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n° 21 - sabato 21 maggio 2005
Nel nome del padre, di Marco Respinti
Software, l'Ue ai ferri corti sulla

Nel nome del padre

E del figlio. E della Forza. Dopo quasi 30 anni finisce Star Wars, molto più di una semplice saga da cinema. Pietas mitica che rimette al centro la persona umana e la sua libertà, è una gran botta di antirelativismo. Film che fanno meditare l’Occidente su di sé

Le colpe dei padri ricadono sui figli solo a patto che i figli non sappiano liberarsi dei padri. Non esistono automatismi, imperscrutabili meccaniche celesti che preordinano le vite a insaputa di chi le vive, Fati ineluttabili, Eterni Ritorni, Fortune cicliche, Destini rii.
Ci sono le persone (padri e figli: tutti a turno si trovano, di norma, prima in un ruolo poi nell’altro) e ci sono le loro scelte. I nostri atti ci seguono sempre, ma non quelli degli altri; nemmeno gli atti di chi ci ha dato la vita biologica (e non solo), istillando nel nostro DNA incancellabili semi di sé. Odiare significa levare dal cuore così che la passione non distragga, e contemplare freddamente. Odia il padre e la madre, dice la Scrittura; quella stessa che pure comanda di onorarli, il padre e la madre. La responsabilità di ciò che facciamo è nostra e solo nostra. Noi non siamo i nostri padri.

È vero, i nostri atti influenzano gli altri; e più siamo visibili, più la nostra influenza sugli altri diviene grande. Lo dissero gli stoici, ma è cosa evidente e il dirlo buon senso. Eppure è la coscienza personale, adeguatamente formata, l’ultimo tribunale. Non sono mai le strutture, la società, gli “altri” – nemmeno i nostri padri – a rispondere dei nostri gesti. Siamo noi, solo noi.
Le colpe dei padri ricadono sui figli se i figli non sanno redimere i padri. Perché, se non li redimono, è questa la massima colpa che ricade sul capo dei degni figli di cotanti padri.

Metti la famiglia Skywalker, per esempio. Quella che dà il nome al ranch californiano fatto costruire a metà degli anni Ottanta del secolo scorso (in questo contesto è una formula che suona benissimo) da un regista fuoriclasse re d’incassi rispondente al nome di George Lucas. Quella famiglia che ha il capostipite in tale Anakin, ex schiavo sul pianeta Tatooine, di mater certa, ma padre no (per cui il cognome, Skywalker, origina dalla genitrice). Padre non ce l’ha nel senso che i suoi geni sono così saturi di midiclorion da fare addirittura vagheggiare ad alcuni che egli possa essere stato concepito nel grembo della madre Shmi dalla Forza stessa (sul grande schermo Shmi Skywalker è l’attrice svedese Pernilla August, già protagonista del film per la tivù Mary, Mother of Jesus, prodotto nel 1999 dalla NBC, dove veste i panni della madre del Salvatore).
Anakin come figlio di quella profezia, insomma, che riguarda il Prescelto, ovvero colui che potrà finalmente riportare equilibrio nella Forza. Sì, esattamente com’è scritto: potrà. Potrà, infatti, solo se vorrà. Con buona pace di Avicenna, non esiste alcuna catena d’intelletti svolazzanti lassù che si sostituiscono alla virtù intellettuale personale: Anakin sarà il Prescelto solo se sceglierà di esserlo.

Ordine & volontà
Ah, quasi dimenticavo la Forza. Per qualcuno è un’antica religione oramai spazzata via dal baluginare dei folgoratori, per altri una sopravvivenza atavica di vecchi superstiziosi. In realtà è ciò che tiene assieme l’universo, l’alito del drago che tutto stringe, la caverna dentro cui ogni cosa è intessuta – persone e universi – come si trattasse di un galattico grembo materno. Come quello di Shmi, appunto. La Forza: The Force nello script originale (che è sempre bene compulsare). Un bel concetto. Allude a una volontà. E suggerisce “ordine” invece che “energia” instabile. Fortunatamente, su di essa mastro Lucas non ci ha mai detto di più.
Ora, la famiglia Skywalker ha siffatti lombi nobili eppure nulla le è risparmiato. Il musetto del piccolo Anakin diverrà quello arrogante di un adolescente padawan (l’apprendista di un maestro dell’Ordine dei cavalieri Jedi, che nella galassia lucasiana custodiscono la Forza) il quale cede alle lusinghe rettilinee (nel senso della serpe) di una mezza tacca fattosi potente – anzi il potente – per poi mutarsi nel grugno metallico e oscuro di Darth Vader, signore dei Sith (umanoidi sedotti nella notte dei tempi da alcuni jedi adoratori del lato oscuro della Forza e quindi banditi da ogni consorzio civile).

