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| n° 21 - sabato 21 maggio 2005 |
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Nel nome del padre, di Marco Respinti Software, l'Ue ai ferri corti sulla |
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Nel nome del padre E
del figlio. E della Forza. Dopo quasi 30 anni finisce Star Wars, molto
più di una semplice saga da cinema. Pietas mitica che rimette al centro
la persona umana e la sua libertà, è una gran botta di antirelativismo.
Film che fanno meditare l’Occidente su di sé Le
colpe dei padri ricadono sui figli solo a patto che i figli non
sappiano liberarsi dei padri. Non esistono automatismi, imperscrutabili
meccaniche celesti che preordinano le vite a insaputa di chi le vive,
Fati ineluttabili, Eterni Ritorni, Fortune cicliche, Destini rii.
Ci sono le persone (padri e figli: tutti a turno si trovano, di norma,
prima in un ruolo poi nell’altro) e ci sono le loro scelte. I nostri
atti ci seguono sempre, ma non quelli degli altri; nemmeno gli atti di
chi ci ha dato la vita biologica (e non solo), istillando nel nostro
DNA incancellabili semi di sé. Odiare significa levare dal cuore così
che la passione non distragga, e contemplare freddamente. Odia il padre
e la madre, dice la Scrittura; quella stessa che pure comanda di
onorarli, il padre e la madre. La responsabilità di ciò che facciamo è
nostra e solo nostra. Noi non siamo i nostri padri. È vero, i
nostri atti influenzano gli altri; e più siamo visibili, più la nostra
influenza sugli altri diviene grande. Lo dissero gli stoici, ma è cosa
evidente e il dirlo buon senso. Eppure è la coscienza personale,
adeguatamente formata, l’ultimo tribunale. Non sono mai le strutture,
la società, gli “altri” – nemmeno i nostri padri – a rispondere dei
nostri gesti. Siamo noi, solo noi. Le colpe dei padri ricadono sui
figli se i figli non sanno redimere i padri. Perché, se non li
redimono, è questa la massima colpa che ricade sul capo dei degni figli
di cotanti padri. Metti la famiglia Skywalker, per esempio.
Quella che dà il nome al ranch californiano fatto costruire a metà
degli anni Ottanta del secolo scorso (in questo contesto è una formula
che suona benissimo) da un regista fuoriclasse re d’incassi rispondente
al nome di George Lucas. Quella famiglia che ha il capostipite in tale
Anakin, ex schiavo sul pianeta Tatooine, di mater certa, ma padre no
(per cui il cognome, Skywalker, origina dalla genitrice). Padre non ce
l’ha nel senso che i suoi geni sono così saturi di midiclorion da fare
addirittura vagheggiare ad alcuni che egli possa essere stato concepito
nel grembo della madre Shmi dalla Forza stessa (sul grande schermo Shmi
Skywalker è l’attrice svedese Pernilla August, già protagonista del
film per la tivù Mary, Mother of Jesus, prodotto nel 1999 dalla NBC,
dove veste i panni della madre del Salvatore). Anakin come figlio
di quella profezia, insomma, che riguarda il Prescelto, ovvero colui
che potrà finalmente riportare equilibrio nella Forza. Sì, esattamente
com’è scritto: potrà. Potrà, infatti, solo se vorrà. Con buona pace di
Avicenna, non esiste alcuna catena d’intelletti svolazzanti lassù che
si sostituiscono alla virtù intellettuale personale: Anakin sarà il
Prescelto solo se sceglierà di esserlo. Ordine & volontà
Ah, quasi dimenticavo la Forza. Per qualcuno è un’antica religione
oramai spazzata via dal baluginare dei folgoratori, per altri una
sopravvivenza atavica di vecchi superstiziosi. In realtà è ciò che
tiene assieme l’universo, l’alito del drago che tutto stringe, la
caverna dentro cui ogni cosa è intessuta – persone e universi – come si
trattasse di un galattico grembo materno. Come quello di Shmi, appunto.
