Dal primo luglio possiamo scegliere
se acquistare il solito Windows XP oppure quello imposto dalla
Commissione europea al termine di un giudizio datato marzo 2004: la
versione “N” del sistema operativo privata del MediaPlayer (WMP), il
programma che consente la lettura dei file multimediali. Una decisione
che ha suscitato perplessità formalizzate con l’appello al Tribunale di
primo grado da parte della società di Bill Gates, e con i sospetti che
l’analisi della Commissione fosse indirizzata a proteggere i
concorrenti piuttosto che i consumatori.
Adelante schumpeteriani, con juicio
Diversamente dallo Sherman Act statunitense ormai ultracentenario, il
Trattato di Roma del 1957 fa riferimento all’abuso di posizione
dominante come fattispecie dannosa per la concorrenza. Si pensi a
quante imprese, non soltanto in Italia, sarebbero state colpite da un
dispositivo contro le strutture monopolistiche – la posizione dominante
per antonomasia – fino a non molto tempo fa, quando le liberalizzazioni
erano solo miti thatcheriani e le imprese pubbliche, intese in senso
istituzionale e non funzionale, facevano la parte del leone nei paesi
europei.
In alcuni settori, inoltre – tipicamente nei servizi di pubblica
utilità che utilizzano reti (per esempio gli acquedotti, la
trasmissione di energia elettrica e di gas, la telefonia fissa) –, le
imprese monopolistiche riescono a essere efficienti riducendo i costi
di produzione man mano che aumenta la quantità offerta. In particolare
nel settore del software, oltre alle classiche economie di scala
determinate dagli alti costi per l’attività di ricerca e dai bassi
costi di riproduzione e distribuzione, si è formata una “rete”
invisibile che ci permette di condividere informazioni ed esperienze.
Microsoft ha definito uno standard cui i consumatori attribuiscono un
valore maggiore man mano che la stessa rete si espande.
Addirittura c’è chi si sente di legittimare la posizione dominante di
Microsoft con l’argomentazione che, trattandosi di un settore dai
confini mutevoli e difficilmente difendibile, soltanto l’acquisita
stabilità poteva garantire quelle risorse necessarie per investire
nella creazione di nuovi prodotti e processi produttivi. L’evidenza
empirica lascia, però, ancora aperto lo scontro tra chi vede una
relazione diretta tra grado di concentrazione nei mercati e
innovazione, e chi, per contro, sostiene che non c’è affatto un
rapporto certo e lineare tra la dimensione e la probabilità di successo
nell’attività di ricerca e sviluppo.
Nonostante la sicura efficienza produttiva e quella, più eventuale,
innovativa, è facile comprendere perché molti ritengono che un’impresa
in posizione dominante sia pericolosa per il benessere dei consumatori.
Tuttavia i modelli di microeconomia, così chiari nei libri di testo,
difficilmente trovano riscontro esatto nella realtà: non è affatto
scontato che aiutino a individuare con certezza quand’è che un’impresa
dominante abusa del suo potere di mercato. Perfino nel caso classico di
prezzi troppo elevati la giurisprudenza sostanzialmente non ha e non
offre risposte certe. Benché si tratti di un concetto chiave, definire
l’equità di un prezzo è difficile: al punto che anche un prezzo troppo
basso, definito “predatorio”, può essere sanzionabile.
Se una procedura antitrust trova difficoltà nel giudicare quando un
prezzo è troppo alto, il mercato proprio in questo dovrebbe essere più
facilitato. Infatti i profitti di un’impresa che sia dominante a
discapito dell’innovazione e del benessere dei consumatori dovrebbero
lanciare ai potenziali concorrenti un segnale preciso: che è ora di
entrare nel mercato e di prendersi una fetta della torta. La presenza
di più imprese in concorrenza riporterebbe il prezzo a un valore
“equo”.
Sull’apertura dei mercati necessaria a favorire tale processo
concorrenziale l’UE ha lavorato sia all’interno dei suoi confini (il
mercato unico ci permette oggi di volare con compagnie come Ryanair)
sia all’esterno (sappiamo bene che cosa succede se accostiamo i termini
“tessile” e “Cina”). Tuttavia le barriere erette a protezione dei
mercati possono essere di natura endogena, generate cioè dai
comportamenti delle imprese stesse, come appunto Microsoft ha fatto
estendendo la sua rete Windows sulla quasi totalità dei personal
computer. In casi come questo l’integrazione dei mercati non basta più.
Entra in gioco la politica della concorrenza.