Gettatosi il proprio futuro radioso da Prescelto dietro le spalle, Darth Vader ne fa di ogni. Poi, figlio di quale padre non si sa, diviene padre lui stesso, una volta impalmata Padmé Naberrie, ex regina di Naboo con il nome di Amidala. La quale gli partorisce due gemelli, Leia e Luke, ma pure subito glieli sottrae onde preservarli dal lato oscuro della Forza.
Ne accadono delle belle e delle brutte, ma alla fine i due gemelli (ignari l’uno dell’altra e ritrovatisi “per caso”) mandano i piani del padre a gambe all’aria, lo combattono e lo destituiscono. E alla fine delle fini gli salvano la vita. Soprattutto lo fa Luke, a sua volta fattosi jedi della luce (come lo era, e sommamente, il padre prima d’incupirsi). Alla fine, dunque, la vita dell’Anakin reintegrato al suo vero sé è salva. Non quella fisica, però; quella eterna, quella dello spirito. Le colpe dei padri ricadono sui figli solo se i figli non sanno redimere i padri incarnando in sé un’alternativa possibile, mostrando loro un’alternativa da scegliere.

Luci & tenebre
È la storia centrale della saga di Guerre Stellari. Anzi no. Star Wars: intradotto, come puntigliosamente da anni (e a ragione) vuole Lucas, suo creatore. I traduttori possono infatti talvolta essere dei gran traditori e il regista deve averla pensata proprio così di fronte a certe rese di certi nomi di certe versioni dei suoi film. Per questo ha messo tutto sotto copyright imponendo l’immutabilità dei nomi in qualsiasi doppiaggio: oltre al nome-logo della saga, anche i vari C-3P0, R2-D2, Leia Organa, Han Solo e Chewbacca. Ovvio, si è gridato al business; il quale però la Forza lo benedica se esorcizza certe alterazioni incomprensibili e fuorvianti.
Metti sempre la famiglia Skywalker, per esempio. In italiano, quando nel 1977 uscì il primo capitolo della saga (allora battezzato Guerre Stellari), l’ex Anakin fattosi oscuro signore dei Sith, da Darth Vader che era divenne insopportabilmente “Lord Fener” (purtroppo la maledizione del “Fener” è tornata su alcune locandine pubblicitarie in circolazione in questi giorni per le strade d’Italia).

Ma così facendo si è perso un bel gioco di assonanze e di ammiccamenti. L’appellativo Darth Vader, infatti, assomma in sé una miriade di riferimenti forti.
Anzitutto vader – nome di controreligione dello jedi fatto sith – potrebbe essere contrazione d’invader: la nuova personalità malvagia dell’ex Anakin (così è più volte detto nel corso della saga) ha del resto usurpato e ucciso l’antica, benevola. Epperò strizza l’occhio anche a una sorta di lingua pseudoanglosassone: vader come antenato di father, cioè padre (vader è del resto “padre” in neerlandese così come vater lo è in tedesco). Inoltre darth potrebbe suggerire dark o – come alcuni sostengono – essere addirittura dar-th come short form del titolo “dark lord of the Sith” (tipo “dott.” per “dottore”), in riferimento all’aristocrazia tenebrosa che governa la setta dei contro-jedi.

