
riguardano la videoarte in diverse città continentali, consente al
lettore o allo studioso d’incontrare le esperienze di un nutrito gruppo
di artisti mediante intervista e di ragionare sul video e sulla sua
ripetitività, sulla relazione con l’anatomia del corpo e lo spazio dei
sentimenti. Tra i saggi menzionabili quelli di Jean Baudrillard, di
Jacques Derrida, di Philippe Dubuis, di Gianfranco Mantegna, della
stessa Valentina Valentini.
Utilissimo strumento che affianca interviste a ricche e attente note
introduttive è l’antologico Contemporanee. Percorsi e poetiche delle
artiste dagli anni Ottanta ad oggi (Postmedia, Milano 2002), a cura di
Emanuela De Cecco e Gianni Romano. Un libro perfettamente curato, con
un ottimo supporto fotografico, che prende in esame il lavoro di 47
artiste internazionali.
Tra le mostre più interessanti vistesi in Italia in queste ultime
stagioni vi sono L’Arte Elettronica. Metamorfosi e metafore (2001) a
Palazzo Diamanti a Ferrara e Arte in video (2002) al Museo d’Arte
Contemporanea del Castello di Rivoli, che ha fondato una ricchissima
“Videoteca d’artista”. Il catalogo della mostra curata da Silvia
Bordini (Edizioni Gallerie d’arte moderna e contemporanea, Ferrara; da
vedere anche il suo Arte elettronica, Giunti, Milano 2004, pp.95,
e8,50) ci consente un viaggio nel percorso allestito durante la
manifestazione: dalle elaborazioni degli anni Sessanta fino ai “quadri
digitali”, dal sorprendente e primitivo Tv Buddha (1989; una statua del
Buddha contempla una candela accesa nella cavità di un monitor) al
totemico Passage (1989; videoscultura con vari schermi e scritte in
diverse lingue) di Nam June Paik, e poi Digital (1997; volti mormoranti
e deformati proiettati su cubi in legno di Tony Oursler), Bombay
Bombay. I lavatoi dell’anima (1993; una fila di televisori che
riproducono il passaggio dell’acqua nel fiume sacro affiancata da una
fila di panni bagnati) di Fabrizio Plessi, alla meravigliosa
rivisitazione postmoderna della Visitazione (1528) del Pontormo secondo
Bill Viola: The Greeting (1995; tre donne si incontrano al ralenty, 45
secondi dilatati in 10 minuti di proiezione). Una nota a parte vale per
la video installazione interattiva della compagine milanese Studio
Azzurro, Il soffio sull’angelo, “un’opera d’aria”, immagini di corpi,
forse angeli o forse spettri o forse proiezioni della mente, che si
agitano e fluttuano quando il visitatore soffia sull’interfaccia
costituita da piume sospese.
Da ciò che si è visto alla Biennale d’Arte Emergente (BIG) di Torino,
nelle sue varie edizioni, l’interattività rappresenta una
caratteristica ossessiva, anche se si tratta sovente d’una
interattività da videogame, il cui nucleo concettuale non parifica la
qualità tecnica dell’installazione.
Invenzioni acide ed eclatanti
Arte in video svoltasi al Castello di Rivoli invece ha proposto una
raccolta di video, con gli attraversamenti posteatrali degli americani
Richard Foreman (storico fondatore nel 1968 dell’Ontological Theater di
New York) e Bob Wilson (regista di culto che diresse, fra gli altri,
nel 1976 Einstein on the Beach. An opera in four acts con musiche
strepitose di Philip Glass), le riflessioni esistenziali del regista
francese Jean-Luc Godard, le invenzioni elettroniche e acide
dell’onnipresente Paik, Air Block di Tony Oursler (disumano e
disarmante), il gioco dell’incomunicabilità fra uomo e donna ritratto
in L’atrio (1998) di Grazia Toderi, le modelle di Vanessa Beecroft in
VB 47 (2001) riprese durante la performance alla Peggy Guggenheim
Collection di Venezia, Verso Sud (2002) di Bruna Esposito, un ironico
viaggio in macchina visto dall’abitacolo durante un giorno di pioggia,
con tanto di piumino-tergicristalli che si muove sulla superficie dello
schermo.
Infine, apro una parentesi sulla videoarte nel teatro. Diversi registi
del Nuovo Teatro si sono avvicinati alle arti visive, talvolta
utilizzando il video in scena come è nel caso di Giorgio Barberio
Corsetti, di Cesare Ronconi del Teatro Valdoca, di Romeo Castellucci
della Societas Raffaello Sanzio, e di formazioni cronologicamente
successive come Teatro Aperto, Motus, Teatrino Clandestino, Fanny &
Alexander, Accademia degli Artefatti, Masque Teatro. Tutti teatranti
che hanno poi mostrato l’esito di queste alchimie durante il festival
riccionese TTVV, che ogni due anni si organizza in Emilia Romagna
(www.riccioneteatro.it). Vale la pena di visionare questi lavori, o
meglio ancora, di andarli a incontrare in teatro, quanto sarebbe
opportuno andare nelle gallerie e vederli questi video: non esiste
infatti critica o testimonianza che possa sostituire la presenza dello
spettatore.
Tiziano Fratus
Avviso ai naviganti - L’usabilità autorevole
Jakob
Nielsen è il guru riconosciuto dell’“usabilità”: la disciplina che
presiede alla qualità dei siti web. Quando accediamo a una home page e
la troviamo semplice, comprensibile, completa e chiara, ecco,
quella è l’usabilità.
Eppure in Internet ci sono aspetti di “usabilità” che vanno oltre la
mera accessibilità tecnologica e concettuale. è su questo che da tempo
lavorano studiosi come quelli che firmano questo saggio, rendendo conto
di una ricerca universitaria condotta fra Milano e Lugano. Pur prefati
da Nielsen (onore riservato a pochi), vanno ben oltre Nielsen quando –
come fa Lorenzo Cantoni nel primo dei tre capitoli – leggono il sito
web come una realtà essenzialmente comunicativa e fanno coincidere
l’”usabilità” con l’adeguatezza fra il mittente e il destinatario.
Brillante, sotto questo profilo, la distinzione fra il termine “utente”
(in inglese the user), caro agli informatici di tutte le latitudini, e
il frequentatore della comunicazione come “persona”, anche in Internet.
La persona non è soltanto utente, quasi fosse il terminale passivo del
processo d’informazione: al contrario, è «la ragione stessa della sua
esistenza» (p. 9).
Se analizzare la qualità di un sito web coincide con lo statuto
informativo della persona , i parametri di misura prevederanno, sì,
attenzioni ergonomiche e grafiche, ma soprattutto baderanno
all’autorevolezza, alla certificazione e alla veridicità
dell’informazione. Non è una battaglia secondaria. Anzi, in una Rete
profondamente inquinata dalla compresenza dei paradigmi e dall’assoluta
facilità di falsificazione, è la principale preoccupazione dei
comunicatori.
Giuseppe Romano
> Lorenzo Cantoni, Nicoletta Di Blas, Davide Bolchini, Comunicazione, qualità, usabilità, Apogeo, Milano 2003, pp.150, €13,00
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