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n° 17 - sabato 23 aprile 2005
Il domani dell’identità è la biometria?, di Emilio Mordini
Tutto e tutti in una Rete, di Giuseppe Romano
Avviso ai naviganti, di Giorgio Vitali

Il domani dell’identità è la biometria?

Sistemi elettronici per identificare e verificare se una persona sia chi dice di essere: sono già realtà tecnologiche ed economiche. Fra progetti europei e preoccupazioni

«Eddie è un giovane adolescente che è stato sorpreso a “prestare” una foto della propria iride a un amico per permettergli di superare i controlli all’ingresso della mensa scolastica da cui è stato escluso. La madre di Eddie lavora in un asilo nido, il cui accesso è strettamente regolato da un sistema di identificazione vocale incrociato con il riconoscimento della geometria del volto. Il fratellino di Eddie gioca con un orsacchiotto di pezza che “riconosce” i movimenti del bambino e il suo odore e si attiva solo se è manipolato dal suo “padrone”».

Non è l’ambientazione di un film di fantascienza come Blade Runner o Minority Report, ma uno degli scenari descritti dal rapporto “Biometrics at Frontiers; Assessing the Impact on Society” (disponibile su www.jrc.cec.eu.int e su www.biteproject.org), presentato lo scorso 30 marzo alla Commissione Libertà, Diritti, Giustizia e Affari interni del Parlamento europeo. Dopo anni di false partenze, i sistemi di identificazioni biometrici hanno ora preso il via, promettendo di diventare – secondo tutti gli analisti – il più importante business nel settore delle infotecnologie dei prossimi anni. Le tecnologie biometriche sono metodi automatici di identificazione di una persona, o di verifica della sua identità, utilizzando alcune sue caratteristiche fisiche o comportamentali.

I più diffusi sistemi biometrici sono basati sulle impronte digitali, sulla geometria dei vasi sanguigni della mano, sulla geometria del volto, sulla struttura dell’iride, sulla dinamica della firma (cioè sulla pressione esercitata dalla mano durante la firma), sulla dinamica della scrittura su tastiera (cioè sul modo in cui ciascuno batte un testo su una tastiera di pc), sul riconoscimento vocale, sul riconoscimento dell’odore del corpo, sulla geometria delle orecchie. Questi sistemi – isolatamente o, più spesso, variamente incrociati – sono tutti già in uso. Altri sistemi sono in fase avanzata di studio: alcuni basati sulla luminescenza della pelle, altri sul riconoscimento del profilo genetico (attraverso, per esempio, l’analisi di frammenti di DNA presenti nel fiato emesso) altri sulle onde cerebrali (per esempio i sistemi basati sulla NWAI, neural wave analysis interface, un sistema di interfaccia cervello computer).

Un miliardo di dollari per verificare
Tutti i sistemi biometrici sono costruiti a partire da un lettore (scanner) che raccoglie i dati biometrici della persona (forma dell’iride, impronte digitali, geometria del volto, ecc.) e un software che li converte in forma digitale. I sistemi biometrici possono poi essere usati per l’identificazione (quando i dati di una persona vengono confrontati con una banca dati in cui a ogni profilo biometrico corrisponde un’informazione anagrafica) oppure per la verificazione (quando vengono confrontati con il documento di cui la persona è in possesso).
Il mercato attuale della biometria è stato calcolato attorno a un miliardo di dollari ed è destinato a quadruplicarsi entro il 2007 (dati International Biometrics Group). A questa crescita quasi esponenziale fa riscontro sia una caduta dei prezzi dei singoli apparecchi (per esempio uno scanner dell’impronta digitale che costava 3000 euro cinque anni fa, oggi costa circa 70 euro), sia un’affidabilità sempre maggiore dei diversi sistemi. Prezzi elevati e scarsa attendibilità avevano limitato grandemente la diffusione delle tecnologie biometriche, la cui disponibilità risale agli anni 1970.