La Forza: The Force nello script originale (che è sempre bene
compulsare). Un bel concetto. Allude a una volontà. E suggerisce
“ordine” invece che “energia” instabile. Fortunatamente, su di essa
mastro Lucas non ci ha mai detto di più. Ora, la famiglia Skywalker
ha siffatti lombi nobili eppure nulla le è risparmiato. Il musetto del
piccolo Anakin diverrà quello arrogante di un adolescente padawan
(l’apprendista di un maestro dell’Ordine dei cavalieri Jedi, che nella
galassia lucasiana custodiscono la Forza) il quale cede alle lusinghe
rettilinee (nel senso della serpe) di una mezza tacca fattosi potente –
anzi il potente – per poi mutarsi nel grugno metallico e oscuro di
Darth Vader, signore dei Sith (umanoidi sedotti nella notte dei tempi
da alcuni jedi adoratori del lato oscuro della Forza e quindi banditi
da ogni consorzio civile). Gettatosi il proprio futuro radioso
da Prescelto dietro le spalle, Darth Vader ne fa di ogni. Poi, figlio
di quale padre non si sa, diviene padre lui stesso, una volta impalmata
Padmé Naberrie, ex regina di Naboo con il nome di Amidala. La quale gli
partorisce due gemelli, Leia e Luke, ma pure subito glieli sottrae onde
preservarli dal lato oscuro della Forza. Ne accadono delle belle e
delle brutte, ma alla fine i due gemelli (ignari l’uno dell’altra e
ritrovatisi “per caso”) mandano i piani del padre a gambe all’aria, lo
combattono e lo destituiscono. E alla fine delle fini gli salvano la
vita. Soprattutto lo fa Luke, a sua volta fattosi jedi della luce (come
lo era, e sommamente, il padre prima d’incupirsi). Alla fine, dunque,
la vita dell’Anakin reintegrato al suo vero sé è salva. Non quella
fisica, però; quella eterna, quella dello spirito. Le colpe dei padri
ricadono sui figli solo se i figli non sanno redimere i padri
incarnando in sé un’alternativa possibile, mostrando loro
un’alternativa da scegliere. Luci & tenebre
È la storia centrale della saga di Guerre Stellari. Anzi no. Star Wars:
intradotto, come puntigliosamente da anni (e a ragione) vuole Lucas,
suo creatore. I traduttori possono infatti talvolta essere dei gran
traditori e il regista deve averla pensata proprio così di fronte a
certe rese di certi nomi di certe versioni dei suoi film. Per questo ha
messo tutto sotto copyright imponendo l’immutabilità dei nomi in
qualsiasi doppiaggio: oltre al nome-logo della saga, anche i vari
C-3P0, R2-D2, Leia Organa, Han Solo e Chewbacca. Ovvio, si è gridato al
business; il quale però la Forza lo benedica se esorcizza certe
alterazioni incomprensibili e fuorvianti. Metti sempre la famiglia
Skywalker, per esempio. In italiano, quando nel 1977 uscì il primo
capitolo della saga (allora battezzato Guerre Stellari), l’ex Anakin
fattosi oscuro signore dei Sith, da Darth Vader che era divenne
insopportabilmente “Lord Fener” (purtroppo la maledizione del “Fener” è
tornata su alcune locandine pubblicitarie in circolazione in questi
giorni per le strade d’Italia). Ma così facendo si è perso un
bel gioco di assonanze e di ammiccamenti. L’appellativo Darth Vader,
infatti, assomma in sé una miriade di riferimenti forti. Anzitutto
vader – nome di controreligione dello jedi fatto sith – potrebbe essere
contrazione d’invader: la nuova personalità malvagia dell’ex Anakin
(così è più volte detto nel corso della saga) ha del resto usurpato e
ucciso l’antica, benevola. Epperò strizza l’occhio anche a una sorta di
lingua pseudoanglosassone: vader come antenato di father, cioè padre
(vader è del resto “padre” in neerlandese così come vater lo è in
tedesco). Inoltre darth potrebbe suggerire dark o – come alcuni
sostengono – essere addirittura dar-th come short form del titolo “dark
lord of the Sith” (tipo “dott.” per “dottore”), in riferimento
all’aristocrazia tenebrosa che governa la setta dei contro-jedi. Figli & figli
Chissà però se è tutto vero, suggestioni linguistiche, filologia
addomesticata, insinuazioni teologiche. Chissà se le cose stanno sul
serio così, in questa saga nata un po’ per caso quasi trent’anni fa, in
quest’avventura che ha attraversato i decenni con meriti propri e
straordinari (se solo si pensa che manca del supporto forte di un libro
ispiratore e che non gode del ritmo fidelizzatore dei serial tivù).