Del bundling e dell’unbundling
Sebbene Microsoft sia riuscita a conquistare i suoi spazi grazie alla
qualità del suo sistema operativo Windows, senza alcun sussidio o
protezione da parte di autorità pubbliche, in quanto impresa in
posizione dominante essa ha una responsabilità che le impedisce di
«subordinare la conclusione di contratti all’accettazione da parte
degli altri contraenti di prestazioni supplementari, che, per loro
natura o secondo gli usi commerciali, non abbiano alcun nesso con
l’oggetto dei contratti stessi» (art. 82 del Trattato CEE).
Riguardo al giudizio formulato nei confronti di Microsoft dalla
Commissione europea, tralasciamo qui la questione complessa relativa
all’interoperabilità tra pc che operano in Windows e server per gruppi
di lavoro non Microsoft. Affrontiamo piuttosto l’altro capo
d’imputazione: quello che riguarda l’abbinamento – il termine tecnico è
bundling – di Windows con WMP, un prodotto che è stato considerato non
facente parte del sistema operativo e per il quale la concorrenza
esiste ed è effettiva: infatti il programma concorrente RealPlayer,
nell’ottobre 1999, aveva il 50 per cento del mercato.
Sul fatto che i consumatori preferiscano trovare nel proprio pc un
programma in più, piuttosto che uno in meno, non vi è alcun dubbio. Il
problema è un altro: il bundling impedirebbe una scelta consapevole da
parte del consumatore, che per scegliere un programma diverso dovrebbe
sottoporsi a maggiori costi sia di transazione (informarsi
sull’esistenza di un programma migliore, scaricarlo e installarlo), sia
di ulteriore memoria da occupare sul proprio hard disk con programmi
che hanno funzionalità abbastanza similari a quello già installato e
funzionante.
D’altra parte la decisione di obbligare Microsoft all’unbundling
rispecchia il principio che ha ispirato le liberalizzazioni nell’UE in
quei settori dove i monopoli avevano ragioni storiche e politiche.
Quelle economiche, infatti, sono cambiate grazie all’evoluzione
tecnologica che ha facilitato, per esempio, la gestione dell’ultimo
“miglio” di telefonia fissa e della distribuzione di energia elettrica:
servizi che utilizzano comunque un’infrastruttura monopolistica, perché
è economicamente insensato replicare per ogni concorrente la rete di
telefonia fissa nazionale o quella di trasmissione elettrica, a fronte
di capacità disponibile. In questi casi esiste infatti una
regolamentazione ex ante dei comportamenti del monopolista per evitare
una massimizzazione del profitto dannosa per i consumatori.
Sebbene anch’essa virtualmente monopolista, Microsoft non è soggetta a
regolamentazione in quanto operante in un settore “nuovo”. Sicché
quando il controllo sui suoi comportamenti non arriva dai concorrenti a
causa delle barriere all’entrata nel mercato, la politica della
concorrenza interviene, in questo caso ex post, per ridare una scelta
ai consumatori.
Decisione per la libertà di scelta
Offrire la possibilità di scegliere significa necessariamente che si
mantenga un livello di concorrenza. Riguardo a questo la numerosità dei
concorrenti è un fattore strumentale e non finale. Probabilmente i
produttori di pc continueranno a installare il Windows bundled
piuttosto che quello senza WMP. E probabilmente RealPlayer rischia
seriamente di seguire la sorte di Netscape, che nel mercato aveva l’80
per cento dei browser per Internet prima che Microsoft facesse
installare Internet Explorer sui pc, con l’allora Windows 95. Alla fine
del 2004 Internet Explorer era al 94 per cento. La specificità del
mercato in questione, inoltre, attribuirà alle case discografiche e ai
distributori di musica via Internet il potere di contribuire al
consolidamento di uno standard – verosimilmente quello già più diffuso
–, anche perché sarebbe inefficiente e inverosimile che si
codificassero musica e video in più formati.
Tuttavia l’importanza della decisione della Commissione, più che nella
multa record per l’UE – 497 milioni di euro, somma che Microsoft
guadagna in due settimane – risiede nella definizione delle
responsabilità di un sistema operativo che merita tutta la sua quota di
mercato e che anzi proprio per questo beneficia i consumatori. È per
questi suoi stessi meriti, in sostanza, che Microsoft deve conquistare
spazi nei mercati confinanti grazie alla libera scelta dei consumatori.
Oggi nel mercato dei lettori di file multimediali; domani, per esempio,
in quello della ricerca combinata di file nel proprio pc, in Internet e
nelle Intranet.
Stefano Riela