Figli & figli
Chissà però se è tutto vero, suggestioni linguistiche, filologia addomesticata, insinuazioni teologiche. Chissà se le cose stanno sul serio così, in questa saga nata un po’ per caso quasi trent’anni fa, in quest’avventura che ha attraversato i decenni con meriti propri e straordinari (se solo si pensa che manca del supporto forte di un libro ispiratore e che non gode del ritmo fidelizzatore dei serial tivù).
Di sicuro vi è (lo riporta John Baxter in George Lucas. La biografia, trad. it. Lindau, Torino 1999) che a un certo punto il regista decise di proseguire la serie dopo il primo film (ribattezzato, alla prima ridistribuzione del luglio 1978, da Star Wars a Star Wars: A New Hope, l’Episodio IV di una catena allora ancora tutta da immaginare) «per fornire all’umanità la mitologia di cui era carente» (parole sue).
L’idea però si fermava lì. Più intuizione che progetto, più eco che piano preciso. Quasi frutto di quel «senso illativo» che per John Henry Newman è un atto di assenso al reale dato dalla persona umana non come esito di una riflessione, ma quale risultante di una molteplicità di cause concomitanti da cui non si distingue più questo elemento da quello, ma che nell’insieme produce un atto conoscitivo, volitivo, affermativo.

Quindi Star Wars come risposta a un bisogno insopprimibile, dove l’esito (quello visibile sullo schermo) è molto più e oltre che la biografia dell’autore (tirato ora per la giacca, politicizzato, strumentalizzato), la trama, gli effetti speciali, le cadute di tono, il genio artistico.
Quale bisogno? Sono certo che vedendo stamattina il Domenicale, con questo po’ po’ di copertina che il numero sfoggia, vi sarete aspettati una dissertazione sulle intersezioni fra George Lucas e Joseph Campbell (l’antropologo che dallo studio del mito ha tratto una casistica di topoi riscontrabile pure in Star Wars).
In realtà ci ha convinto altro. L’inno alla libertà della saga lucasiana. Noi non siamo i nostri padri. Mai. Eppure, essendone i figli, portiamo grandi responsabilità. Tutte personali. Ci voleva un’altra galassia per dirlo. Il nostro mondo continua infatti a dire che non è vero, che tutto è impersonale, che tutto è relativo.
Marco Respinti


Software, l’UE ai ferri corti sulla “lingua che funziona”

L’Europarlamento sta litigando con la Commissione Europea per la legge sui brevetti. Dietro, gli enormi interessi aziendali e le utopie collettiviste della Rete. In mezzo, i diritti dei cittadini e la libertà di esprimerli

Un proverbio di antica saggezza dice che prima viene la vita e poi la norma. Regole e leggi esistono per rispecchiare al meglio ciò che siamo, non per soffocarci. Se questo è vero, è pure vero che quando si sente forte il bisogno di mettere ordine, di legiferare, può essere buon segno: c’è vitalità, qualcosa sta maturando e richiede attenzione.
A giudicare dalle tensioni che si stanno sviluppando in Europa su questioni legate al mondo del software informatico, si direbbe che ci siano una straordinaria vitalità e un altrettanto straordinario bisogno di regole. È in atto un confronto all’ultimo sangue con svolte clamorose, fino a spingere la Commissione europea, il Consiglio dei ministri UE e il Parlamento europeo sull’orlo di una crisi di nervi.
Che è successo? Che i tre organismi istituzionali sopra citati, più parecchie industrie di varia dimensione, stanno avvitandosi sul testo (COM 2002/92 - Computer inventions) che dovrà regolamentare in ambito europeo il trattamento legale delle invenzioni brevettabili, fra le quali in particolare quelle “applicate tramite computer”. Un concetto che al giorno d’oggi abbraccia realtà disparate come i programmi per pc, i sistemi frenanti ABS, le centraline delle lavastoviglie e i telefoni cellulari. Che in altre e più unitarie parole comprende tutto il “sistema nervoso” della sconfinata massa di organismi elettronici ai quali andiamo affidando sempre più parte del nostro benessere e, forse, del nostro essere.

Tutto, ormai, è computer: non soltanto i personal che adoperiamo a casa e in ufficio, ma anche i telefoni, i cellulari, i palmari, i decoder dei televisori (anche i televisori, se è per questo), i sistemi citofono-apriporta, i telepass, gli apparecchi medici, i cad degli architetti, i metri laser dei geometri, i bancomat, la cyclette per smaltire i chili superflui, le caldaie, il sistema meteorologico integrato che a tanti piace tenere sul comò in soggiorno.
Tutte queste suppellettili non sarebbero altro che ferraglia, o plasticaglia, se non contenessero un codice che impartisce loro le istruzioni necessarie a fare quello che fanno; un linguaggio miracoloso che le mette in grado di eseguire mansioni sofisticate, spesso espandibili progressivamente e ancora più spesso collegabili fra loro in una rete invisibile che non ha confini.