Di sicuro vi è (lo riporta John Baxter in George Lucas. La biografia,
trad. it. Lindau, Torino 1999) che a un certo punto il regista decise
di proseguire la serie dopo il primo film (ribattezzato, alla prima
ridistribuzione del luglio 1978, da Star Wars a Star Wars: A New Hope,
l’Episodio IV di una catena allora ancora tutta da immaginare) «per
fornire all’umanità la mitologia di cui era carente» (parole sue).
L’idea però si fermava lì. Più intuizione che progetto, più eco che
piano preciso. Quasi frutto di quel «senso illativo» che per John Henry
Newman è un atto di assenso al reale dato dalla persona umana non come
esito di una riflessione, ma quale risultante di una molteplicità di
cause concomitanti da cui non si distingue più questo elemento da
quello, ma che nell’insieme produce un atto conoscitivo, volitivo,
affermativo. Quindi Star Wars come risposta a un bisogno
insopprimibile, dove l’esito (quello visibile sullo schermo) è molto
più e oltre che la biografia dell’autore (tirato ora per la giacca,
politicizzato, strumentalizzato), la trama, gli effetti speciali, le
cadute di tono, il genio artistico. Quale bisogno? Sono certo che
vedendo stamattina il Domenicale, con questo po’ po’ di copertina che
il numero sfoggia, vi sarete aspettati una dissertazione sulle
intersezioni fra George Lucas e Joseph Campbell (l’antropologo che
dallo studio del mito ha tratto una casistica di topoi riscontrabile
pure in Star Wars). In realtà ci ha convinto altro. L’inno alla
libertà della saga lucasiana. Noi non siamo i nostri padri. Mai.
Eppure, essendone i figli, portiamo grandi responsabilità. Tutte
personali. Ci voleva un’altra galassia per dirlo. Il nostro mondo
continua infatti a dire che non è vero, che tutto è impersonale, che
tutto è relativo. Marco Respinti Software, l’UE ai ferri corti sulla “lingua che funziona”
L’Europarlamento sta litigando con la Commissione Europea per la legge
sui brevetti. Dietro, gli enormi interessi aziendali e le utopie
collettiviste della Rete. In mezzo, i diritti dei cittadini e la
libertà di esprimerli Un
proverbio di antica saggezza dice che prima viene la vita e poi la
norma. Regole e leggi esistono per rispecchiare al meglio ciò che
siamo, non per soffocarci. Se questo è vero, è pure vero che quando si
sente forte il bisogno di mettere ordine, di legiferare, può essere
buon segno: c’è vitalità, qualcosa sta maturando e richiede attenzione.
A giudicare dalle tensioni che si stanno sviluppando in Europa su
questioni legate al mondo del software informatico, si direbbe che ci
siano una straordinaria vitalità e un altrettanto straordinario bisogno
di regole. È in atto un confronto all’ultimo sangue con svolte
clamorose, fino a spingere la Commissione europea, il Consiglio dei
ministri UE e il Parlamento europeo sull’orlo di una crisi di nervi.
Che è successo? Che i tre organismi istituzionali sopra citati, più
parecchie industrie di varia dimensione, stanno avvitandosi sul testo
(COM 2002/92 - Computer inventions) che dovrà regolamentare in ambito
europeo il trattamento legale delle invenzioni brevettabili, fra le
quali in particolare quelle “applicate tramite computer”. Un concetto
che al giorno d’oggi abbraccia realtà disparate come i programmi per
pc, i sistemi frenanti ABS, le centraline delle lavastoviglie e i
telefoni cellulari. Che in altre e più unitarie parole comprende tutto
il “sistema nervoso” della sconfinata massa di organismi elettronici ai
quali andiamo affidando sempre più parte del nostro benessere e, forse,
del nostro essere. Tutto, ormai, è computer: non soltanto i
personal che adoperiamo a casa e in ufficio, ma anche i telefoni, i
cellulari, i palmari, i decoder dei televisori (anche i televisori, se
è per questo), i sistemi citofono-apriporta, i telepass, gli apparecchi
medici, i cad degli architetti, i metri laser dei geometri, i bancomat,
la cyclette per smaltire i chili superflui, le caldaie, il sistema
meteorologico integrato che a tanti piace tenere sul comò in soggiorno.
