Il domani dell’identità è la biometria?
Sistemi
elettronici per identificare e verificare se una persona sia chi dice
di essere: sono già realtà tecnologiche ed economiche. Fra progetti
europei e preoccupazioni
«Eddie è un giovane adolescente che è
stato sorpreso a “prestare” una foto della propria iride a un amico per
permettergli di superare i controlli all’ingresso della mensa
scolastica da cui è stato escluso. La madre di Eddie lavora in un asilo
nido, il cui accesso è strettamente regolato da un sistema di
identificazione vocale incrociato con il riconoscimento della geometria
del volto. Il fratellino di Eddie gioca con un orsacchiotto di pezza
che “riconosce” i movimenti del bambino e il suo odore e si attiva solo
se è manipolato dal suo “padrone”».
Non è l’ambientazione di un film di fantascienza come Blade Runner o
Minority Report, ma uno degli scenari descritti dal rapporto
“Biometrics at Frontiers; Assessing the Impact on Society” (disponibile
su www.jrc.cec.eu.int e su www.biteproject.org), presentato lo scorso
30 marzo alla Commissione Libertà, Diritti, Giustizia e Affari interni
del Parlamento europeo. Dopo anni di false partenze, i sistemi di
identificazioni biometrici hanno ora preso il via, promettendo di
diventare – secondo tutti gli analisti – il più importante business nel
settore delle infotecnologie dei prossimi anni. Le tecnologie
biometriche sono metodi automatici di identificazione di una persona, o
di verifica della sua identità, utilizzando alcune sue caratteristiche
fisiche o comportamentali.
I più diffusi sistemi biometrici sono basati sulle impronte digitali,
sulla geometria dei vasi sanguigni della mano, sulla geometria del
volto, sulla struttura dell’iride, sulla dinamica della firma (cioè
sulla pressione esercitata dalla mano durante la firma), sulla dinamica
della scrittura su tastiera (cioè sul modo in cui ciascuno batte un
testo su una tastiera di pc), sul riconoscimento vocale, sul
riconoscimento dell’odore del corpo, sulla geometria delle orecchie.
Questi sistemi – isolatamente o, più spesso, variamente incrociati –
sono tutti già in uso. Altri sistemi sono in fase avanzata di studio:
alcuni basati sulla luminescenza della pelle, altri sul riconoscimento
del profilo genetico (attraverso, per esempio, l’analisi di frammenti
di DNA presenti nel fiato emesso) altri sulle onde cerebrali (per
esempio i sistemi basati sulla NWAI, neural wave analysis interface, un
sistema di interfaccia cervello computer).
Un miliardo di dollari per verificare
Tutti i sistemi biometrici sono costruiti a partire da un lettore
(scanner) che raccoglie i dati biometrici della persona (forma
dell’iride, impronte digitali, geometria del volto, ecc.) e un software
che li converte in forma digitale. I sistemi biometrici possono poi
essere usati per l’identificazione (quando i dati di una persona
vengono confrontati con una banca dati in cui a ogni profilo biometrico
corrisponde un’informazione anagrafica) oppure per la verificazione
(quando vengono confrontati con il documento di cui la persona è in
possesso).
Il mercato attuale della biometria è stato calcolato attorno a un
miliardo di dollari ed è destinato a quadruplicarsi entro il 2007 (dati
International Biometrics Group). A questa crescita quasi esponenziale
fa riscontro sia una caduta dei prezzi dei singoli apparecchi (per
esempio uno scanner dell’impronta digitale che costava 3000 euro cinque
anni fa, oggi costa circa 70 euro), sia un’affidabilità sempre maggiore
dei diversi sistemi. Prezzi elevati e scarsa attendibilità avevano
limitato grandemente la diffusione delle tecnologie biometriche, la cui
disponibilità risale agli anni 1970.