Come funziona la mia automobile
Quel codice è, appunto, il software. Un linguaggio che mette l’uomo in grado non soltanto di “dire” le cose, cioè di nominarle e descriverle, ma anche di “farle”, di trasformare le parole in azioni. Infatti è composto di parole – possiede un dizionario, una sintassi, una grammatica – e viene “scritto”. Poi, quando la scrittura è finita e ogni errore rimosso, quel linguaggio non soltanto racconta la propria perfezione ma la mostra in concreto, attivandosi. Mette la centralina elettronica della mia automobile in grado di ritmare il ciclo del motore a scoppio, di governare la sterzata, l’accelerata e la frenata: un tempo tutto ciò era meccanico e invece oggi è elettronico. Mette, anche, me stesso in grado di scrivere questo articolo: il computer che adopero reagisce ai miei comandi perché c’è un software – un “listato”, in gergo tecnico – che si chiama Microsoft Word e mi si presenta sotto forma di un programma per scrivere testi. Lo vedo e lo uso, pigiando tasti e facendo clic col mouse, ma in effetti quelle finestrelle e quei menù non “esistono”: o, meglio, non sono nient’altro, a loro volta, che un testo scritto. Un testo scritto che funziona e mi fa scrivere.

Questa lunga digressione servirà, forse, a spiegare quali ambizioni e quali preoccupazioni attanaglino oggi i commissari europei, i ministri, gli europarlamentari, gli imprenditori grandissimi, grandi e piccoli che s’accapigliano attorno al linguaggio miracoloso. Qual è il pomo della discordia? La possibilità di restringere o di allargare, comunque di delimitare, i diritti di proprietà sull’innovativa classe dei “testi attivi”. Poiché appunto sono attivi, tanto per cominciare nel loro caso non si può parlare soltanto di tutela del copyright, come per le poesie e per le canzoni. C’è anche quello: copiare un cd-rom contenente un programma informatico è un atto paragonabile a quello di fotocopiare un libro, di riprodurre un film o un disco. E come tale va regolamentato. Ma, oltre a questo, il software ha un’altra caratteristica che lo mette su un piano diverso: quelle “stringhe di codice” – per tornare al gergo tecnico – ovvero quelle “frasi che funzionano” possono essere utilizzate, anche per scopi diversi da quelli iniziali. Sono come formule magiche di incantesimi che altri maghi potrebbero sfruttare diversamente.

Dalle “frasi” che permettono di far funzionare le automobili, per esempio, si potrebbero derivare altre frasi simili per governare gli elicotteri. Oppure si potrebbe applicare al tosaerba ciò che funziona bene con il rasoio elettrico. E così rientriamo nel campo dei brevetti, le regole che disciplinano le invenzioni e le loro applicazioni commerciali. Su cui è ovvio che un conto sia proteggere legalmente un’invenzione e un altro conto consentire che si brevettino procedure commerciali e bloccare qualsiasi derivazione dall’utilizzo di un certo codice: come se si stabilisse che tutte le volte che qualcuno imbocca l’autostrada da Firenze verso Roma debba pagare il pedaggio da Milano, visto che da lì parte l’autostrada.
La legislazione statunitense per molti aspetti è così: aggressivamente “commercializzata”. Si possono brevettare a pioggia singole parti di codice, singole procedure, in pratica non esiste il concetto di “software libero”, esente da brevetto. E sotto quegli stessi aspetti la battaglia europea viene combattuta sul confine che passa tra seguire la stessa strada o discostarsene.