La spinta principale allo sviluppo tumultuoso della biometria negli ultimi anni è stata data dall’emergenza terrorismo. Dopo l’Undici Settembre il governo americano ha investito circa tre miliardi di dollari per dotarsi di un sistema di controllo biometrico alle proprie frontiere, e il costo di mantenimento di questo sistema è stato calcolato essere di circa un altro miliardo e mezzo di dollari l’anno (dati EMBO Reports). Spinta dalle commesse militari e di sicurezza interna, l’industria biometrica ha progredito rapidamente coinvolgendo anche il settore civile. Gli aeroporti di Schiphol ad Amsterdam e di Francoforte utilizzano lettori dell’iride per l’identificazione di gruppi selezionati di passeggeri in transito. Microsoft ha appena commercializzato un lettore di impronte digitali che dovrebbe aiutare nella gestione delle password dei personal computer. Sistemi di identificazione biometrica affiancheranno presto il PIN delle maggiori carte di credito, con l’obiettivo di ridurre le frodi. Alcune case produttrici di autoveicoli stanno già dotando le loro vetture con antifurti provvisti di lettori di impronte digitali (è di pochi giorni fa la notizia che in Malesia, un Paese dove la moda degli antifurti biometrici sta prendendo piede, un malcapitato automobilista ha avuto il dito indice mozzato da una banda di ladri d’auto).

L’accesso a mense scolastiche e aziendali è regolato da sistemi di identificazione biometrica in numerose aziende e scuole negli USA, in Francia, e Inghilterra. Sistemi biometrici sono in uso in Olanda per evitare l’uso illecito dei servizi di assistenza sociale e nei programmi di somministrazione controllata di metadone per tossicodipendenti (in entrambi i casi l’obiettivo è quello di impedire accessi abusivi). Sistemi basati sulla geometria facciale sono in uso in molte case da gioco e casinò per bloccare l’accesso a bari e giocatori professionisti. Sistemi simili sono usati per identificare teppisti e hooligans negli stadi. Molti governi stanno inoltre studiando la possibilità di utilizzare la biometria nelle procedure di voto elettronico e per validare l’accesso ad applicazioni informatiche critiche e a dati sensibili da parte del personale della pubblica amministrazione o di utenti online. In Italia il CNIPA (Centro Nazionale per l’Informatica nella Pubblica Amministrazione) ha costituito un centro di competenza sulla biometria e ha promosso iniziative e convegni.

Obiezioni e preoccupazioni
La diffusione della biometria ha sollevato numerose obiezioni e preoccupazioni. Le principali riguardano l’intrusività di questi sistemi e il rischio che la creazione di grandi banche dati biometriche possa costituire una minaccia per la privacy. Le polemiche sollevate dall’uso di diversi standard per la protezione della privacy tra Stati Uniti ed Europa, seguite all’introduzione del passaporto biometrico negli USA, sono solo un assaggio di quello che potrebbe accadere nei prossimi anni. Tuttavia l’impatto più profondo che la biometria ha, e promette di avere, riguarda le sue implicazioni biomediche.

La biometria sarà sempre più usata sia per limitare la consultazione di dati sensibili biomedici sia per controllare l’accesso fisico in zone ristrette quali laboratori dove vengono prodotte biotecnologie con possibili applicazioni militari, banche di tessuto, banche di DNA. Un cittadino comune difficilmente può immaginare quale massa di dati venga ogni giorno raccolta, immagazzinata e scambiata a scopo di ricerca, epidemiologico e per la produzione di applicazioni biomediche. La diffusione di cartelle cliniche elettroniche e di smart card contenenti informazioni mediche sta ponendo sempre maggiori sfide al rispetto della privacy. Ma questa è solo la punta dell’iceberg. In realtà il sistema biomedico nel suo complesso è stato travolto dalla rivoluzione informatica. Per esempio in tutto il mondo migliaia di banche di organi, di tessuto e di DNA raccolgono campioni biologici dalle più diverse provenienze (volontari sani, pazienti ospedalizzati, pezzi operatori e autoptici), li catalogano e li studiano, ricavandone le più disparate informazioni che vengono raccolte in sistemi informatici in rete.

