La Forza di George Lucas tra esoterismo e culti australiani
Oramai non se ne può più de Il Codice
Da Vinci, riciclato in mille salse e scopiazzato da decine di epigoni
ancora peggiori di Dan Brown. Riviste “di settore” come il mensile di
misteri & dintorni Hera – a cui hanno peraltro fatto capo alcune
intelligenti operazioni di demistificazione – sono letteralmente
divenuti il ricettacolo d’indagini e di expertise di questo o di
quell’aspetto della leggenda sconfessata di Rennes-le-Châteaux, che è
il vero nome de “Il Codice”.
Ben venga dunque il fascicolo nuovo (ottobre) di Hera dalla cui
copertina campeggia il contrasto fra lo jedi della luce Obi-wan Kenobi
e l’oscuro signore dei Sith Darth Vader. Il titolo non lascia dubbi: La
mistica di guerre stellari. Il sommario del servizio, firmato da Mike
Plato, meno ancora: «Nella saga di Guerre Stellari si cela una
complessa scienza mistica in grado di comunicare i più profondi
archetipi dell’umanità e il ritorno dell’eroe divino nell’eterna lotta
tra la Luce e le Tenebre. [...] La Grande Tradizione Primordiale rivive
celata in un moderno mito cinematografico».
Per carità, nulla di nuovo. Un tripudio di templari, esseni, gnostici,
Kali Yuga, Melkisedeq, pleroma, riferimenti sottaciuti a René Guénon,
su tutto svolazzando lo spirito comparitivistico dell’antropologo
statunitense Joseph Campbell per un segreto che conoscono tutti. E poi
Napoleone ridotto a perfido villain Sith, e Giordano Bruno – la Forza
ci scampi e liberi! – esaltato a «splendido esempio» di Santo
Vigilante, fedele all’Altissimo.
La galassia di George Lucas, insomma – che il regista sia consapevole e
connivente o meno, è un problema che non interessa – si trasforma in
una imponente allegoria di quella filosofia tradizionalistica che negli
Stati Uniti si chiamerebbe “perennialismo” e che si ancora a un fondale
manicheo da cui non può strutturalmente distaccarsi. Una sapienza
atavica e immortale che descrive le sorti del mondo come un duello
senza quartiere fra due princìpi irriducibili da cui senz’altro uno
uscirà sconfitto.
Il Male, ovviamente, laddove il Bene riesce a emergere solo a prezzo di
grandi difficoltà e patimenti. Ossia, detto altrimenti, i Cattivi
trionfano affinché, per contrasto, la luminosità dei Buoni scintilli
più argentea. Fa testo Episodio III: La vendetta dei Sith – per la
timeline sta a metà ciclo, ma cronologicamente è l’ultimo film della
serie –, che è l’apoteosi di Darth Vader.
Dall’impaccio delle melme umide e ingannevoli della Via della Mano
Sinistra, infatti, il tradizional-perennialismo non riesce mai a trarsi
completamente, e adesso nemmeno il solvente caustico di Hollywood
sembra ottenere grandi effetti.
Lo vogliano o no, persino Lucas e la famiglia Skywalker al completo sono dei grand’iniziati; è meglio stiano in campana.
Nel 2002, le statistiche ufficiali rivelarono che 70mila australiani si
dichiaravano devoti alla religione degli jedi. E dire che a noi, che
crediamo alla realtà di Harry Potter (e che, dovendo giocar di mano,
tifiamo Destra e non Sinistra), pareva tutto soltanto una bella
fiaba.
Rick Deckard
Lasciamo i Puffi in pace: ma l’Unicef li bombarda a fin di bene
Puffolandia come Bagdad,
devastata, con cadaveri a vista e feriti che si lamentano. A
patrocinare l’invasione della violenza nel mondo degli omini
azzurri è nientemeno che l’Unicef, The United Nations Children’s Fund,
l’agenzia che per conto dell’ONU si preoccupa di proteggere e
promuovere l’infanzia. E che da anni si pone il problema di come
sensibilizzare l’opinione pubblica sulle violenze che dappertutto
subiscono i bambini, specie nei luoghi in cui imperversano conflitti.
Pare che le campagne di sensibilizzazione realizzate finora si siano
scontrate con il muro dell’indifferenza. Se il realismo non funziona,
dev’essersi detto qualcuno, proviamo con la fantasia. è la filiale
belga dell’ente che si è fatta promotrice del “bombardamento di
Puffolandia”, con uno spot in cui l’idilliaca pace della cittadina a
fumetti viene alterata da morte e distruzione per gli “effetti
collaterali” di un bombardamento.
Convinti, come ha dichiarato un responsabile, di aver scovato l’idea
che finalmente farà presa sull’opinione pubblica: «è la prima volta che
facciamo una cosa del genere, ma col passare degli anni ci siamo resi
conto che la reazione alle campagne di tipo più consueto è
limitata». In attesa di vedere se stavolta la reazione popolare
sarà meno “limitata”, accogliamo con qualche perplessità lo spot
ambientato nel fumetto (visibile in
www.vrtnieuws.net/nieuwsnet_master/versie2/nieuws/details/051004Unicef/index.shtml).
Siamo convinti che non è alterando la fantasia che si sostiene la forza
della realtà. Decine di videogame iperrealistici e di siti web
problematici accessibili da bambini mostrano che simili commistioni già
avvengono, e semmai confermano che in un’età psicologicamente
problematica, com’è quella della crescita, l’equilibrio tra realtà e
fantasia va aiutato, non problematizzato.
Ma i destinatari sono gli adulti, non i bimbi. Speriamo che colga nel
segno. Ciò che più colpisce nello spot è forse la musica, la
spensierata colonna sonora del fumetto che continua imperterrita in
mezzo ai corpicini esanimi e ai funghetti-case che bruciano. Remake non
sappiamo quanto volontario della celebre ultima scena con cui Kubrik
volle suggellare l’inferno bellico di Full Metal Jacket (1987), dove i
soldati avanzano nella devastazione universale fischiettando l’inno di
Topolino. A simili commistioni tra realtà e fumetto ci aveva già
pensato il grande Stanley, in modo immigliorabile.
“Lasciamo i bambini in pace”, è il motto della campagna, di cui per il
momento è previsto il lancio solo nella madrepatria belga. Motto
buonista, un po’ perbenista e vago. Quanto al metodo, dopo i Puffi
verrà la volta di Peter Pan finalmente impalato da Uncino? E di
Biancaneve avvelenata col cianuro nella mela? E di Genoveffa sorella
cattiva che impalma il principe mentre Cenerentola rimane
lavapiatti? Lasciamo in pace le fiabe.
Giuseppe Romano
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