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n° 5 - sabato 4 febbraio 2006
Vaticano, Microsoft, Google: come cambia la

Vaticano, Microsoft, Google: come cambia la "pubblicazione"

Un dibattito settecentesco e alcuni fatti di questi giorni fanno riflettere sulla proprietà intellettuale

Eventi clamorosi di queste prime settimane del 2006. Riguardano tre grossi calibri della proprietà intellettuale. Da una parte papa Benedetto XVI, che fa precedere l’apparizione della sua prima enciclica, Deus caritas est, dalla notizia che da ora in avanti tutti i testi del magistero pontificio sono protetti da copyright e quindi non più riproducibili senza vincoli. Dall’altra parte Microsoft, che cede allo strangolamento della Commissione Europea (che minacciava una multa di due milioni di dollari al giorno, dopo aver già inflitto un’una tantum di ben 497 milioni di euro nel marzo 2004) e rende pubblico il “cuore” di Windows, il codice informatico con cui è scritto il programma che tutti adoperiamo. Infine Google, il motore di ricerca più diffuso nell’internet, che si sottomette alla censura del governo cinese su alcuni temi sgraditi da quelle parti.

Alla base di tutte queste decisioni ci sono ragioni di buonsenso o di opportunità. Ma c’è anche una fortissima diatriba culturale e commerciale. Se il Vaticano dice basta a una politica di libera diffusione che pure aveva chiare motivazioni pastorali, è soprattutto perché s’è fatto insostenibile lo stillicidio delle edizioni pirata (spesso alterate o addomesticate). Se la Commissione Europea ha imposto a Bill Gates di divulgare il linguaggio segreto di Windows è per consentire agli sviluppatori di accedere liberamente (non però gratuitamente) alla base ineludibile di quasi tutte le applicazioni per computer personali che possono e potranno entrare in commercio. E se i gestori di Google stanno al gioco autoritario della Cina è perché, parole loro, «meglio alcune informazioni che nessuna informazione».
Situazioni diverse. Eppure accomunate da un’idea sola, che non si è mai resa attuale come adesso. E che sta all’origine di uno dei dibattiti più fieri e densi di conseguenze fra quanti oggi agitano le acque del mercato intellettuale ed economico.

Da quando la carta stampata ha trasformato i testi in prodotti industriali, divulgati in molte copie, tradotti e commercializzati dappertutto, s’è reso chiaro che il rapporto fra autori e lettori ha assunto una veste nuova e non più soltanto di disinteressata affinità intellettuale. La parola chiave per coglierne la natura è quella di “pubblicazione”: un atto formale che sancisce la conclusione di un processo e l’inizio di un altro. Quello che termina è il processo creativo, quello che comincia è il processo divulgativo. Quando compro un libro o un giornale, lo posseggo realmente e totalmente, nel senso che nemmeno autori ed editore possono più pretendere da me che rimetta a loro disposizione quella copia per cambi e ripensamenti. La loro proprietà materiale è cessata. Non così quella intellettuale: infatti da lettore non posso copiare o fotocopiare o alterare i contenuti del testo. Restano possesso e responsabilità dell’autore, che può essere eventualmente contestato e perseguito per essi, nonché elogiato e citato quando lo merita.

Sulla “pubblicazione” si basano molti dei meccanismi di formazione, consenso e divulgazione che regolano la nostra vita sociale. Sta alle autorità degli Stati garantire gli autori, gli editori e i lettori: l’edizione di un testo è un atto formale che la pubblica amministrazione definisce e controlla. Libri e giornali sono documenti ufficiali, e devono rispettare non soltanto la libertà di stampa e di opinione, ma tutte le prerogative di cui gode ogni cittadino, dalla buona fama all’informazione, dalla privacy all’istruzione.