Anche le banche di organi e tessuto a scopo di trapianto si avvalgono di sistemi informatici che permettono ai diversi centri di scambiarsi informazioni in tempo reale. I sistemi internazionali di sorveglianza delle malattie infettive – massimamente potenziati in conseguenza dell’allarme bioterrorismo e dal diffondersi di nuove malattie emergenti – stanno raggiungendo livelli di sofisticatezza prima inimmaginabili, come ha dimostrato la mobilitazione per l’epidemia di SARS del 2003. La stessa ricerca farmacologica è poi ormai largamente una faccenda internazionale. Gran parte delle sperimentazioni su nuovi vaccini e nuovi medicinali avviene in studi multicentrici che coinvolgono numerose nazioni. Tutti questi centri si scambiano informazioni e dati utilizzando il world wide web.

Per non citare infine il campo in continua espansione della telemedicina, che consente di effettuare a distanza difficili indagini diagnostiche e, talvolta, impegnative procedure chirurgiche. Lungo i canali elettronici – a volte dedicati, altre volte gli stessi di internet – viaggiano così ogni giorno milioni di informazioni di natura biomedica. La questione è duplice: non solo bisogna garantire che l’accesso a queste informazioni sia riservato solamente a chi ne ha diritto, ma bisogna anche impedire che diverse banche si interconnettano tra loro in assenza di una previa ed esplicita autorizzazione dei cittadini coinvolti. L’interconnessione di banche dati non è infatti una procedura innocua priva di effetti; al contrario, essa genera un surplus di informazione che non è facilmente prevedibile.

La biometria potrebbe sia offrire uno strumento di controllo all’accesso di dati sensibili, sia permettere ai cittadini di rintracciare e mantenere il dominio sui dati che li riguardano. Molti ospedali e strutture sanitarie si stanno dotando di identificatori biometrici per controllare il flusso informatico di dati medici. Tuttavia i sistemi biometrici danno origine essi stessi a nuove banche dati con informazioni sensibili (per esempio caratteristiche fisiche e comportamentali delle persone inserite nell’archivio), il che imbroglia ulteriormente il problema, ricordando inevitabilmente il quesito scherzoso dei chierici medioevali: Christophorus Christum, sed Christus sustulit orbem: Constiterit pedibus dic ubi Christophorus? (Cristoforo sosteneva Cristo, Cristo sosteneva il mondo: ma allora dov’è che poggiavano i piedi di Cristoforo?).

A rendere ancora più complesso il tutto, stanno infine le diverse normative nazionali che difficilmente si possono applicare alla proteiforme realtà di banche dati virtuali, prive di una localizzazione unica, che si espandono con una struttura a rete su diverse nazioni.
La biometria però non è solo una minaccia alla privacy, ma può anche essere una sua alleata. Sempre in ambito biomedico ci sono state varie esperienze di utilizzazione dell’identificazione biometrica per consentire procedimenti di autenticazione in grado di preservare l’anonimato degli utenti. La città di New York, per esempio, ha avviato un programma di assistenza a pazienti sieropositivi, infetti dal virus HIV dell’AIDS, che si avvale di una carta di identità biometrica anonima. Il paziente, presentando una tessera anonima contenente i suoi dati biometrici, viene riconosciuto come legittimo possessore della tessera e quindi autorizzato a usufruire del programma di assistenza senza che debba rivelare il suo nome o presentare un documento anagrafico. Sistemi simili sono stati proposti per l’autenticazione di particolari categorie di pazienti, spesso caratterizzate da una richiesta di anonimato (tossicodipendenti, prostitute, immigrati clandestini).

Nel cuore del problema etico
Tuttavia questi esempi non entrano ancora nel cuore del problema etico sollevato dalla biometria. La questione più complessa riguarda infatti la natura stessa delle informazioni raccolte con la biometria. In realtà i sistemi biometrici sono in grado già ora – e lo saranno sempre più in futuro – di rivelare ben più che la semplice identità di una persona. In origine la biometria è nata come tecnica medica: che cos’altro sono tutte le tecniche di indagine strumentale medica se non infatti forme di biometria? Anche semplicemente facendo una comparazione tra i dati biometrici di un individuo archiviati e quelli ottenuti nel momento dell’autenticazione o dell’identificazione si possono trarre numerose informazioni (la geometria facciale può rivelare un intervento di chirurgia plastica o una patologia che alteri i lineamenti, come alcune endocrinopatie). Tutti i sistemi biometrici, poi, tendono anche a verificare che la fonte dei dati sia “vivente”.

