Mente. Sapendo di non mentire?
La
ricerca della verità parte dal capire che cos’è che ci fa pensare e
dove sta. Contro qualsiasi riduzionismo materialistico. Perché la
biologia, per l’uomo, non è solo materia, come qui mostrano due nitidi
pensatori che riflettono su come conosciamo
Ci sono tanti modi per parlare di
verità. Cervellotici, concreti, evasivi, indagatori. Si può chiamare in
causa la verità lavandosi le mani – «quid est veritas?», Ponzio Pilato
–, canticchiando – «la verità ti fa male, lo so!», Caterina Caselli –,
sbevazzando – «in vino veritas», motto popolare – o in tanti altri
modi. Tra i filosofi peraltro esistono, sulla verità, opinioni
discordi: non già riguardo ai contenuti della medesima, bensì ancor
prima, sul dove cercarla. Ammesso che sia reperibile.
Ci sono infatti persone che non ritengono che la verità sia
conoscibile. Altre, invece, sostengono il contrario. E questo dovrebbe
ricordarci almeno una cosa – l’unica che le due posizioni opposte
abbiano in comune –, una sola ma importante: che la questione della
verità riguarda la conoscenza. Non primariamente le cose, ma il nostro
rapporto con esse. Le cose sono, e ciò a loro basta. Non basta, invece
a noi conoscerle in un modo qualsiasi. Abbiamo bisogno di una
conoscenza che sia “vera”, affidabile. Che porti dentro la nostra mente
ciò che è fuori di essa, e non immagini distorte.
Contro chi dice che tutto è materia
Un esempio clamoroso, illuminante, di quanto questa semplice – a dirsi
– necessità sia vera e irrinunciabile, e al tempo stesso di quanto la
questione possa risultare spinosa e controversa, l’offre proprio la
riflessione contemporanea sulla mente umana. Che cos’è la mente?
Ovvero, che cos’è quella parte immateriale di noi con cui pensiamo e
diamo senso alle nostre parole e argomentazioni, che sembra trovarsi al
centro della consapevolezza e sostiene qualsiasi confronto che voglia
dirsi umano con la realtà? E che, dunque, sostiene anche il processo
conoscitivo che ha per meta la verità delle cose?
Conoscere la verità sulla mente è certamente indispensabile per
conoscere la verità delle cose. Se non riusciamo neppure a definire la
mente, come faremo ad adoperarla per bene?
Ancora una volta può sembrare un affare astruso, ma non poi tanto.
Astrusi, semmai, sono stati i tentativi per dimostrare la realtà e la
collocazione della mente a partire da questo o quel riduzionismo. Come
ha mostrato con ferrea progressione e scorrevole scrittura Felice
Cimatti in Il senso della mente, immani tentativi sono stati spesi per
dimostrare che la mente sarebbe riducibile a non-mente, a qualcos’altro
da sé. Per esempio alla materia dei processi fisiologici cerebrali,
cioè ai neuroni e alle scariche elettriche intercorrenti fra loro. I
comportamentisti alla Burrhus F. Skinner avevano appunto questa mira:
ridurre il mentale al biologico. Io esprimo il mio affetto per qualcuno
in quanto le codifiche organiche del cervello impongono
quest’espressione allo scopo di pacificare le proprie differenze di
potenziale. Ma per questa via s’arriva soltanto a dire che cosa la
mente non è. Vale a dire che la mente non c’è: c’è soltanto materia e
fisiologia. Che peraltro fu la tarda e autoironica conclusione
nientemeno che di Sigmund Freud, il quale sanciva così l’inutilità
sostanziale della psicoanalisi.
Altri pensatori hanno eseguito capriole diverse nella stessa direzione.
Linguisti alla Noam Chomsky si dicono tutt’altro che comportamentisti e
materialisti, ma cadono nello stesso esatto riduzionismo quando
ritengono che il nostro linguaggio sia espressione di strutture
profonde, “mentali” non nel senso che le partoriamo al nostro interno,
bensì che sono determinate come un codice prefabbricato di noi stessi.
Anche in questo caso la mente sarebbe qualcosa di diverso da sé, si
riduce a un programma da computer che – guarda un po’ dove siamo
tornati – s’annida nei gangli cerebrali.
Biologia confinata nella materia. Nell’orizzonte della mente così
intesa entrano stimoli e risposte, cellule cerebrali e schemi e scambi
d’impulsi, cause obbliganti ed effetti obbligati. Fuoriescono invece le
ragioni, la verità, il riferimento, il significato, il senso. Che i
signori di cui stiamo parlando – siano comportamentisti o cognitivisti
– vogliono per forza ridurre ai primi elementi. Ma questo è assurdo:
come si può pensare di ridurre il senso al nonsenso?
Pane per gli scienziati
Dovrebbe essere chiaro, ribatte Cimatti – e produce argomentazioni
autorevoli alle quali rimandiamo – che la biologia umana è questione
psicofisica: siamo fatti in modo tale che una parte di noi non è
materiale ma muove la materia secondo sue caratteristiche e necessità.
