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n° 36 - sabato 3 settembre 2005
Windows: dall’UE è arrivata una“N” contro la concorrenza. Intanto c’è Vista sul futuro, di Stefano Riela

Windows: dall’UE è arrivata una“N” contro la concorrenza. Intanto c’è Vista sul futuro

La Commissione ha condannato Microsoft alla sbalorditiva multa di 497 milioni di euro per abuso di posizione dominante. In attesa di appelli e contrappelli, c’è qualche aspetto istruttivo

Dal primo luglio possiamo scegliere se acquistare il solito Windows XP oppure quello imposto dalla Commissione europea al termine di un giudizio datato marzo 2004: la versione “N” del sistema operativo privata del MediaPlayer (WMP), il programma che consente la lettura dei file multimediali. Una decisione che ha suscitato perplessità formalizzate con l’appello al Tribunale di primo grado da parte della società di Bill Gates, e con i sospetti che l’analisi della Commissione fosse indirizzata a proteggere i concorrenti piuttosto che i consumatori.

Adelante schumpeteriani, con juicio
Diversamente dallo Sherman Act statunitense ormai ultracentenario, il Trattato di Roma del 1957 fa riferimento all’abuso di posizione dominante come fattispecie dannosa per la concorrenza. Si pensi a quante imprese, non soltanto in Italia, sarebbero state colpite da un dispositivo contro le strutture monopolistiche – la posizione dominante per antonomasia – fino a non molto tempo fa, quando le liberalizzazioni erano solo miti thatcheriani e le imprese pubbliche, intese in senso istituzionale e non funzionale, facevano la parte del leone nei paesi europei.
In alcuni settori, inoltre – tipicamente nei servizi di pubblica utilità che utilizzano reti (per esempio gli acquedotti, la trasmissione di energia elettrica e di gas, la telefonia fissa) –, le imprese monopolistiche riescono a essere efficienti riducendo i costi di produzione man mano che aumenta la quantità offerta. In particolare nel settore del software, oltre alle classiche economie di scala determinate dagli alti costi per l’attività di ricerca e dai bassi costi di riproduzione e distribuzione, si è formata una “rete” invisibile che ci permette di condividere informazioni ed esperienze. Microsoft ha definito uno standard cui i consumatori attribuiscono un valore maggiore man mano che la stessa rete si espande.

Addirittura c’è chi si sente di legittimare la posizione dominante di Microsoft con l’argomentazione che, trattandosi di un settore dai confini mutevoli e difficilmente difendibile, soltanto l’acquisita stabilità poteva garantire quelle risorse necessarie per investire nella creazione di nuovi prodotti e processi produttivi. L’evidenza empirica lascia, però, ancora aperto lo scontro tra chi vede una relazione diretta tra grado di concentrazione nei mercati e innovazione, e chi, per contro, sostiene che non c’è affatto un rapporto certo e lineare tra la dimensione e la probabilità di successo nell’attività di ricerca e sviluppo.
Nonostante la sicura efficienza produttiva e quella, più eventuale, innovativa, è facile comprendere perché molti ritengono che un’impresa in posizione dominante sia pericolosa per il benessere dei consumatori. Tuttavia i modelli di microeconomia, così chiari nei libri di testo, difficilmente trovano riscontro esatto nella realtà: non è affatto scontato che aiutino a individuare con certezza quand’è che un’impresa dominante abusa del suo potere di mercato. Perfino nel caso classico di prezzi troppo elevati la giurisprudenza sostanzialmente non ha e non offre risposte certe. Benché si tratti di un concetto chiave, definire l’equità di un prezzo è difficile: al punto che anche un prezzo troppo basso, definito “predatorio”, può essere sanzionabile.

Se una procedura antitrust trova difficoltà nel giudicare quando un prezzo è troppo alto, il mercato proprio in questo dovrebbe essere più facilitato. Infatti i profitti di un’impresa che sia dominante a discapito dell’innovazione e del benessere dei consumatori dovrebbero lanciare ai potenziali concorrenti un segnale preciso: che è ora di entrare nel mercato e di prendersi una fetta della torta. La presenza di più imprese in concorrenza riporterebbe il prezzo a un valore “equo”.
Sull’apertura dei mercati necessaria a favorire tale processo concorrenziale l’UE ha lavorato sia all’interno dei suoi confini (il mercato unico ci permette oggi di volare con compagnie come Ryanair) sia all’esterno (sappiamo bene che cosa succede se accostiamo i termini “tessile” e “Cina”). Tuttavia le barriere erette a protezione dei mercati possono essere di natura endogena, generate cioè dai comportamenti delle imprese stesse, come appunto Microsoft ha fatto estendendo la sua rete Windows sulla quasi totalità dei personal computer. In casi come questo l’integrazione dei mercati non basta più. Entra in gioco la politica della concorrenza.