Sarebbe infatti relativamente facile ingannare un sistema utilizzando protesi in plastica o maschere. Verificare che la fonte dei dati sia vivente implica però testare la sua reattività. Per esempio un lettore dell’iride potrà testare simultaneamente la risposta pupillare, oppure un lettore di geometria facciale potrà anche testare l’irrorazione sanguigna del volto. Ma, per restare anche solo a questi due esempi, noi sappiamo che la risposta pupillare dipende da numerosi fattori, tra cui l’assunzione di determinati farmaci, alcune droghe, alcol, nonché, nelle donne, da una gravidanza in corso; non diversamente lo stato di vasodilatazione o vasocostrizione dei vasi sanguigni del volto dipende da fattori emozionali, farmacologici, dalla temperatura corporea, ecc. Insomma, utilizzando un sistema di identificazione biometrico si potranno raccogliere e sommare informazioni di ogni tipo sulla salute del soggetto, sull’eventuale uso di sostanze e sul suo stato emozionale. Del resto anche la macchina della verità – un poligrafo che misura tre risposte fisiologiche: il respiro, la pressione del sangue e la capacità della pelle di condurre elettricità – non è che un sistema biometrico primitivo.

La preoccupazione aumenta se si considera che le popolazioni bersaglio dei sistemi biometrici saranno inizialmente i gruppi più deboli e meno in grado di difendersi. In ambito medico sono stati già proposti come soggetti in cui utilizzare l’identificazione biometrica gli anziani non autosufficienti, i bambini e i disabili psichici (tutte categorie nelle quali si presume sia più difficile l’identificazione anagrafica tradizionale). In ambito sociale sono gli immigrati clandestini, i rifugiati politici, i drop out di ogni tipo, spesso sprovvisti di documenti validi, a costituire il target naturale della biometria.

Tutto ciò ci porta al problema filosofico che è alla base del dilemma etico in biometria. Questo problema è stato spesso enunciato con la formula “informatizzazione del corpo”. Lo status morale, culturale e giuridico del corpo umano è cambiato nei secoli e nelle varie culture umane. La società contemporanea – postmoderna o della tarda modernità – si caratterizza per una percezione schizofrenica del corpo. Da un lato la corporeità è esaltata e presentata come fonte della stessa dignità umana. Da un altro lato, però, mai il corpo è stato così martoriato e vilipeso: un corpo reificato, trasformato in oggetto da modificare a piacimento con interventi protesici e di chirurgia cosmetica, sino ad arrivare al vero e proprio delirio del corpo “sostituibile” ad libitum tramite la clonazione. Un segno evidente di questo approccio paradossale al corpo è il modo in cui la pelle (che del corpo è limite e contenitore) è nel contempo venerata (mai tante cure erano state dedicate alla pelle umana e mai tanto orrore avevano sollevato i segni del tempo, rughe e cicatrici) e martoriata (la nostra è anche l’epoca del tatuaggio di massa, della moda del piercing, dei microchip impiantabili sotto pelle).

La biometria rivela l’ultima trasformazione del corpo, la sua “digitalizzazione”, la sua trasformazione in corpo virtuale contenuto in banche dati elettroniche. Il corpo digitale è, per un verso, un corpo disperso, contenuto nei mille rivoli elettronici della rete; per un altro verso è invece un corpo quanto mai compatto, tanto concreto da radicare l’identità di ciascuno nella sua biologia.
Per anni sociologi, filosofi, tecnoscienziati ci avevano assicurato che la nostra società si stava dirigendo verso un mondo fatto da identità multiple e cangianti. Ci ritroviamo invece in un mondo sempre più simile a quello in cui lo schiavo che cercava di fuggire veniva marchiato a fuoco per essere riconosciuto da chiunque. Di questo, come delle sfide politiche lanciate dalla rivoluzione biometrica, converrà riparlare diffusamente.