Se l’antitrust si schiera da un lato
Ovvio che sia opportuno riflettere bene su tutta questa materia. Ma, come dimostra una serie di fatti recenti, non è detto che il tempo a disposizione sia infinito. Interessi e pressioni s’intrecciano a fare del tema un groviglio inestricabile ed esplosivo. Da una parte, infatti, ci sono le Grandi Firme dell’universo digitale. Aziende multinazionali come Microsoft, Apple, Ibm, Cisco Systems, Nokia e altre ancora. Hanno enormi e progrediti laboratori di ricerca. Posseggono una costellazione di società satelliti, affollate di cervelli ben pagati e di progetti geniali. Hanno inventato e commercializzato centinaia di “frasi che funzionano”, fino a intrecciare una fitta rete che è difficile eludere. Negli Usa hanno ottenuto che l’organismo centrale di controllo dei brevetti si trasformasse da commissariato governativo in una sorta di avvocato per tutelare gli interessi dei possessori di brevetti, azzannando chiunque cerchi di utilizzarli senza pagare i connessi diritti.

Ciò che sta accadendo in Europa non è poi tanto dissimile. Ecco un esempio concreto. Presso la Corte di Giustizia europea è in discussione l’applicabilità della normativa antitrust contro Microsoft, rea, secondo alcuni, di aver utilizzato la propria posizione dominante sul mercato tramite l’ubiquo Windows per ostacolare la concorrenza almeno su un punto concreto: quello che riguarda Windows Media Player, una “frase che funziona” avviando musica, immagini e filmati. Windows è già di suo una interminabile, strabordante “frase che funziona”: nel mondo dei personal computer ben poche altre “frasi” possono essere pronunciate senza tener conto di questa. Tanto più agli accusatori è sembrato sleale che Microsoft, approfittando di ciò, integrasse nel suo sistema “frasi” gratuite che di fatto impedivano ad altri di proporsi sul mercato, violando il principio della concorrenza su basi paritetiche. Su questa obiezione s’è basato il ricorso all’antitrust. Il passo più recente, datato 6 maggio, ha visto la Corte di Giustizia europea, che deve pronunciare il verdetto, chiamare in causa il comitato Ecis (European Committee for Interoperable Systems) in qualità di partner che sosterrà la commissione in vista della sentenza d’appello. Decisione che si rivela clamorosa soprattutto quando si apprende che il comitato è composto da concorrenti che trarrebbero vantaggio dalla condanna di Bill Gates: Ibm, Oracle, Nokia, Red Hat e Real-Networks. Clamorosa soprattutto perché, come già accaduto negli Stati Uniti con l’ufficio brevetti, anche in Europa l’organismo deputato alla disciplina si schiera con alcuni contro altri.
Tornando al discorso generale, tra gli attori che puntano le loro fiche in questo gioco impegnativo ci sono le imprese di medio e piccolo calibro, che rischiano di vedersi chiudere ogni margine dalle grandi, dovendo stanziare risorse sempre più ingenti per cercare “frasi” che non si rifacciano ad altre già brevettate, o per pagare avvocati che le difendano dalla reazioni di nemici così enormi e potenti. Di fatto il rischio è prossimo e concreto: o mi paghi o ti compro.

Infine, c’è un gran fermento di protesta in coloro che, fondandosi sulla consolidata tradizione libertaria dell’internet, sono schierati a priori sul fronte della deregolamentazione e della liberalizzazione: copyleft contro copyright, open source (cioè software pubblicamente utilizzabile) contro brevetti. Fra costoro si agitano gruppi di pressione (come i Verdi) i quali in Italia hanno ottenuto che il governo (peraltro imbarazzato per il difficile itinerario delle leggi consimili promosse qui) in Europa s’astenesse e continui a farlo.
Tutto questo spiega come mai l’iter europeo della legge sia stato tormentatissimo, con inopinate approvazioni in sede di Consiglio europeo dei ministri (l’Italia, come detto, s’è astenuta), la sonora bocciatura del Parlamento nella passata legislatura, una successiva riproposta a muso duro da parte della Commissione. Gli europarlamentari della presente legislatura stanno tumultuosamente valutando gli emendamenti: per i giorni 23 e 24 maggio la Commissione giuridica del Parlamento europeo dovrà esaminare la posizione comune del Consiglio e i relativi emendamenti sulla direttiva sulla brevettabilità delle invenzioni da computer. Nulla è escluso, nemmeno una nuova bocciatura integrale. Davanti alla quale la Commissione ha preannunciato che in tal caso lascerà cadere la proposta e non se ne farà niente (fino a quando?).