La spinta principale allo sviluppo tumultuoso della biometria negli
ultimi anni è stata data dall’emergenza terrorismo. Dopo l’Undici
Settembre il governo americano ha investito circa tre miliardi di
dollari per dotarsi di un sistema di controllo biometrico alle proprie
frontiere, e il costo di mantenimento di questo sistema è stato
calcolato essere di circa un altro miliardo e mezzo di dollari l’anno
(dati EMBO Reports). Spinta dalle commesse militari e di sicurezza
interna, l’industria biometrica ha progredito rapidamente coinvolgendo
anche il settore civile. Gli aeroporti di Schiphol ad Amsterdam e di
Francoforte utilizzano lettori dell’iride per l’identificazione di
gruppi selezionati di passeggeri in transito. Microsoft ha appena
commercializzato un lettore di impronte digitali che dovrebbe aiutare
nella gestione delle password dei personal computer. Sistemi di
identificazione biometrica affiancheranno presto il PIN delle maggiori
carte di credito, con l’obiettivo di ridurre le frodi. Alcune case
produttrici di autoveicoli stanno già dotando le loro vetture con
antifurti provvisti di lettori di impronte digitali (è di pochi giorni
fa la notizia che in Malesia, un Paese dove la moda degli antifurti
biometrici sta prendendo piede, un malcapitato automobilista ha avuto
il dito indice mozzato da una banda di ladri d’auto).
L’accesso a mense scolastiche e aziendali è regolato da sistemi di
identificazione biometrica in numerose aziende e scuole negli USA, in
Francia, e Inghilterra. Sistemi biometrici sono in uso in Olanda per
evitare l’uso illecito dei servizi di assistenza sociale e nei
programmi di somministrazione controllata di metadone per
tossicodipendenti (in entrambi i casi l’obiettivo è quello di impedire
accessi abusivi). Sistemi basati sulla geometria facciale sono in uso
in molte case da gioco e casinò per bloccare l’accesso a bari e
giocatori professionisti. Sistemi simili sono usati per identificare
teppisti e hooligans negli stadi. Molti governi stanno inoltre
studiando la possibilità di utilizzare la biometria nelle procedure di
voto elettronico e per validare l’accesso ad applicazioni informatiche
critiche e a dati sensibili da parte del personale della pubblica
amministrazione o di utenti online. In Italia il CNIPA (Centro
Nazionale per l’Informatica nella Pubblica Amministrazione) ha
costituito un centro di competenza sulla biometria e ha promosso
iniziative e convegni.
Obiezioni e preoccupazioni
La diffusione della biometria ha sollevato numerose obiezioni e
preoccupazioni. Le principali riguardano l’intrusività di questi
sistemi e il rischio che la creazione di grandi banche dati biometriche
possa costituire una minaccia per la privacy. Le polemiche sollevate
dall’uso di diversi standard per la protezione della privacy tra Stati
Uniti ed Europa, seguite all’introduzione del passaporto biometrico
negli USA, sono solo un assaggio di quello che potrebbe accadere nei
prossimi anni. Tuttavia l’impatto più profondo che la biometria ha, e
promette di avere, riguarda le sue implicazioni biomediche.
La biometria sarà sempre più usata sia per limitare la consultazione di
dati sensibili biomedici sia per controllare l’accesso fisico in zone
ristrette quali laboratori dove vengono prodotte biotecnologie con
possibili applicazioni militari, banche di tessuto, banche di DNA. Un
cittadino comune difficilmente può immaginare quale massa di dati venga
ogni giorno raccolta, immagazzinata e scambiata a scopo di ricerca,
epidemiologico e per la produzione di applicazioni biomediche. La
diffusione di cartelle cliniche elettroniche e di smart card contenenti
informazioni mediche sta ponendo sempre maggiori sfide al rispetto
della privacy. Ma questa è solo la punta dell’iceberg. In realtà il
sistema biomedico nel suo complesso è stato travolto dalla rivoluzione
informatica. Per esempio in tutto il mondo migliaia di banche di
organi, di tessuto e di DNA raccolgono campioni biologici dalle più
diverse provenienze (volontari sani, pazienti ospedalizzati, pezzi
operatori e autoptici), li catalogano e li studiano, ricavandone le più
disparate informazioni che vengono raccolte in sistemi informatici in
rete.
Anche le banche di organi e tessuto a scopo di trapianto si avvalgono
di sistemi informatici che permettono ai diversi centri di scambiarsi
informazioni in tempo reale. I sistemi internazionali di sorveglianza
delle malattie infettive – massimamente potenziati in conseguenza
dell’allarme bioterrorismo e dal diffondersi di nuove malattie
emergenti – stanno raggiungendo livelli di sofisticatezza prima
inimmaginabili, come ha dimostrato la mobilitazione per l’epidemia di
SARS del 2003. La stessa ricerca farmacologica è poi ormai largamente
una faccenda internazionale. Gran parte delle sperimentazioni su nuovi
vaccini e nuovi medicinali avviene in studi multicentrici che
coinvolgono numerose nazioni. Tutti questi centri si scambiano
informazioni e dati utilizzando il world wide web.