Emilio Mordini

Tutto e tutti in una Rete

Ogni cosa nell’universo obbedisce alle leggi della relazione: le cellule e le lucciole, il Web, il genoma umano, le comunità di conoscenti. Individuare quali siano queste regole sta cambiandoci la vita

L’economia americana è in pugno a una lobby trasversale, indipendente da ogni corrente politica. Una ricerca svolta dall’Università del Michigan fra 6724 dirigenti d’azienda e 813 consiglieri d’amministrazione, tratti dal database della rivista Fortune, ha documentato che fra tutti costoro esistono connessioni tali da trasformare il mondo della grande industria americana in un’unica e tutto sommato piccola rete social-amministrativa, oltre qualsiasi politica aziendale e legge di concorrenza.
Dobbiamo preoccuparci? Sospettare una qualche mafia o massoneria, un segreto progetto di dominio? Forse Dan Brown, l’autore del Codice Da Vinci, saprebbe imbastirci su un thriller. Ma invece questa realtà, benché stupefacente, non ha nulla di allarmante. È pressoché certo che lo stesso risultato si avrebbe ripetendo l’analisi nel mondo aziendale italiano, tedesco, giapponese.

Abbiamo riportato un esempio – uno fra i tanti – dell’annunciata rivoluzione scientifica, ma soprattutto concettuale, del ventunesimo secolo: la teoria (e la pratica) delle reti. Lo cita Mark Buchanan, redattore scientifico di Nature (la Bibbia degli scienziati) e tempestivo mentore dell’argomento. Già, la rete: non soltanto l’internet e il web, ma qualsiasi forma di nesso, aggregazione, circuito relazionale, rapporto strutturato e strutturabile che si possa concepire in natura fra esseri senzienti o non senzienti, animati o inanimati, così come fra idee, scambi, commerci, comunicazioni, migrazioni, germi, ammassi stellari, agglomerati subatomici. Ecco ciò che accomuna i processi cellulari e la comunità degli attori hollywoodiani, l’internet e le pubblicazioni degli studiosi di fisica, l’andamento del mercato azionario e quello delle relazioni interpersonali, le gerarchie di un’azienda e la vita dei nematodi. Tutti costoro sono linked, connessi entro reti.

Come settore di studio e di ricerca, addirittura come categoria interpretativa del reale, la rete è destinata a caratterizzare il presente secolo e forse il millennio: è l’opinione di Albert-László Barabási, fisico statunitense di origine ungherese che ha dato il titolo appunto di Linked al suo saggio più recente. Barabási ha avviato ricerche interdisciplinari per capire quali leggi costanti presiedano al formarsi, al crescere e all’evolversi di un qualsiasi tipo di aggregato “sociale”, si tratti di un gruppo di persone, di un organismo pluricellulare o di un fascio di link telematici. Per dirla in altri termini: esiste forse un principio organizzativo alla base di tutto ciò che è complesso? C’è qualcosa, iscritto nella realtà, che governa e orienta ogni interazione?

Per esempio il ghiaccio
Per far capire quale possa essere la portata del cambiamento di prospettiva, Buchanan cita l’esempio del ghiaccio. «Se anche sapessimo tutto il possibile – dice – sulla struttura e sulla proprietà di una singola molecola d’acqua, ugualmente continueremmo a ignorare che un insieme di molecole d’acqua è un liquido alla temperatura di +1 °C e un solido alla temperatura di –1 °C. Il brusco cambiamento di stato non comporta nessuna alterazione delle molecole, ma solo una sottile trasformazione organizzativa nella rete delle interazioni». Ugualmente, com’è possibile che milioni di lucciole, in riva a un fiume tropicale, riescano a lampeggiare tutte insieme con una sintonia perfetta? E come mai i grilli friniscono all’unisono nella notte? Si accordano? Ma, se è così, come fanno a comunicare all’istante non soltanto fra vicini ma anche ai due estremi del coro?

Ancora una volta la risposta passa attraverso le leggi che governano le reti. Se imparassimo a padroneggiarle, troveremmo soluzione a una marea di misteri e problemi. E la risposta già arriva, sempre più sconvolgente man mano che attraverso scienziati di luoghi diversi e impegnati in discipline dissimili affluiscono alla comunità scientifica internazionale informazioni – e dimostrazioni – sul comportamento delle “reti” e sulle sue leggi costanti e universali. Sì, alla base di tutte le forme di complessità esistono individuabili principi organizzativi. Come guardare per la prima volta al microscopio: una realtà complessa, dettagliata e assolutamente insospettata finché a qualcuno non venne in mente di adottare la nuova prospettiva.

