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n° 50 - sabato 10 dicembre 2005
Mente. Sapendo di non mentire?, di Giuseppe Romano

Mente. Sapendo di non mentire?

La ricerca della verità parte dal capire che cos’è che ci fa pensare e dove sta. Contro qualsiasi riduzionismo materialistico. Perché la biologia, per l’uomo, non è solo materia, come qui mostrano due nitidi pensatori che riflettono su come conosciamo

Ci sono tanti modi per parlare di verità. Cervellotici, concreti, evasivi, indagatori. Si può chiamare in causa la verità lavandosi le mani – «quid est veritas?», Ponzio Pilato –, canticchiando – «la verità ti fa male, lo so!», Caterina Caselli –, sbevazzando – «in vino veritas», motto popolare – o in tanti altri modi. Tra i filosofi peraltro esistono, sulla verità, opinioni discordi: non già riguardo ai contenuti della medesima, bensì ancor prima, sul dove cercarla. Ammesso che sia reperibile.
Ci sono infatti persone che non ritengono che la verità sia conoscibile. Altre, invece, sostengono il contrario. E questo dovrebbe ricordarci almeno una cosa – l’unica che le due posizioni opposte abbiano in comune –, una sola ma importante: che la questione della verità riguarda la conoscenza. Non primariamente le cose, ma il nostro rapporto con esse. Le cose sono, e ciò a loro basta. Non basta, invece a noi conoscerle in un modo qualsiasi. Abbiamo bisogno di una conoscenza che sia “vera”, affidabile. Che porti dentro la nostra mente ciò che è fuori di essa, e non immagini distorte.

Contro chi dice che tutto è materia
Un esempio clamoroso, illuminante, di quanto questa semplice – a dirsi – necessità sia vera e irrinunciabile, e al tempo stesso di quanto la questione possa risultare spinosa e controversa, l’offre proprio la riflessione contemporanea sulla mente umana. Che cos’è la mente? Ovvero, che cos’è quella parte immateriale di noi con cui pensiamo e diamo senso alle nostre parole e argomentazioni, che sembra trovarsi al centro della consapevolezza e sostiene qualsiasi confronto che voglia dirsi umano con la realtà? E che, dunque, sostiene anche il processo conoscitivo che ha per meta la verità delle cose?
Conoscere la verità sulla mente è certamente indispensabile per conoscere la verità delle cose. Se non riusciamo neppure a definire la mente, come faremo ad adoperarla per bene?

Ancora una volta può sembrare un affare astruso, ma non poi tanto. Astrusi, semmai, sono stati i tentativi per dimostrare la realtà e la collocazione della mente a partire da questo o quel riduzionismo. Come ha mostrato con ferrea progressione e scorrevole scrittura Felice Cimatti in Il senso della mente, immani tentativi sono stati spesi per dimostrare che la mente sarebbe riducibile a non-mente, a qualcos’altro da sé. Per esempio alla materia dei processi fisiologici cerebrali, cioè ai neuroni e alle scariche elettriche intercorrenti fra loro. I comportamentisti alla Burrhus F. Skinner avevano appunto questa mira: ridurre il mentale al biologico. Io esprimo il mio affetto per qualcuno in quanto le codifiche organiche del cervello impongono quest’espressione allo scopo di pacificare le proprie differenze di potenziale. Ma per questa via s’arriva soltanto a dire che cosa la mente non è. Vale a dire che la mente non c’è: c’è soltanto materia e fisiologia. Che peraltro fu la tarda e autoironica conclusione nientemeno che di Sigmund Freud, il quale sanciva così l’inutilità sostanziale della psicoanalisi.

Altri pensatori hanno eseguito capriole diverse nella stessa direzione. Linguisti alla Noam Chomsky si dicono tutt’altro che comportamentisti e materialisti, ma cadono nello stesso esatto riduzionismo quando ritengono che il nostro linguaggio sia espressione di strutture profonde, “mentali” non nel senso che le partoriamo al nostro interno, bensì che sono determinate come un codice prefabbricato di noi stessi. Anche in questo caso la mente sarebbe qualcosa di diverso da sé, si riduce a un programma da computer che – guarda un po’ dove siamo tornati – s’annida nei gangli cerebrali.
Biologia confinata nella materia. Nell’orizzonte della mente così intesa entrano stimoli e risposte, cellule cerebrali e schemi e scambi d’impulsi, cause obbliganti ed effetti obbligati. Fuoriescono invece le ragioni, la verità, il riferimento, il significato, il senso. Che i signori di cui stiamo parlando – siano comportamentisti o cognitivisti – vogliono per forza ridurre ai primi elementi. Ma questo è assurdo: come si può pensare di ridurre il senso al nonsenso?