Per non citare infine il campo in continua espansione della
telemedicina, che consente di effettuare a distanza difficili indagini
diagnostiche e, talvolta, impegnative procedure chirurgiche. Lungo i
canali elettronici – a volte dedicati, altre volte gli stessi di
internet – viaggiano così ogni giorno milioni di informazioni di natura
biomedica. La questione è duplice: non solo bisogna garantire che
l’accesso a queste informazioni sia riservato solamente a chi ne ha
diritto, ma bisogna anche impedire che diverse banche si
interconnettano tra loro in assenza di una previa ed esplicita
autorizzazione dei cittadini coinvolti. L’interconnessione di banche
dati non è infatti una procedura innocua priva di effetti; al
contrario, essa genera un surplus di informazione che non è facilmente
prevedibile.
La biometria potrebbe sia offrire uno strumento di controllo
all’accesso di dati sensibili, sia permettere ai cittadini di
rintracciare e mantenere il dominio sui dati che li riguardano. Molti
ospedali e strutture sanitarie si stanno dotando di identificatori
biometrici per controllare il flusso informatico di dati medici.
Tuttavia i sistemi biometrici danno origine essi stessi a nuove banche
dati con informazioni sensibili (per esempio caratteristiche fisiche e
comportamentali delle persone inserite nell’archivio), il che imbroglia
ulteriormente il problema, ricordando inevitabilmente il quesito
scherzoso dei chierici medioevali: Christophorus Christum, sed Christus
sustulit orbem: Constiterit pedibus dic ubi Christophorus? (Cristoforo
sosteneva Cristo, Cristo sosteneva il mondo: ma allora dov’è che
poggiavano i piedi di Cristoforo?).
A rendere ancora più complesso il tutto, stanno infine le diverse
normative nazionali che difficilmente si possono applicare alla
proteiforme realtà di banche dati virtuali, prive di una localizzazione
unica, che si espandono con una struttura a rete su diverse nazioni.
La biometria però non è solo una minaccia alla privacy, ma può anche
essere una sua alleata. Sempre in ambito biomedico ci sono state varie
esperienze di utilizzazione dell’identificazione biometrica per
consentire procedimenti di autenticazione in grado di preservare
l’anonimato degli utenti. La città di New York, per esempio, ha avviato
un programma di assistenza a pazienti sieropositivi, infetti dal virus
HIV dell’AIDS, che si avvale di una carta di identità biometrica
anonima. Il paziente, presentando una tessera anonima contenente i suoi
dati biometrici, viene riconosciuto come legittimo possessore della
tessera e quindi autorizzato a usufruire del programma di assistenza
senza che debba rivelare il suo nome o presentare un documento
anagrafico. Sistemi simili sono stati proposti per l’autenticazione di
particolari categorie di pazienti, spesso caratterizzate da una
richiesta di anonimato (tossicodipendenti, prostitute, immigrati
clandestini).
Nel cuore del problema etico
Tuttavia questi esempi non entrano ancora nel cuore del problema etico
sollevato dalla biometria. La questione più complessa riguarda infatti
la natura stessa delle informazioni raccolte con la biometria. In
realtà i sistemi biometrici sono in grado già ora – e lo saranno sempre
più in futuro – di rivelare ben più che la semplice identità di una
persona. In origine la biometria è nata come tecnica medica: che
cos’altro sono tutte le tecniche di indagine strumentale medica se non
infatti forme di biometria? Anche semplicemente facendo una
comparazione tra i dati biometrici di un individuo archiviati e quelli
ottenuti nel momento dell’autenticazione o dell’identificazione si
possono trarre numerose informazioni (la geometria facciale può
rivelare un intervento di chirurgia plastica o una patologia che alteri
i lineamenti, come alcune endocrinopatie). Tutti i sistemi biometrici,
poi, tendono anche a verificare che la fonte dei dati sia “vivente”.