I presupposti scientifici che governano gli studi sulle reti spaziano dalla fisica alla sociologia. C’è molta matematica, naturalmente: quella che fonda i “sistemi piccolo mondo” e i “gradi di separazione” elaborati dallo psicologo Stanley Milgram, l’uomo che ha dimostrato sperimentalmente come fra due qualsiasi cittadini della terra intercorra in media un intervallo di appena sei persone. Da un contadino abruzzese a un senatore californiano, dal pescatore del Baltico al guerriero maori: attraverso un conoscente del primo estremo che nella sua rete di rapporti umani conta un altro conoscente più vicino al punto di arrivo, il quale a sua volta ha rapporti con un’altra ancora. Soltanto sei persone. Chi l’avrebbe detto?

Constatazioni come questa hanno innescato nuove consapevolezze, a loro volta alimentate da ricerche sul campo: e cioè che non soltanto viviamo tutti in un villaggio globale, ma, più precisamente, siamo compresi all’interno di un reticolo che ci avvolge e sostiene le relazioni fra noi e attorno a noi.
Non basta ancora. Quasi tutto quello che accade nel mondo, dal livello infimo degli atomi al livello delle masse stellari, si dispone in “reti” che obbediscono a leggi costanti, ricorrenti. C’è ancora parecchio da capire, ma ciò che si è ottenuto fin qui è così significativo da incoraggiare ad approfondire a tutto campo questa prospettiva che riguarda alla stessa stregua i processi naturali e gli schemi costanti che assumono le relazioni umane.

Per esempio la ricerca sul cancro. Non “soltanto” questo o quel gene, o molecola, o proteina sono responsabili di un certo tumore, bensì i rapporti fra loro e con altri geni, molecole e proteine. I nodi e i link della rete biologica. La risposta “relazionale” è assai più aderente alla realtà e quindi più vicina alla soluzione del problema. Stesso discorso vale per la tanto acclamata mappatura del genoma umano. Gli scienziati si aspettavano moltissimo da questo lavoro. Fu una sgradita sorpresa determinare che i geni umani sono appena 30mila, un misero 30% in più rispetto a quelli del rozzo nematode Caenorhabditis elegans, organismo infinitamente più semplice di quello umano, che ne conta 20mila. Ma poi si è capito che il numero dei geni non è proporzionale alla complessità. Lo è, piuttosto, la loro capacità di fare rete, di connettersi in maniere e in sequenze diverse. Per questa via le distanze sono presto ristabilite: poiché ogni gene è suscettibile di attivarsi rispetto a diversi altri nodi contigui – e questi a loro volta mantengono relazioni con altri ancora –, la percentuale di complessità dell’uomo risulta 103000 volte più elevata che quella del nematode.

Per restare alla medicina, un passo avanti nell’individuazione delle strade seguite dall’AIDS per diffondersi fra la popolazione si è avuto dopo che una ricerca sui comportamenti sessuali degli svedesi ha accertato come la distribuzione delle “relazioni”, in questo campo, sia strutturata più o meno come una rete informatica: ci sono alcuni individui che – come i server delle reti telematiche, i siti più grandi, gli hub – occupano posizioni centrali perché con la loro attività frenetica connettono fra loro moltissime altre persone. Sono “nodi”, scorciatoie della comunicazione e dell’infezione (ma anche della profilassi).

Grazie alla Rete abbiamo le reti
E se ci chiediamo come mai all’improvviso si sia capito tanto e tanto in fretta sulle reti, non dobbiamo fare molta strada per ottenere la risposta. La troviamo doppiamente nella Rete digitale, quell’internet che ha rivoluzionato tutto al di là di qualsiasi apparenza e confine.
In primo luogo perché ci ha obbligati a riconfigurare il nostro atteggiamento globale. Era là, funzionava sotto gli occhi di tutti e aiutava noi stessi a funzionare meglio. In secondo luogo perché sono state le sue risorse di duttilità, potenza, versatilità e interconnettività ad abbreviare le ricerche, consentendo di modellizzare e di calcolare in tempi accettabili tutti i complessi fenomeni coinvolti. Usando la rete per fare rete, capire la rete è diventato sempre più facile.