Chi ci guadagna e chi ci perde
Davanti a una materia che in sé è obiettivamente complicata, e davanti a considerevoli interessi politici, economici e commerciali, ciascuna delle parti interessate avanza rilievi, obiezioni e precisazioni che possono alterare anche considerevolmente il peso della valutazione: per esempio il fatto che la legge in questione non dovrebbe riguardare i software informatici in quanto tali (che restano nei termini del copyright e non del brevetto) e nemmeno le procedure commerciali (il clic come metodo per confermare un acquisto via internet). Ci sono posizioni diverse sulle procedure, sul merito, sulle scadenze, sulle verifiche.
Approfondire in questa sede non è né facile né, forse, utile. Anzi temiamo d’aver già annoiato il lettore. Siamo dell’opinione che sostanzialmente sulle questioni tecniche dovrebbero valere le deleghe che gli elettori hanno dato ai propri rappresentanti politici, affinché giudichino con competenza e con equanimità. E che invece sulle questioni culturali e morali il dibattito pubblico dovrebbe arricchirsi di voci non inquinate da interessi precostituiti: la teoria della “tecnologia aperta”, per esempio, preconizza un mondo dove tutti collaborino armoniosamente nell’interesse del reciproco arricchimento, ed è un’utopia collettivista bella ma non si sa quanto possibile (certo non radicalmente). D’altro canto è evidente – ne abbiamo parlato più volte sul “Dom” – che è in atto una pericolosa deriva verso il controllo tramite la tecnologia: controllo politico e giudiziario, anche innescato dalla lotta al terrorismo, ma anche controllo commerciale tramite la standardizzazione imposta dai grandi gruppi.

Certo, tutti avremmo bisogno di riferimenti inamovibili. Ma anche questa funzione, che finora era stata bene o male svolta dalle istituzioni e dalle leggi, oggi sembra messa in discussione dal loro schierarsi, come abbiamo prima descritto, secondo procedure che Alberto Mingardi (su il Riformista dell’11 maggio scorso, a proposito della vertenza Microsoft) definisce “giocare a carte scoperte” (vale a dire, ammettere che le ragioni del regolatore possano coincidere con quelle di alcune particolari imprese).
Tutto ciò implica che è sempre più difficile che le istituzioni facciano da mediatrici fra gli interessi delle “parti sociali”. E implica anche, occorre precisarlo, una gestione sempre più privatistica degli interessi collettivi: dove ai giudici e ai poliziotti, nella migliore delle ipotesi, subentrano avvocati e guardaspalle. Forse ciò avviene per irredimibile debolezza dei primi, ma allo stato delle cose nessuno sembra guadagnarci davvero, né in linea di principio né di fatto.
Giuseppe Romano


Star Wars atto VI

Sei film dopo, l’emozione è enorme ma anche la delusione: inevitabile, forse, dopo tanta attesa, ma anche imputabile a troppe scelte di comodo

C’è sempre grande emozione quando si arriva in fondo a una trilogia (cinematografica o letteraria), dicendo addio – per sempre, per un po’, dipenderà dall’autore e forse un poco anche dalla sirena del biglietto verde – a personaggi e storie. Quando poi la trilogia in questione è quella che, in un’ardita operazione di prequel, pone le fondamenta della saga fantascientifica più famosa del cinema, è chiaro che le aspettative, benché frustrate da due precedenti episodi francamente deludenti sul piano delle invenzioni e della costruzione del racconto (come sempre nulla da dire sugli strabilianti effetti speciali su cui Lucas ha costruito una carriera e un patrimonio), non possono che essere altissime, così come i timori di essere delusi.
Ci saranno le risposte a mille domande (come sono finiti i gemelli Skywalker ai due capi della Galassia? Chi è il responsabile della mattanza che ha lasciato solo due Jedi a custodire la memoria di un ordine ormai quasi estinto?) lasciate in sospeso trent’anni fa? Come si svolgerà il racconto di una conversione al male (quella di Anakin Skywalker) che è premessa del viaggio dell’eroe più amato dagli spettatori? Ma quale itinerario seguirà il padre di Luke nella sua transizione al Lato Oscuro?