Sarebbe infatti relativamente facile ingannare un sistema utilizzando
protesi in plastica o maschere. Verificare che la fonte dei dati sia
vivente implica però testare la sua reattività. Per esempio un lettore
dell’iride potrà testare simultaneamente la risposta pupillare, oppure
un lettore di geometria facciale potrà anche testare l’irrorazione
sanguigna del volto. Ma, per restare anche solo a questi due esempi,
noi sappiamo che la risposta pupillare dipende da numerosi fattori, tra
cui l’assunzione di determinati farmaci, alcune droghe, alcol, nonché,
nelle donne, da una gravidanza in corso; non diversamente lo stato di
vasodilatazione o vasocostrizione dei vasi sanguigni del volto dipende
da fattori emozionali, farmacologici, dalla temperatura corporea, ecc.
Insomma, utilizzando un sistema di identificazione biometrico si
potranno raccogliere e sommare informazioni di ogni tipo sulla salute
del soggetto, sull’eventuale uso di sostanze e sul suo stato
emozionale. Del resto anche la macchina della verità – un poligrafo che
misura tre risposte fisiologiche: il respiro, la pressione del sangue e
la capacità della pelle di condurre elettricità – non è che un sistema
biometrico primitivo.
La preoccupazione aumenta se si considera che le popolazioni bersaglio
dei sistemi biometrici saranno inizialmente i gruppi più deboli e meno
in grado di difendersi. In ambito medico sono stati già proposti come
soggetti in cui utilizzare l’identificazione biometrica gli anziani non
autosufficienti, i bambini e i disabili psichici (tutte categorie nelle
quali si presume sia più difficile l’identificazione anagrafica
tradizionale). In ambito sociale sono gli immigrati clandestini, i
rifugiati politici, i drop out di ogni tipo, spesso sprovvisti di
documenti validi, a costituire il target naturale della biometria.
Tutto ciò ci porta al problema filosofico che è alla base del dilemma
etico in biometria. Questo problema è stato spesso enunciato con la
formula “informatizzazione del corpo”. Lo status morale, culturale e
giuridico del corpo umano è cambiato nei secoli e nelle varie culture
umane. La società contemporanea – postmoderna o della tarda modernità –
si caratterizza per una percezione schizofrenica del corpo. Da un lato
la corporeità è esaltata e presentata come fonte della stessa dignità
umana. Da un altro lato, però, mai il corpo è stato così martoriato e
vilipeso: un corpo reificato, trasformato in oggetto da modificare a
piacimento con interventi protesici e di chirurgia cosmetica, sino ad
arrivare al vero e proprio delirio del corpo “sostituibile” ad libitum
tramite la clonazione. Un segno evidente di questo approccio
paradossale al corpo è il modo in cui la pelle (che del corpo è limite
e contenitore) è nel contempo venerata (mai tante cure erano state
dedicate alla pelle umana e mai tanto orrore avevano sollevato i segni
del tempo, rughe e cicatrici) e martoriata (la nostra è anche l’epoca
del tatuaggio di massa, della moda del piercing, dei microchip
impiantabili sotto pelle).
La biometria rivela l’ultima trasformazione del corpo, la sua
“digitalizzazione”, la sua trasformazione in corpo virtuale contenuto
in banche dati elettroniche. Il corpo digitale è, per un verso, un
corpo disperso, contenuto nei mille rivoli elettronici della rete; per
un altro verso è invece un corpo quanto mai compatto, tanto concreto da
radicare l’identità di ciascuno nella sua biologia.
Per anni sociologi, filosofi, tecnoscienziati ci avevano assicurato che
la nostra società si stava dirigendo verso un mondo fatto da identità
multiple e cangianti. Ci ritroviamo invece in un mondo sempre più
simile a quello in cui lo schiavo che cercava di fuggire veniva
marchiato a fuoco per essere riconosciuto da chiunque. Di questo, come
delle sfide politiche lanciate dalla rivoluzione biometrica, converrà
riparlare diffusamente.