C’è un elemento, fra gli altri, che suona sorprendente e foriero di ulteriori conseguenze. Dietro la Rete telematica – dunque dietro le reti di ogni tipo? – e dietro le leggi che la regolano non esiste alcun progetto cosciente: nessun architetto, dall’esterno, ha organizzato i processi e ha disposto gli interruttori in modo che funzionassero al meglio. «È una tela senza ragno – spiega Barabási – e se non c’è un ragno significa che dietro le reti non c’è neanche un progetto». O, meglio, diciamo noi, il progetto è inserito nella natura stessa di ogni elemento esistente: essere, dovremo forse ribattere parafrasando un filosofo, è tendere alla relazione. Vale per il web come per le molecole, per l’hardware come per il software della vita. E – sorpresa! – vale per le società e le relazioni umane quanto vale per gli ecosistemi naturali.

Bloccare il desiderio di nuovi link
Già, le società umane. Se si prendono in esame i modelli emergenti del terrorismo internazionale, si appura che oltre le intenzioni e i piani di un Osama bin Laden, Al Qaeda sembra esistere e funzionare come una rete autogestita “naturale”. Qui sta la sua forza. Non dobbiamo commettere «l’errore di equiparare la complessità alla casualità», ammonisce Barabási: per fermare la piaga del terrorismo – esattamente come per contrastare il contagio dei virus nelle epidemie cliniche e in quelle informatiche – l’esperienza suggerisce che eliminare a casaccio molte o moltissime cellule infette serve a poco (la rete ne riprodurrebbe altrettante).

Bisogna invece intervenire sugli hub, i nodi più connessi: come nell’internet, sono loro a condizionare il funzionamento di tutte le periferie, e, come nell’internet, è disattivando loro che si mette in crisi la rete.
Ma al contempo bisogna «bloccare il desiderio di nuovi link»: l’attrazione che il terrorismo esercita su neofiti, il desiderio di attivare relazioni e scambi nefasti obbedendo a moventi sociali, culturali, economici, informativi. Apprendendo la natura delle reti sconfiggeremo i danni delle reti.

Giuseppe Romano

Avviso ai naviganti - www.Beethoven, in lungo e in largo

L’ultimo film ispirato al sommo autore? O l’ascolto delle sue Sinfonie? Una bibliografia divisa per lingue? O i suoi ritratti? Chi ama Ludvig van Beethoven (1770-1827), chi lo vuole conoscere, chi crede di conoscerlo trova un sito internet completo, scientifico e divertente: www.lvbeethoven.com, curato da Dominique Prevot. Di facile consultazione, grazie alle opzioni di lingua (francese, spagnolo, inglese e italiano) e alle icone che ne suddividono il percorso in stanze, il sito offre una base completa per lo studio dell’autore della Nona e del Fidelio: vita, opere, bibliografia con genealogia, ricca galleria di ritratti, amori.

Ma anche stanze più spettacolari e originali. Dalla sezione Midi si può per esempio scaricare gratuitamente un grande numero di file delle principali composizioni (lo scaricamento è attivo anche dalla stanza Opere). Delle sinfonie sono presenti due versioni (create al computer), in modo tale da comparare due interpretazioni dello stesso capolavoro. Non mancano né il Testamento, né l’Orazione funebre scritta da Franz Grillparzer e letta al funerale. C’è ancora dell’altro: la curiosa galleria di opere d’arte presenti nel nostro Paese (stanza In Italia); l’elenco dei film (nella sezione Fiction); e, soprattutto, le informazioni sulla traccia del genio… nello spazio (stanza Curiosità). Perché se è intuibile che la sua musica sia stata usata nei carillon, interessante è sapere che essa ha pure viaggiato con le sonde Voyager e Mercurio e che un fenomeno astrale verificato nel 1999 è stato chiamato col suo nome.
 
Giorgio Vitali


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