La vendetta dei Sith giunge così sulla scia di una promozione da segreto nazionale (con tanto di anteprime blindate in cui i giornalisti entravano solo se frugati con tanto di metal detector), ma anche con l’eredità un po’ surreale di file di appassionati, accampati da giorni davanti alle sale per cogliere la prima proiezione disponibile. Introdotto da uno degli ormai leggendari prologhi che scorrono sul cielo stellato al ritmo trascinante delle note di John Williams (che firma ottime rivisitazioni dei temi classici accompagnando l’azione, tanta, e i tormenti interiori, sovrabbondanti, della pellicola), Episodio III ci rigetta nel cuore della guerra intergalattica che rischia di mandare all’aria i delicati equilibri politici della Repubblica aprendo le porte all’Impero protagonista della trilogia classica. La puzza di bruciato, del resto, era forte fin dallo scorso lungometraggio e sono forse solo i protagonisti della storia a restare tanto a lungo nel dubbio sulle reali finalità della guerra dei Cloni, il che ci fa dubitare della saggezza perfino dell’impareggiabile Yoda. E per agganciare il pubblico adolescente l’apertura, senza introduzioni, è su una grande battaglia con imponenti incrociatori e piccole velocissime navi da combattimento, che rievocano, non a caso, le scene più famose della prima trilogia e alzano il livello dell’adrenalina.

Ma, come promesso da Lucas ai suoi fan, il cuore della narrazione, nel moltiplicarsi dei duelli all’arma laser (in tutte le varianti, come quello con Grievous, guerriero semicyber con quattro braccia e altrettante spade) e delle grandi battaglie, resta il dramma del protagonista Anakin, il Prescelto destinato a portare equilibrio nella Forza, e avviato, invece, a un ineluttabile (almeno per gli spettatori) destino di dannazione. Passaggio non facile da disegnare mantenendo vivo il coinvolgimento se pensiamo che il pubblico ha visto Anakin ancora bambino, ma deve accettare, nel finale, di vedergli indossare l’oscuro costume che segnala il suo passaggio al ruolo di grande Antagonista.

C’è pure la politica
Onde evitare qualunque tipo di confusione l’autore dichiara fin dalla prima scena la sostanza del dilemma: l’intreccio di ambizione, amore e paura in cui è stretto Anakin (che esibendo il suo virtuosismo di pilota salva il maestro Obi-Wan nonostante un ordine contrario che gli impone di proseguire la sua missione) è metafora trasparente di tutto quello che seguirà, in una progressione che ribadisce il concetto forse anche troppo spesso, al punto che, quando il momento arriva davvero, rischia di mancare il carburante di un’autentica emozione. La scelta faustiana che Lucas costruisce per il suo eroe (con tanto di inferno finale, reale e morale), del resto, si innesta sulla filosofia gnosticheggiante e new age che percorre sottilmente l’intera saga e che in questo episodio trova diverse occasioni di espressione per bocca dei leader dell’ordine Jedi (Mace Windu/Samuel L.Jackson e Yoda/Frank Oz), comprensibilmente incerti sulle prospettive del giovane Skywalker, troppo amico dell’infido cancelliere Palpatine. Al regista e sceneggiatore piace però giocare anche sul tavolo della politica, e pur mescolando le carte più come un prestigiatore che come un vero mago (gli intrighi che hanno portato alla guerra dei Cloni e i conflitti tra Mercanti/indipendentisti e governo centrale della Repubblica finiscono per collassare per lasciar spazio al più immediato conflitto tra Bene e Male), punta molto sulla figura invero un po’ grottesca del Mentore nero Palpatine, che, grazie a effetti horror di prima qualità, si trasforma nell’oscuro e ributtante Imperatore che siamo abituati a conoscere e odiare.

Il suo progetto, comunque, è piuttosto semplice: in nome della sicurezza ottenere l’accumulo del potere che, in ogni caso, nel finale viene acquisito più o meno a forza e sancito dallo sguardo sulla minacciosa Morte Nera, la famigerata fortezza volante, che, a conti fatti, in termini di tempi di realizzazione rischia di diventare la più inefficiente delle Grandi Opere mai concepite da mente d’uomo. L’effetto complessivo, piuttosto dark e con derive horror che hanno fatto imporre un “PG 13” nelle sale americane (minori di 13 anni con accompagnamento di genitori), è ottenuto per via di accumulo di situazioni ed elementi: le premonizioni di Anakin, le ripetute mutilazioni che prefigurano (è la parola magica del film) quella finale del protagonista, la scelta di un’ambientazione di grande impatto, la vestizione dell’(anti)eroe che sigla la sua resurrezione e la sua condanna.