Tutte queste suppellettili non sarebbero altro che ferraglia, o
plasticaglia, se non contenessero un codice che impartisce loro le
istruzioni necessarie a fare quello che fanno; un linguaggio miracoloso
che le mette in grado di eseguire mansioni sofisticate, spesso
espandibili progressivamente e ancora più spesso collegabili fra loro
in una rete invisibile che non ha confini. Come funziona la mia automobile
Quel codice è, appunto, il software. Un linguaggio che mette l’uomo in
grado non soltanto di “dire” le cose, cioè di nominarle e descriverle,
ma anche di “farle”, di trasformare le parole in azioni. Infatti è
composto di parole – possiede un dizionario, una sintassi, una
grammatica – e viene “scritto”. Poi, quando la scrittura è finita e
ogni errore rimosso, quel linguaggio non soltanto racconta la propria
perfezione ma la mostra in concreto, attivandosi. Mette la centralina
elettronica della mia automobile in grado di ritmare il ciclo del
motore a scoppio, di governare la sterzata, l’accelerata e la frenata:
un tempo tutto ciò era meccanico e invece oggi è elettronico. Mette,
anche, me stesso in grado di scrivere questo articolo: il computer che
adopero reagisce ai miei comandi perché c’è un software – un “listato”,
in gergo tecnico – che si chiama Microsoft Word e mi si presenta sotto
forma di un programma per scrivere testi. Lo vedo e lo uso, pigiando
tasti e facendo clic col mouse, ma in effetti quelle finestrelle e quei
menù non “esistono”: o, meglio, non sono nient’altro, a loro volta, che
un testo scritto. Un testo scritto che funziona e mi fa scrivere.
Questa lunga digressione servirà, forse, a spiegare quali ambizioni e
quali preoccupazioni attanaglino oggi i commissari europei, i ministri,
gli europarlamentari, gli imprenditori grandissimi, grandi e piccoli
che s’accapigliano attorno al linguaggio miracoloso. Qual è il pomo
della discordia? La possibilità di restringere o di allargare, comunque
di delimitare, i diritti di proprietà sull’innovativa classe dei “testi
attivi”. Poiché appunto sono attivi, tanto per cominciare nel loro caso
non si può parlare soltanto di tutela del copyright, come per le poesie
e per le canzoni. C’è anche quello: copiare un cd-rom contenente un
programma informatico è un atto paragonabile a quello di fotocopiare un
libro, di riprodurre un film o un disco. E come tale va regolamentato.
Ma, oltre a questo, il software ha un’altra caratteristica che lo mette
su un piano diverso: quelle “stringhe di codice” – per tornare al gergo
tecnico – ovvero quelle “frasi che funzionano” possono essere
utilizzate, anche per scopi diversi da quelli iniziali. Sono come
formule magiche di incantesimi che altri maghi potrebbero sfruttare
diversamente. Dalle “frasi” che permettono di far funzionare
le automobili, per esempio, si potrebbero derivare altre frasi simili
per governare gli elicotteri. Oppure si potrebbe applicare al tosaerba
ciò che funziona bene con il rasoio elettrico. E così rientriamo nel
campo dei brevetti, le regole che disciplinano le invenzioni e le loro
applicazioni commerciali. Su cui è ovvio che un conto sia proteggere
legalmente un’invenzione e un altro conto consentire che si brevettino
procedure commerciali e bloccare qualsiasi derivazione dall’utilizzo di
un certo codice: come se si stabilisse che tutte le volte che qualcuno
imbocca l’autostrada da Firenze verso Roma debba pagare il pedaggio da
Milano, visto che da lì parte l’autostrada. La legislazione
statunitense per molti aspetti è così: aggressivamente
“commercializzata”. Si possono brevettare a pioggia singole parti di
codice, singole procedure, in pratica non esiste il concetto di
“software libero”, esente da brevetto. E sotto quegli stessi aspetti la