Evoluzione e controllo dei siti web
Questo è stato chiaro e tutto sommato indiscutibile finché, vent’anni fa, la rivoluzione digitale non ha cambiato il panorama. L’internet è “pubblica”? In un certo senso sì, perché tutti possono accedervi senza limitazioni (almeno, nelle nazioni libere). In un altro senso, però, non lo è affatto, perché si sottrae ai normali meccanismi di controllo. Un sito web certo non è “pubblicato” nel senso un cui lo è un libro: tanto per cominciare muta di continuo, senza garanzia che il contenuto rimanga non soltanto identico (sarebbe anzi un controsenso che non ci fossero aggiornamenti), ma addirittura coerente col passato. In un sito possono sopraggiungere cambiamenti anche sostanziali senza che l’autore debba sentirsi in dovere di sottostare a un debito reale o morale con i lettori. A complicare le cose intervengono i continui scambi di materiali fra i naviganti della rete, che spesso e volentieri riguardano contenuti già “pubblicati” fuori dall’internet (articoli, libri, foto, canzoni, film) e quindi protetti da copyright. Senza dire dei problemi in cui s’imbattono autorità morali come quelle religiose: proprio la Chiesa cattolica ha visto entrare in crisi la nozione di imprimatur nell’universo di siti eterogenei ma tutti quanti sedicenti “cattolici”.

Parte da questo magma incandescente l’aspro confronto fra i teorici del libero scambio e, invece, i sostenitori della proprietà intellettuale e commerciale dei beni. Se un film viene copiato e diffuso nella rete telematica, ne viene danneggiato chi l’ha prodotto pensando di compensare le spese con le vendite. E un libro, in rete, è meno tutelabile che in libreria: a parte la diffusione incontrollata, chi garantisce all’autore che quanto ha scritto non venga alterato e che a suo nome non vengano diffuse affermazioni contraddittorie, illecite, comunque non sue?

La componente che ordinariamente prevale nei dibattiti, spesso in forma implicita ma sempre ingombrante, è quella economica. Le aziende editoriali vorrebbero garantita non tanto un’ideale paternità delle idee, quanto la monetizzazione del bene. Altri invece vorrebbero che la rapidità e facilità con cui la rete globale diffonde le informazioni si traducesse in una straordinaria opportunità di comunicazione e di scambio svincolati da ogni condizionamento, anche economico. Una visione utopistica, ma per certi aspetti non irragionevole, specie quando riguarda beni non più soggetti a diritto d’autore o quando, per altri versi – ma qui si entra più nel campo del brevetto commerciale che in quello dei copyright, com’è il caso della vertenza Microsoft-Commissione Europea –, la mancata divulgazione di un prodotto ostacola qualsiasi evoluzione ulteriore, nonché la libera concorrenza sul mercato.
L’informatica, in effetti, ha la singolare caratteristica di riassumere le due dimensioni: è un linguaggio, e quindi tramite essa si scrivono testi, ed è una procedura tecnologica, e quindi consente di costruire macchine funzionanti. Fatte di software, cioè di codice binario, ma non per questo meno efficaci. Windows non è una macchina, ma un testo: eppure senza di esso nessun computer è altro che un ammasso di plastica e metallo.

Questa è, oggi, la grande questione che turba le acque del diritto d’autore. Giuristi, economisti e scienziati, assertori o negatori dell’open source, sono impegnati sul problema, ciascuno dal suo punto di vista. Se ne vedono di tutti i colori: dalla persecuzione delle major cinematografiche e musicali nei confronti dello scambio peer-to-peer in internet all’annuncio di Google e altri riguardo a smisurate biblioteche digitali gratuite in fase di realizzazione. La nozione di “tutela”, come quelle di “luogo” e di “confini” e di “made in”, da quando c’è l’internet, si sono profondamente riformulate.
Tradizionalmente s’affermava che la caratteristica dei beni culturali, contrariamente a quelli materiali, è quella di non diminuire ma anzi di accrescersi quanto più vengono suddivisi; oggi, nell’era digitale, questo concetto va integrato. Se c’è uno scambio, si tratti di mercato o di baratto, è bene che qualcuno vegli sulle caratteristiche del bene e sui diritti degli attori. La deregulation totale uccide lo spirito d’impresa e affama i creatori; lo strozzamento dell’acquirente dissuade il “pubblico” a cui i beni sarebbero indirizzati. È questione, più che di leggi, di convivenza civile e regolata: dove siano protette quelle ricchezze impalpabili che la mente umana imprime su tutti i tipi di pagina che la nostra sapienza tecnologica è stata capace di strutturare.
Giuseppe Romano
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