Purtroppo, nonostante la buona volontà dell’interprete (Hayden Christensen, visto quest’anno nell’ottimo Inventore di favole), il tutto tende a restare sulla superficie del personaggio, parlando della sua tragicità piuttosto che facendola vivere fino in fondo al pubblico attraverso l’arco del suo cambiamento. Tanto è vero che, quando Anakin si mette al servizio di Palpatine il suo primo gesto è “enorme” nella sua adesione al male, forse troppo per un uomo tormentato e ancora convinto di aver “venduto l’anima” per un bene maggiore. Lo strano effetto è amplificato dal fatto che al suo fianco troviamo un Ewan McGregor (nei non facili panni di un Obi-Wan Kenobi sulla via di diventare la leggenda interpretata da Alec Guinness) in precario equilibrio tra un’interpretazione eroica e una più leggera del suo personaggio. A lui, tra l’altro, sono affidati, più che ai soliti petulanti androidi, gli alleggerimenti comici della vicenda; quelli che una volta sarebbero forse toccati ad Han Solo (illustre assente in questo tripudio di anticipazioni) e che qui talvolta spezzano la tensione proprio quando sarebbe necessario tenerla alta.

Prendere sul serio i richiami all’ascesi jedi, del resto, è faticoso non solo per l’orgoglioso Anakin (e cosa sia davvero la Forza, dopo sei film e trent’anni di meditazione, resta ancora un mistero forse anche per Lucas). I discorsi sulla “santa” presa di distanza da passioni e legami “umani” («La paura della perdita è la via al lato oscuro» dice, infatti, Yoda e dunque «allenati a lasciar andare tutto ciò che hai paura di perdere») hanno il sapore di una morale di vita d’ispirazione buddista che cade un po’ nel vuoto. Come poi nessuno si accorga dei baci rubati tra Anakin e Amidala, per non parlare del gemellare pancione di lei, che produrrebbero l’istantanea espulsione di Anakin dal suo ordine, è un mistero ancora più grande.

Un compendio per fan
La pellicola paga probabilmente lo scotto all’esigenza di annodare troppi fili, di preparare l’aggancio storico agli episodi classici prima ancora di costruire un film a sé stante in cui tutte le dimensioni dei personaggi trovino spazio. E se benedetta è la decisione di ridurre al minimo la storia d’amore da Baci Perugina che aveva fatto rabbrividire il pubblico nell’Episodio II (per non parlare dell’extraterrestre odioso Jar Jar Binks opportunamente rimosso a furor di popolo dopo La minaccia fantasma), risulta insoddisfacente lo sviluppo delle motivazioni che portano alla decisione di Anakin.

Con il sistema un po’ vecchiotto delle profezie che si autodeterminano (il parto in cui Amidala perderebbe/perderà la vita), Lucas finisce per semplificare un dilemma che ha una portata che non è esagerato definire cosmica, visti gli sviluppi che ne nasceranno. Il troppo amore e la paura di perdere l’amata che alimentano il fuoco dell’ambizione sono sviscerati sì, ma astrattamente, cosicché le macchinazioni del cattivo devono occupare il primo piano, fino a rendere totalmente schiava la volontà del protagonista.
Ce lo ricordavamo più interessante, questo Lord Fener, e anche se gli occhi di Christensen, sul margine infuocato del pianeta vulcano e, poi, prima che cali definitivamente la celeberrima maschera sul suo passato, fanno di tutto per trasmettere un pathos all’altezza delle aspettative, lascia un po’ delusi una chiusura come questa, che preferisce sposare la completezza di un compendio per fan piuttosto che perseguire una sua autonoma grandezza ancorata alle forti radici di una mitologia fantascientifica ricchissima di simboli e di più o meno consapevoli echi mistico-filosofici.
Luisa Cotta Ramosino


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