Emilio Mordini
Tutto e tutti in una Rete
Ogni cosa nell’universo obbedisce
alle leggi della relazione: le cellule e le lucciole, il Web, il genoma
umano, le comunità di conoscenti. Individuare quali siano queste regole
sta cambiandoci la vita
L’economia americana è in pugno a una
lobby trasversale, indipendente da ogni corrente politica. Una ricerca
svolta dall’Università del Michigan fra 6724 dirigenti d’azienda e 813
consiglieri d’amministrazione, tratti dal database della rivista
Fortune, ha documentato che fra tutti costoro esistono connessioni tali
da trasformare il mondo della grande industria americana in un’unica e
tutto sommato piccola rete social-amministrativa, oltre qualsiasi
politica aziendale e legge di concorrenza.
Dobbiamo preoccuparci? Sospettare una qualche mafia o massoneria, un
segreto progetto di dominio? Forse Dan Brown, l’autore del Codice Da
Vinci, saprebbe imbastirci su un thriller. Ma invece questa realtà,
benché stupefacente, non ha nulla di allarmante. È pressoché certo che
lo stesso risultato si avrebbe ripetendo l’analisi nel mondo aziendale
italiano, tedesco, giapponese.
Abbiamo riportato un esempio – uno fra i tanti – dell’annunciata
rivoluzione scientifica, ma soprattutto concettuale, del ventunesimo
secolo: la teoria (e la pratica) delle reti. Lo cita Mark Buchanan,
redattore scientifico di Nature (la Bibbia degli scienziati) e
tempestivo mentore dell’argomento. Già, la rete: non soltanto
l’internet e il web, ma qualsiasi forma di nesso, aggregazione,
circuito relazionale, rapporto strutturato e strutturabile che si possa
concepire in natura fra esseri senzienti o non senzienti, animati o
inanimati, così come fra idee, scambi, commerci, comunicazioni,
migrazioni, germi, ammassi stellari, agglomerati subatomici. Ecco ciò
che accomuna i processi cellulari e la comunità degli attori
hollywoodiani, l’internet e le pubblicazioni degli studiosi di fisica,
l’andamento del mercato azionario e quello delle relazioni
interpersonali, le gerarchie di un’azienda e la vita dei nematodi.
Tutti costoro sono linked, connessi entro reti.
Come settore di studio e di ricerca, addirittura come categoria
interpretativa del reale, la rete è destinata a caratterizzare il
presente secolo e forse il millennio: è l’opinione di Albert-László
Barabási, fisico statunitense di origine ungherese che ha dato il
titolo appunto di Linked al suo saggio più recente. Barabási ha avviato
ricerche interdisciplinari per capire quali leggi costanti presiedano
al formarsi, al crescere e all’evolversi di un qualsiasi tipo di
aggregato “sociale”, si tratti di un gruppo di persone, di un organismo
pluricellulare o di un fascio di link telematici. Per dirla in altri
termini: esiste forse un principio organizzativo alla base di tutto ciò
che è complesso? C’è qualcosa, iscritto nella realtà, che governa e
orienta ogni interazione?
Per esempio il ghiaccio
Per far capire quale possa essere la portata del cambiamento di
prospettiva, Buchanan cita l’esempio del ghiaccio. «Se anche sapessimo
tutto il possibile – dice – sulla struttura e sulla proprietà di una
singola molecola d’acqua, ugualmente continueremmo a ignorare che un
insieme di molecole d’acqua è un liquido alla temperatura di +1 °C e un
solido alla temperatura di –1 °C. Il brusco cambiamento di stato non
comporta nessuna alterazione delle molecole, ma solo una sottile
trasformazione organizzativa nella rete delle interazioni». Ugualmente,
com’è possibile che milioni di lucciole, in riva a un fiume tropicale,
riescano a lampeggiare tutte insieme con una sintonia perfetta? E come
mai i grilli friniscono all’unisono nella notte? Si accordano? Ma, se è
così, come fanno a comunicare all’istante non soltanto fra vicini ma
anche ai due estremi del coro?
Ancora una volta la risposta passa attraverso le leggi che governano le
reti. Se imparassimo a padroneggiarle, troveremmo soluzione a una marea
di misteri e problemi. E la risposta già arriva, sempre più
sconvolgente man mano che attraverso scienziati di luoghi diversi e
impegnati in discipline dissimili affluiscono alla comunità scientifica
internazionale informazioni – e dimostrazioni – sul comportamento delle
“reti” e sulle sue leggi costanti e universali. Sì, alla base di tutte
le forme di complessità esistono individuabili principi organizzativi.