Del bundling e dell’unbundling
Sebbene Microsoft sia riuscita a conquistare i suoi spazi grazie alla qualità del suo sistema operativo Windows, senza alcun sussidio o protezione da parte di autorità pubbliche, in quanto impresa in posizione dominante essa ha una responsabilità che le impedisce di «subordinare la conclusione di contratti all’accettazione da parte degli altri contraenti di prestazioni supplementari, che, per loro natura o secondo gli usi commerciali, non abbiano alcun nesso con l’oggetto dei contratti stessi» (art. 82 del Trattato CEE).
Riguardo al giudizio formulato nei confronti di Microsoft dalla Commissione europea, tralasciamo qui la questione complessa relativa all’interoperabilità tra pc che operano in Windows e server per gruppi di lavoro non Microsoft. Affrontiamo piuttosto l’altro capo d’imputazione: quello che riguarda l’abbinamento – il termine tecnico è bundling – di Windows con WMP, un prodotto che è stato considerato non facente parte del sistema operativo e per il quale la concorrenza esiste ed è effettiva: infatti il programma concorrente RealPlayer, nell’ottobre 1999, aveva il 50 per cento del mercato.

Sul fatto che i consumatori preferiscano trovare nel proprio pc un programma in più, piuttosto che uno in meno, non vi è alcun dubbio. Il problema è un altro: il bundling impedirebbe una scelta consapevole da parte del consumatore, che per scegliere un programma diverso dovrebbe sottoporsi a maggiori costi sia di transazione (informarsi sull’esistenza di un programma migliore, scaricarlo e installarlo), sia di ulteriore memoria da occupare sul proprio hard disk con programmi che hanno funzionalità abbastanza similari a quello già installato e funzionante.

D’altra parte la decisione di obbligare Microsoft all’unbundling rispecchia il principio che ha ispirato le liberalizzazioni nell’UE in quei settori dove i monopoli avevano ragioni storiche e politiche. Quelle economiche, infatti, sono cambiate grazie all’evoluzione tecnologica che ha facilitato, per esempio, la gestione dell’ultimo “miglio” di telefonia fissa e della distribuzione di energia elettrica: servizi che utilizzano comunque un’infrastruttura monopolistica, perché è economicamente insensato replicare per ogni concorrente la rete di telefonia fissa nazionale o quella di trasmissione elettrica, a fronte di capacità disponibile. In questi casi esiste infatti una regolamentazione ex ante dei comportamenti del monopolista per evitare una massimizzazione del profitto dannosa per i consumatori.
Sebbene anch’essa virtualmente monopolista, Microsoft non è soggetta a regolamentazione in quanto operante in un settore “nuovo”. Sicché quando il controllo sui suoi comportamenti non arriva dai concorrenti a causa delle barriere all’entrata nel mercato, la politica della concorrenza interviene, in questo caso ex post, per ridare una scelta ai consumatori.

Decisione per la libertà di scelta
Offrire la possibilità di scegliere significa necessariamente che si mantenga un livello di concorrenza. Riguardo a questo la numerosità dei concorrenti è un fattore strumentale e non finale. Probabilmente i produttori di pc continueranno a installare il Windows bundled piuttosto che quello senza WMP. E probabilmente RealPlayer rischia seriamente di seguire la sorte di Netscape, che nel mercato aveva l’80 per cento dei browser per Internet prima che Microsoft facesse installare Internet Explorer sui pc, con l’allora Windows 95. Alla fine del 2004 Internet Explorer era al 94 per cento. La specificità del mercato in questione, inoltre, attribuirà alle case discografiche e ai distributori di musica via Internet il potere di contribuire al consolidamento di uno standard – verosimilmente quello già più diffuso –, anche perché sarebbe inefficiente e inverosimile che si codificassero musica e video in più formati.

Tuttavia l’importanza della decisione della Commissione, più che nella multa record per l’UE – 497 milioni di euro, somma che Microsoft guadagna in due settimane – risiede nella definizione delle responsabilità di un sistema operativo che merita tutta la sua quota di mercato e che anzi proprio per questo beneficia i consumatori. È per questi suoi stessi meriti, in sostanza, che Microsoft deve conquistare spazi nei mercati confinanti grazie alla libera scelta dei consumatori. Oggi nel mercato dei lettori di file multimediali; domani, per esempio, in quello della ricerca combinata di file nel proprio pc, in Internet e nelle Intranet.
Stefano Riela
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