battaglia europea viene combattuta sul confine che passa tra seguire la
stessa strada o discostarsene. Se l’antitrust si schiera da un lato
Ovvio che sia opportuno riflettere bene su tutta questa materia. Ma,
come dimostra una serie di fatti recenti, non è detto che il tempo a
disposizione sia infinito. Interessi e pressioni s’intrecciano a fare
del tema un groviglio inestricabile ed esplosivo. Da una parte,
infatti, ci sono le Grandi Firme dell’universo digitale. Aziende
multinazionali come Microsoft, Apple, Ibm, Cisco Systems, Nokia e altre
ancora. Hanno enormi e progrediti laboratori di ricerca. Posseggono una
costellazione di società satelliti, affollate di cervelli ben pagati e
di progetti geniali. Hanno inventato e commercializzato centinaia di
“frasi che funzionano”, fino a intrecciare una fitta rete che è
difficile eludere. Negli Usa hanno ottenuto che l’organismo centrale di
controllo dei brevetti si trasformasse da commissariato governativo in
una sorta di avvocato per tutelare gli interessi dei possessori di
brevetti, azzannando chiunque cerchi di utilizzarli senza pagare i
connessi diritti. Ciò che sta accadendo in Europa non è poi
tanto dissimile. Ecco un esempio concreto. Presso la Corte di Giustizia
europea è in discussione l’applicabilità della normativa antitrust
contro Microsoft, rea, secondo alcuni, di aver utilizzato la propria
posizione dominante sul mercato tramite l’ubiquo Windows per ostacolare
la concorrenza almeno su un punto concreto: quello che riguarda Windows
Media Player, una “frase che funziona” avviando musica, immagini e
filmati. Windows è già di suo una interminabile, strabordante “frase
che funziona”: nel mondo dei personal computer ben poche altre “frasi”
possono essere pronunciate senza tener conto di questa. Tanto più agli
accusatori è sembrato sleale che Microsoft, approfittando di ciò,
integrasse nel suo sistema “frasi” gratuite che di fatto impedivano ad
altri di proporsi sul mercato, violando il principio della concorrenza
su basi paritetiche. Su questa obiezione s’è basato il ricorso
all’antitrust. Il passo più recente, datato 6 maggio, ha visto la Corte
di Giustizia europea, che deve pronunciare il verdetto, chiamare in
causa il comitato Ecis (European Committee for Interoperable Systems)
in qualità di partner che sosterrà la commissione in vista della
sentenza d’appello. Decisione che si rivela clamorosa soprattutto
quando si apprende che il comitato è composto da concorrenti che
trarrebbero vantaggio dalla condanna di Bill Gates: Ibm, Oracle, Nokia,
Red Hat e Real-Networks. Clamorosa soprattutto perché, come già
accaduto negli Stati Uniti con l’ufficio brevetti, anche in Europa
l’organismo deputato alla disciplina si schiera con alcuni contro
altri. Tornando al discorso generale, tra gli attori che puntano
le loro fiche in questo gioco impegnativo ci sono le imprese di medio e
piccolo calibro, che rischiano di vedersi chiudere ogni margine dalle
grandi, dovendo stanziare risorse sempre più ingenti per cercare
“frasi” che non si rifacciano ad altre già brevettate, o per pagare
avvocati che le difendano dalla reazioni di nemici così enormi e
potenti. Di fatto il rischio è prossimo e concreto: o mi paghi o ti
compro. Infine, c’è un gran fermento di protesta in coloro
che, fondandosi sulla consolidata tradizione libertaria dell’internet,
sono schierati a priori sul fronte della deregolamentazione e della
liberalizzazione: copyleft contro copyright, open source (cioè software
pubblicamente utilizzabile) contro brevetti. Fra costoro si agitano
gruppi di pressione (come i Verdi) i quali in Italia hanno ottenuto che
il governo (peraltro imbarazzato per il difficile itinerario delle
leggi consimili promosse qui) in Europa s’astenesse e continui a farlo.