Come guardare per la prima volta al microscopio: una realtà complessa,
dettagliata e assolutamente insospettata finché a qualcuno non venne in
mente di adottare la nuova prospettiva.
I presupposti scientifici che governano gli studi sulle reti spaziano
dalla fisica alla sociologia. C’è molta matematica, naturalmente:
quella che fonda i “sistemi piccolo mondo” e i “gradi di separazione”
elaborati dallo psicologo Stanley Milgram, l’uomo che ha dimostrato
sperimentalmente come fra due qualsiasi cittadini della terra
intercorra in media un intervallo di appena sei persone. Da un
contadino abruzzese a un senatore californiano, dal pescatore del
Baltico al guerriero maori: attraverso un conoscente del primo estremo
che nella sua rete di rapporti umani conta un altro conoscente più
vicino al punto di arrivo, il quale a sua volta ha rapporti con
un’altra ancora. Soltanto sei persone. Chi l’avrebbe detto?
Constatazioni come questa hanno innescato nuove consapevolezze, a loro
volta alimentate da ricerche sul campo: e cioè che non soltanto viviamo
tutti in un villaggio globale, ma, più precisamente, siamo compresi
all’interno di un reticolo che ci avvolge e sostiene le relazioni fra
noi e attorno a noi.
Non basta ancora. Quasi tutto quello che accade nel mondo, dal livello
infimo degli atomi al livello delle masse stellari, si dispone in
“reti” che obbediscono a leggi costanti, ricorrenti. C’è ancora
parecchio da capire, ma ciò che si è ottenuto fin qui è così
significativo da incoraggiare ad approfondire a tutto campo questa
prospettiva che riguarda alla stessa stregua i processi naturali e gli
schemi costanti che assumono le relazioni umane.
Per esempio la ricerca sul cancro. Non “soltanto” questo o quel gene, o
molecola, o proteina sono responsabili di un certo tumore, bensì i
rapporti fra loro e con altri geni, molecole e proteine. I nodi e i
link della rete biologica. La risposta “relazionale” è assai più
aderente alla realtà e quindi più vicina alla soluzione del problema.
Stesso discorso vale per la tanto acclamata mappatura del genoma umano.
Gli scienziati si aspettavano moltissimo da questo lavoro. Fu una
sgradita sorpresa determinare che i geni umani sono appena 30mila, un
misero 30% in più rispetto a quelli del rozzo nematode Caenorhabditis
elegans, organismo infinitamente più semplice di quello umano, che ne
conta 20mila. Ma poi si è capito che il numero dei geni non è
proporzionale alla complessità. Lo è, piuttosto, la loro capacità di
fare rete, di connettersi in maniere e in sequenze diverse. Per questa
via le distanze sono presto ristabilite: poiché ogni gene è
suscettibile di attivarsi rispetto a diversi altri nodi contigui – e
questi a loro volta mantengono relazioni con altri ancora –, la
percentuale di complessità dell’uomo risulta 103000 volte più elevata
che quella del nematode.
Per restare alla medicina, un passo avanti nell’individuazione delle
strade seguite dall’AIDS per diffondersi fra la popolazione si è avuto
dopo che una ricerca sui comportamenti sessuali degli svedesi ha
accertato come la distribuzione delle “relazioni”, in questo campo, sia
strutturata più o meno come una rete informatica: ci sono alcuni
individui che – come i server delle reti telematiche, i siti più
grandi, gli hub – occupano posizioni centrali perché con la loro
attività frenetica connettono fra loro moltissime altre persone. Sono
“nodi”, scorciatoie della comunicazione e dell’infezione (ma anche
della profilassi).
Grazie alla Rete abbiamo le reti
E se ci chiediamo come mai all’improvviso si sia capito tanto e tanto
in fretta sulle reti, non dobbiamo fare molta strada per ottenere la
risposta. La troviamo doppiamente nella Rete digitale, quell’internet
che ha rivoluzionato tutto al di là di qualsiasi apparenza e confine.