«Sosteniamo lo studio delle ragioni proprio perché vorremmo raggiungere
una descrizione scientificamente (e perché no, biologicamente)
esaustiva e non eliminativistica dell’animale umano, e per questo è
necessario considerare l’ambito delle ragioni come l’ambito specifico
del nostro essere animali. Sono gli scienziati a dover difendere le
ragioni, non i filosofi o i letterati» (Cimatti, p.141).
Da qui dovremmo partire, contro qualsiasi riduzionismo. La mente, per
intenderci, è ciò che consente di pensare il pensabile, di orientare il
contenuto dei neuroni. I quali servono alla mente ma non sono la mente,
per il semplice fatto che in fin dei conti la consapevolezza che
abbiamo di loro li trascende. C’è, qui, René Descartes, Cartesio, sia
pure depurato di qualche equivoco (e, dietro molte intuizioni luminose,
c’è pure Ludwig Wittgenstein). La prevalenza del pensiero pensante sui
contenuti del pensiero e sul mondo pensabile.
E si arriva al bivio fondamentale. Perché se è vero che non si può
partire dal nonpensiero per arrivare a fondare il pensiero (bisogna
pure che ci sia qualcuno a pensarlo, il pensiero del nonpensiero), è
anche vero che se tra Io e Mondo si sceglie l’Io, alla fine il rischio
è di restare chiusi in se stessi e perdere il Mondo. Come accadde a
Cartesio e come tutto sommato potrebbe capitare anche al Cimatti che
parla di “prospettive sul mondo” a partire dalla mente, quasi che alla
fine qualsiasi cosa la mente possa pensare non sarà mai qualcosa di
riscontrabile come oggettivo e durevole. Al che egli potrebbe ribattere
che d’altra parte il soggetto, per definizione, non è mai oggettivo, né
può essere oggettiva la conoscenza soggettiva. Che altro può dunque
essere la conoscenza, se non prospettiva? E, per conseguenza, che altro
è la verità se non punto di vista? «Come comincia questa sequenza
cognitiva? Non può cominciare con una cosa non pensata, perché se fosse
così – cioè non pensata – non avremmo potuto pensarla» (Cimatti, p.166).
Il più solido realismo
Posizione ben più accettabile di quelle appena criticate –
comportamentisti e cognitivisti s’incartavano assai prima – eppure
rischiosa, perché instilla il dubbio che la verità, semplicemente, non
ci sia fuori del pensiero. O che possa equivalersi per debolezza: la
“mia” verità contro la “tua”.
A questa conclusione si opporrebbe fortemente Antonio Livi, che in
Italia è l’alfiere del “senso comune”, ripreso da Tommaso d’Aquino e
sciacquato in panni contemporanei. Livi vuole tenere per fermo il più
oggettivo dei realismi. E non esita – in un volume che è il più recente
dei suoi lavori e ha per titolo La ricerca della verità – a rifare
tutta la strada della filosofia antica e moderna per mostrare che il
rapporto fra soggetto (che conosce) e oggetto (la realtà conosciuta)
caratterizza la verità come una relazione conoscibile di reciproco
adeguamento, tale che noi in modo virtuale “diventiamo le cose” e
giudichiamo di conseguenza. Analiticamente esaminata, tutta la strada
della conoscenza – che comporta apprensione, riflessione, giudizio –
porta a un continuo andirivieni fra le cose che compongono il mondo,
sensibilmente note e poi concettualmente interiorizzate, e la mente che
s’attiva e prosegue indagando e giudicando. In sintesi, se penso è
perché “penso qualcosa”. «La verità dell’esperienza funge da fondamento
sempre attuale e sempre attivo del pensiero» (Livi, p.169).
Il discorso si fa profondo e arduo. Lo interrompiamo qui, convinti che
chi voglia andare oltre abbia capito che ci sono le basi per
lasciarsene affascinare. Come duellanti abili ed esperti, i due
studiosi che abbiamo nominato si fronteggiano armati di armi affini:
“pensiero sul mondo” accanto a “mondo pensato”. Da qui si deve
necessariamente passare per andare oltre.
A proposito: il lettore si guardi dal dedurre che quell’oltre sia
soltanto l’oltre smisurato e poco ospitale dei filosofi per
professione. Macché. Oltre c’è pure il mondo nitido e concreto
dell’industria, della ricerca, dell’agire sociale. L’oltre più pratico
che ci sia. C’è Hal 9000 (2001 Odissea nello spazio, do you remember?)
che cerca di dirci, a suo modo, chi siamo e dove andiamo. «Al centro
dell’intero progetto delle scienze cognitive c’è un modello, quello del
calcolatore» (Cimatti, p.81). Se la mente fosse soltanto materia, il
pensiero sarebbe scintille elettriche, differenze di potenziale, numeri
binari, linguaggio di computer. Se invece non è così, il computer non è
metafora efficace dell’essere umano. C’è qualcosa di più e di diverso.
Qualcosa di conoscibile: e alla fine, con somma soddisfazione, potremo
lavarcene le mani di Skinner e di Chomsky (e di Pilato).
Giuseppe Romano
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