Tutto questo spiega come mai l’iter europeo della legge sia stato
tormentatissimo, con inopinate approvazioni in sede di Consiglio
europeo dei ministri (l’Italia, come detto, s’è astenuta), la sonora
bocciatura del Parlamento nella passata legislatura, una successiva
riproposta a muso duro da parte della Commissione. Gli europarlamentari
della presente legislatura stanno tumultuosamente valutando gli
emendamenti: per i giorni 23 e 24 maggio la Commissione giuridica del
Parlamento europeo dovrà esaminare la posizione comune del Consiglio e
i relativi emendamenti sulla direttiva sulla brevettabilità delle
invenzioni da computer. Nulla è escluso, nemmeno una nuova bocciatura
integrale. Davanti alla quale la Commissione ha preannunciato che in
tal caso lascerà cadere la proposta e non se ne farà niente (fino a
quando?). Chi ci guadagna e chi ci perde
Davanti a una materia che in sé è obiettivamente complicata, e davanti
a considerevoli interessi politici, economici e commerciali, ciascuna
delle parti interessate avanza rilievi, obiezioni e precisazioni che
possono alterare anche considerevolmente il peso della valutazione: per
esempio il fatto che la legge in questione non dovrebbe riguardare i
software informatici in quanto tali (che restano nei termini del
copyright e non del brevetto) e nemmeno le procedure commerciali (il
clic come metodo per confermare un acquisto via internet). Ci sono
posizioni diverse sulle procedure, sul merito, sulle scadenze, sulle
verifiche. Approfondire in questa sede non è né facile né, forse,
utile. Anzi temiamo d’aver già annoiato il lettore. Siamo dell’opinione
che sostanzialmente sulle questioni tecniche dovrebbero valere le
deleghe che gli elettori hanno dato ai propri rappresentanti politici,
affinché giudichino con competenza e con equanimità. E che invece sulle
questioni culturali e morali il dibattito pubblico dovrebbe arricchirsi
di voci non inquinate da interessi precostituiti: la teoria della
“tecnologia aperta”, per esempio, preconizza un mondo dove tutti
collaborino armoniosamente nell’interesse del reciproco arricchimento,
ed è un’utopia collettivista bella ma non si sa quanto possibile (certo
non radicalmente). D’altro canto è evidente – ne abbiamo parlato più
volte sul “Dom” – che è in atto una pericolosa deriva verso il
controllo tramite la tecnologia: controllo politico e giudiziario,
anche innescato dalla lotta al terrorismo, ma anche controllo
commerciale tramite la standardizzazione imposta dai grandi gruppi.
Certo, tutti avremmo bisogno di riferimenti inamovibili. Ma anche
questa funzione, che finora era stata bene o male svolta dalle
istituzioni e dalle leggi, oggi sembra messa in discussione dal loro
schierarsi, come abbiamo prima descritto, secondo procedure che Alberto
Mingardi (su il Riformista dell’11 maggio scorso, a proposito della
vertenza Microsoft) definisce “giocare a carte scoperte” (vale a dire,
ammettere che le ragioni del regolatore possano coincidere con quelle
di alcune particolari imprese). Tutto ciò implica che è sempre
più difficile che le istituzioni facciano da mediatrici fra gli
interessi delle “parti sociali”. E implica anche, occorre precisarlo,
una gestione sempre più privatistica degli interessi collettivi: dove
ai giudici e ai poliziotti, nella migliore delle ipotesi, subentrano
avvocati e guardaspalle. Forse ciò avviene per irredimibile debolezza
dei primi, ma allo stato delle cose nessuno sembra guadagnarci davvero,
né in linea di principio né di fatto. Giuseppe Romano Star Wars atto VI Sei
film dopo, l’emozione è enorme ma anche la delusione: inevitabile,
forse, dopo tanta attesa, ma anche imputabile a troppe scelte di comodo C’è
sempre grande emozione quando si arriva in fondo a una trilogia
(cinematografica o letteraria), dicendo addio – per sempre, per un po’,
dipenderà dall’autore e forse un poco anche dalla sirena del biglietto
verde – a personaggi e storie. Quando poi la trilogia in questione è
quella che, in un’ardita operazione di prequel, pone le fondamenta
della saga fantascientifica più famosa del cinema, è chiaro che le
aspettative, benché frustrate da due precedenti episodi francamente
deludenti sul piano delle invenzioni e della costruzione del racconto
(come sempre nulla da dire sugli strabilianti effetti speciali su cui
Lucas ha costruito una carriera e un patrimonio), non possono che
essere altissime, così come i timori di essere delusi. Ci saranno
le risposte a mille domande (come sono finiti i gemelli Skywalker ai
due capi della Galassia? Chi è il responsabile della mattanza che ha
lasciato solo due Jedi a custodire la memoria di un ordine ormai quasi
estinto?) lasciate in sospeso trent’anni fa? Come si svolgerà il
racconto di una conversione al male (quella di Anakin Skywalker) che è
premessa del viaggio dell’eroe più amato dagli spettatori? Ma quale
itinerario seguirà il padre di Luke nella sua transizione al Lato