In primo luogo perché ci ha obbligati a riconfigurare il nostro
atteggiamento globale. Era là, funzionava sotto gli occhi di tutti e
aiutava noi stessi a funzionare meglio. In secondo luogo perché sono
state le sue risorse di duttilità, potenza, versatilità e
interconnettività ad abbreviare le ricerche, consentendo di
modellizzare e di calcolare in tempi accettabili tutti i complessi
fenomeni coinvolti. Usando la rete per fare rete, capire la rete è
diventato sempre più facile.
C’è un elemento, fra gli altri, che suona sorprendente e foriero di
ulteriori conseguenze. Dietro la Rete telematica – dunque dietro le
reti di ogni tipo? – e dietro le leggi che la regolano non esiste alcun
progetto cosciente: nessun architetto, dall’esterno, ha organizzato i
processi e ha disposto gli interruttori in modo che funzionassero al
meglio. «È una tela senza ragno – spiega Barabási – e se non c’è un
ragno significa che dietro le reti non c’è neanche un progetto». O,
meglio, diciamo noi, il progetto è inserito nella natura stessa di ogni
elemento esistente: essere, dovremo forse ribattere parafrasando un
filosofo, è tendere alla relazione. Vale per il web come per le
molecole, per l’hardware come per il software della vita. E – sorpresa!
– vale per le società e le relazioni umane quanto vale per gli
ecosistemi naturali.
Bloccare il desiderio di nuovi link
Già, le società umane. Se si prendono in esame i modelli emergenti del
terrorismo internazionale, si appura che oltre le intenzioni e i piani
di un Osama bin Laden, Al Qaeda sembra esistere e funzionare come una
rete autogestita “naturale”. Qui sta la sua forza. Non dobbiamo
commettere «l’errore di equiparare la complessità alla casualità»,
ammonisce Barabási: per fermare la piaga del terrorismo – esattamente
come per contrastare il contagio dei virus nelle epidemie cliniche e in
quelle informatiche – l’esperienza suggerisce che eliminare a casaccio
molte o moltissime cellule infette serve a poco (la rete ne
riprodurrebbe altrettante).
Bisogna invece intervenire sugli hub, i nodi più connessi: come
nell’internet, sono loro a condizionare il funzionamento di tutte le
periferie, e, come nell’internet, è disattivando loro che si mette in
crisi la rete.
Ma al contempo bisogna «bloccare il desiderio di nuovi link»:
l’attrazione che il terrorismo esercita su neofiti, il desiderio di
attivare relazioni e scambi nefasti obbedendo a moventi sociali,
culturali, economici, informativi. Apprendendo la natura delle reti
sconfiggeremo i danni delle reti.
Giuseppe Romano
Avviso ai naviganti - www.Beethoven, in lungo e in largo
L’ultimo film ispirato al sommo
autore? O l’ascolto delle sue Sinfonie? Una bibliografia divisa per
lingue? O i suoi ritratti? Chi ama Ludvig van Beethoven (1770-1827),
chi lo vuole conoscere, chi crede di conoscerlo trova un sito internet
completo, scientifico e divertente: www.lvbeethoven.com, curato da
Dominique Prevot. Di facile consultazione, grazie alle opzioni di
lingua (francese, spagnolo, inglese e italiano) e alle icone che ne
suddividono il percorso in stanze, il sito offre una base completa per
lo studio dell’autore della Nona e del Fidelio: vita, opere,
bibliografia con genealogia, ricca galleria di ritratti, amori.
Ma anche stanze più spettacolari e originali. Dalla sezione Midi si può
per esempio scaricare gratuitamente un grande numero di file delle
principali composizioni (lo scaricamento è attivo anche dalla stanza
Opere). Delle sinfonie sono presenti due versioni (create al computer),
in modo tale da comparare due interpretazioni dello stesso capolavoro.
Non mancano né il Testamento, né l’Orazione funebre scritta da Franz
Grillparzer e letta al funerale. C’è ancora dell’altro: la curiosa
galleria di opere d’arte presenti nel nostro Paese (stanza In Italia);
l’elenco dei film (nella sezione Fiction); e, soprattutto, le
informazioni sulla traccia del genio… nello spazio (stanza Curiosità).
Perché se è intuibile che la sua musica sia stata usata nei carillon,
interessante è sapere che essa ha pure viaggiato con le sonde Voyager e
Mercurio e che un fenomeno astrale verificato nel 1999 è stato chiamato
col suo nome.
Giorgio Vitali
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