Pane per gli scienziati
Dovrebbe essere chiaro, ribatte Cimatti – e produce argomentazioni autorevoli alle quali rimandiamo – che la biologia umana è questione psicofisica: siamo fatti in modo tale che una parte di noi non è materiale ma muove la materia secondo sue caratteristiche e necessità. «Sosteniamo lo studio delle ragioni proprio perché vorremmo raggiungere una descrizione scientificamente (e perché no, biologicamente) esaustiva e non eliminativistica dell’animale umano, e per questo è necessario considerare l’ambito delle ragioni come l’ambito specifico del nostro essere animali. Sono gli scienziati a dover difendere le ragioni, non i filosofi o i letterati» (Cimatti, p.141).
Da qui dovremmo partire, contro qualsiasi riduzionismo. La mente, per intenderci, è ciò che consente di pensare il pensabile, di orientare il contenuto dei neuroni. I quali servono alla mente ma non sono la mente, per il semplice fatto che in fin dei conti la consapevolezza che abbiamo di loro li trascende. C’è, qui, René Descartes, Cartesio, sia pure depurato di qualche equivoco (e, dietro molte intuizioni luminose, c’è pure Ludwig Wittgenstein). La prevalenza del pensiero pensante sui contenuti del pensiero e sul mondo pensabile.

E si arriva al bivio fondamentale. Perché se è vero che non si può partire dal nonpensiero per arrivare a fondare il pensiero (bisogna pure che ci sia qualcuno a pensarlo, il pensiero del nonpensiero), è anche vero che se tra Io e Mondo si sceglie l’Io, alla fine il rischio è di restare chiusi in se stessi e perdere il Mondo. Come accadde a Cartesio e come tutto sommato potrebbe capitare anche al Cimatti che parla di “prospettive sul mondo” a partire dalla mente, quasi che alla fine qualsiasi cosa la mente possa pensare non sarà mai qualcosa di riscontrabile come oggettivo e durevole. Al che egli potrebbe ribattere che d’altra parte il soggetto, per definizione, non è mai oggettivo, né può essere oggettiva la conoscenza soggettiva. Che altro può dunque essere la conoscenza, se non prospettiva? E, per conseguenza, che altro è la verità se non punto di vista? «Come comincia questa sequenza cognitiva? Non può cominciare con una cosa non pensata, perché se fosse così – cioè non pensata – non avremmo potuto pensarla» (Cimatti, p.166).

Il più solido realismo
Posizione ben più accettabile di quelle appena criticate – comportamentisti e cognitivisti s’incartavano assai prima – eppure rischiosa, perché instilla il dubbio che la verità, semplicemente, non ci sia fuori del pensiero. O che possa equivalersi per debolezza: la “mia” verità contro la “tua”.

A questa conclusione si opporrebbe fortemente Antonio Livi, che in Italia è l’alfiere del “senso comune”, ripreso da Tommaso d’Aquino e sciacquato in panni contemporanei. Livi vuole tenere per fermo il più oggettivo dei realismi. E non esita – in un volume che è il più recente dei suoi lavori e ha per titolo La ricerca della verità – a rifare tutta la strada della filosofia antica e moderna per mostrare che il rapporto fra soggetto (che conosce) e oggetto (la realtà conosciuta) caratterizza la verità come una relazione conoscibile di reciproco adeguamento, tale che noi in modo virtuale “diventiamo le cose” e giudichiamo di conseguenza. Analiticamente esaminata, tutta la strada della conoscenza – che comporta apprensione, riflessione, giudizio – porta a un continuo andirivieni fra le cose che compongono il mondo, sensibilmente note e poi concettualmente interiorizzate, e la mente che s’attiva e prosegue indagando e giudicando. In sintesi, se penso è perché “penso qualcosa”. «La verità dell’esperienza funge da fondamento sempre attuale e sempre attivo del pensiero» (Livi, p.169).

Il discorso si fa profondo e arduo. Lo interrompiamo qui, convinti che chi voglia andare oltre abbia capito che ci sono le basi per lasciarsene affascinare. Come duellanti abili ed esperti, i due studiosi che abbiamo nominato si fronteggiano armati di armi affini: “pensiero sul mondo” accanto a “mondo pensato”. Da qui si deve necessariamente passare per andare oltre.
A proposito: il lettore si guardi dal dedurre che quell’oltre sia soltanto l’oltre smisurato e poco ospitale dei filosofi per professione. Macché. Oltre c’è pure il mondo nitido e concreto dell’industria, della ricerca, dell’agire sociale. L’oltre più pratico che ci sia. C’è Hal 9000 (2001 Odissea nello spazio, do you remember?) che cerca di dirci, a suo modo, chi siamo e dove andiamo. «Al centro dell’intero progetto delle scienze cognitive c’è un modello, quello del calcolatore» (Cimatti, p.81). Se la mente fosse soltanto materia, il pensiero sarebbe scintille elettriche, differenze di potenziale, numeri binari, linguaggio di computer. Se invece non è così, il computer non è metafora efficace dell’essere umano. C’è qualcosa di più e di diverso. Qualcosa di conoscibile: e alla fine, con somma soddisfazione, potremo lavarcene le mani di Skinner e di Chomsky (e di Pilato).
Giuseppe Romano
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