Oscuro? La vendetta dei Sith giunge così sulla scia di una
promozione da segreto nazionale (con tanto di anteprime blindate in cui
i giornalisti entravano solo se frugati con tanto di metal detector),
ma anche con l’eredità un po’ surreale di file di appassionati,
accampati da giorni davanti alle sale per cogliere la prima proiezione
disponibile. Introdotto da uno degli ormai leggendari prologhi che
scorrono sul cielo stellato al ritmo trascinante delle note di John
Williams (che firma ottime rivisitazioni dei temi classici
accompagnando l’azione, tanta, e i tormenti interiori, sovrabbondanti,
della pellicola), Episodio III ci rigetta nel cuore della guerra
intergalattica che rischia di mandare all’aria i delicati equilibri
politici della Repubblica aprendo le porte all’Impero protagonista
della trilogia classica. La puzza di bruciato, del resto, era forte fin
dallo scorso lungometraggio e sono forse solo i protagonisti della
storia a restare tanto a lungo nel dubbio sulle reali finalità della
guerra dei Cloni, il che ci fa dubitare della saggezza perfino
dell’impareggiabile Yoda. E per agganciare il pubblico adolescente
l’apertura, senza introduzioni, è su una grande battaglia con imponenti
incrociatori e piccole velocissime navi da combattimento, che
rievocano, non a caso, le scene più famose della prima trilogia e
alzano il livello dell’adrenalina. Ma, come promesso da Lucas
ai suoi fan, il cuore della narrazione, nel moltiplicarsi dei duelli
all’arma laser (in tutte le varianti, come quello con Grievous,
guerriero semicyber con quattro braccia e altrettante spade) e delle
grandi battaglie, resta il dramma del protagonista Anakin, il Prescelto
destinato a portare equilibrio nella Forza, e avviato, invece, a un
ineluttabile (almeno per gli spettatori) destino di dannazione.
Passaggio non facile da disegnare mantenendo vivo il coinvolgimento se
pensiamo che il pubblico ha visto Anakin ancora bambino, ma deve
accettare, nel finale, di vedergli indossare l’oscuro costume che
segnala il suo passaggio al ruolo di grande Antagonista. C’è pure la politica
Onde evitare qualunque tipo di confusione l’autore dichiara fin dalla
prima scena la sostanza del dilemma: l’intreccio di ambizione, amore e
paura in cui è stretto Anakin (che esibendo il suo virtuosismo di
pilota salva il maestro Obi-Wan nonostante un ordine contrario che gli
impone di proseguire la sua missione) è metafora trasparente di tutto
quello che seguirà, in una progressione che ribadisce il concetto forse
anche troppo spesso, al punto che, quando il momento arriva davvero,
rischia di mancare il carburante di un’autentica emozione. La scelta
faustiana che Lucas costruisce per il suo eroe (con tanto di inferno
finale, reale e morale), del resto, si innesta sulla filosofia
gnosticheggiante e new age che percorre sottilmente l’intera saga e che
in questo episodio trova diverse occasioni di espressione per bocca dei
leader dell’ordine Jedi (Mace Windu/Samuel L.Jackson e Yoda/Frank Oz),
comprensibilmente incerti sulle prospettive del giovane Skywalker,
troppo amico dell’infido cancelliere Palpatine. Al regista e
sceneggiatore piace però giocare anche sul tavolo della politica, e pur
mescolando le carte più come un prestigiatore che come un vero mago
(gli intrighi che hanno portato alla guerra dei Cloni e i conflitti tra
Mercanti/indipendentisti e governo centrale della Repubblica finiscono
per collassare per lasciar spazio al più immediato conflitto tra Bene e
Male), punta molto sulla figura invero un po’ grottesca del Mentore
nero Palpatine, che, grazie a effetti horror di prima qualità, si
trasforma nell’oscuro e ributtante Imperatore che siamo abituati a
conoscere e odiare. Il suo progetto, comunque, è piuttosto
semplice: in nome della sicurezza ottenere l’accumulo del potere che,
in ogni caso, nel finale viene acquisito più o meno a forza e sancito
dallo sguardo sulla minacciosa Morte Nera, la famigerata fortezza
volante, che, a conti fatti, in termini di tempi di realizzazione
rischia di diventare la più inefficiente delle Grandi Opere mai
concepite da mente d’uomo. L’effetto complessivo, piuttosto dark e con
derive horror che hanno fatto imporre un “PG 13” nelle sale americane
(minori di 13 anni con accompagnamento di genitori), è ottenuto per via
di accumulo di situazioni ed elementi: le premonizioni di Anakin, le
ripetute mutilazioni che prefigurano (è la parola magica del film)
quella finale del protagonista, la scelta di un’ambientazione di grande
impatto, la vestizione dell’(anti)eroe che sigla la sua resurrezione e
la sua condanna. Purtroppo, nonostante la buona volontà
dell’interprete (Hayden Christensen, visto quest’anno nell’ottimo
Inventore di favole), il tutto tende a restare sulla superficie del
personaggio, parlando della sua tragicità piuttosto che facendola
vivere fino in fondo al pubblico attraverso l’arco del suo cambiamento.
Tanto è vero che, quando Anakin si mette al servizio di Palpatine il
suo primo gesto è “enorme” nella sua adesione al male, forse troppo per
un uomo tormentato e ancora convinto di aver “venduto l’anima” per un
bene maggiore. Lo strano effetto è amplificato dal fatto che al suo
fianco troviamo un Ewan McGregor (nei non facili panni di un Obi-Wan
Kenobi sulla via di diventare la leggenda interpretata da Alec
Guinness) in precario equilibrio tra un’interpretazione eroica e una
più leggera del suo personaggio. A lui, tra l’altro, sono affidati, più
che ai soliti petulanti androidi, gli alleggerimenti comici della
vicenda; quelli che una volta sarebbero forse toccati ad Han Solo
(illustre assente in questo tripudio di anticipazioni) e che qui
talvolta spezzano la tensione proprio quando sarebbe necessario tenerla
alta. Prendere sul serio i richiami all’ascesi jedi, del
resto, è faticoso non solo per l’orgoglioso Anakin (e cosa sia davvero
la Forza, dopo sei film e trent’anni di meditazione, resta ancora un
mistero forse anche per Lucas). I discorsi sulla “santa” presa di
distanza da passioni e legami “umani” («La paura della perdita è la via
al lato oscuro» dice, infatti, Yoda e dunque «allenati a lasciar andare
tutto ciò che hai paura di perdere») hanno il sapore di una morale di
vita d’ispirazione buddista che cade un po’ nel vuoto. Come poi nessuno
si accorga dei baci rubati tra Anakin e Amidala, per non parlare del
gemellare pancione di lei, che produrrebbero l’istantanea espulsione di
Anakin dal suo ordine, è un mistero ancora più grande. Un compendio per fan
La pellicola paga probabilmente lo scotto all’esigenza di annodare
troppi fili, di preparare l’aggancio storico agli episodi classici
prima ancora di costruire un film a sé stante in cui tutte le
dimensioni dei personaggi trovino spazio. E se benedetta è la decisione
di ridurre al minimo la storia d’amore da Baci Perugina che aveva fatto
rabbrividire il pubblico nell’Episodio II (per non parlare
dell’extraterrestre odioso Jar Jar Binks opportunamente rimosso a furor
di popolo dopo La minaccia fantasma), risulta insoddisfacente lo
sviluppo delle motivazioni che portano alla decisione di Anakin.
Con il sistema un po’ vecchiotto delle profezie che si autodeterminano
(il parto in cui Amidala perderebbe/perderà la vita), Lucas finisce per
semplificare un dilemma che ha una portata che non è esagerato definire
cosmica, visti gli sviluppi che ne nasceranno. Il troppo amore e la
paura di perdere l’amata che alimentano il fuoco dell’ambizione sono
sviscerati sì, ma astrattamente, cosicché le macchinazioni del cattivo
devono occupare il primo piano, fino a rendere totalmente schiava la
volontà del protagonista. Ce lo ricordavamo più interessante,
questo Lord Fener, e anche se gli occhi di Christensen, sul margine
infuocato del pianeta vulcano e, poi, prima che cali definitivamente la
celeberrima maschera sul suo passato, fanno di tutto per trasmettere un
pathos all’altezza delle aspettative, lascia un po’ delusi una chiusura
come questa, che preferisce sposare la completezza di un compendio per
fan piuttosto che perseguire una sua autonoma grandezza ancorata alle
forti radici di una mitologia fantascientifica ricchissima di simboli e
di più o meno consapevoli echi mistico-filosofici. Luisa Cotta Ramosino |
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