È in arrivo la Googleteca Universale
Quindici
milioni di libri in rete: è il progetto sontuoso del motore di ricerca,
che digitalizza a rotta di collo. Qualcuno si preoccupa per i diritti,
qualcuno grida alla colonizzazione
Immaginiamo una studentessa di terzo
anno in un college americano, preoccupata per una tesina che deve
scrivere entro tre giorni. Immaginiamo di accompagnarla nella
biblioteca aperta sette su sette/ventiquattro su ventiquattro del suo
college, una biblioteca tanto vetusta quanto ricca di libri, che tra
l’altro sono tutti (tranne i rara ovviamente) accessibili sugli
scaffali.
Ebbene, quando capirà che per prendere i libri che le servono deve
uscire dalle sale di lettura e addentrarsi nel magazzino, tra gli
scaffali sempre polverosi e spesso parecchio bui, la ragazza cadrà in
preda al panico. Vi dirà che no, lei proprio non può andare a prendere
il libro, che le verrebbe la pelle d’oca, che insomma non se la sente e
preferisce scrivere la tesina basandosi solo sui libri della sala
consultazione. E già che c’è, preferisce tornare nella sua stanza al
dormitorio e scriverla collegandosi all’internet.
Ipotesi non peregrina. Se sarà sveglia, infatti, la ragazza riuscirà a
prendere un bel voto tagliando e incollando passi da libri messi in
rete, ferma restando la sua capacità di dissimulare i prestiti e
d’ingannare i filtri antiplagio impiegati dai suoi professori. E a
quella ragazza diventerà presto chiaro che il suo rifiuto di mettere il
naso nel magazzino verrà confortato dai sempre maggiori successi delle
sue tesine. Di semestre in semestre, infatti, la ragazza vedrà sempre
più libri accessibili sull’internet. Infatti il primo motore di ricerca
che oggi guida gli internauti nell’immensità della rete, Google, ha
reso noto il 14 dicembre 2004 un accordo per la digitalizzazione al
ritmo di 5.000 libri al giorno di qualcosa come quindici milioni di
libri. Si tratta delle collezioni integrali di Stanford (8 milioni di
volumi) e della University of Michigan (7 milioni), ai quali si
aggiungono, e non si parla certo di briciole, collezioni di documenti
fragili fuori copyright della New York Public Library, di testi
dell’Ottocento da Oxford e di quarantamila volumi da Harvard. In totale
4,5 miliardi di pagine verranno resi accessibili direttamente in rete,
gratis. Ovviamente, solo le opere fuori copyright saranno
digitalizzate nella loro integralità. Per quelle ancora sotto copyright
è prevista la digitalizzazione di estratti significativi.
Mary Sue Coleman, rettrice dell’University of Michigan citata
dall’ufficio stampa di Google, «crede appassionatamente che l’accesso
universale ai tesori a stampa del mondo sia di cruciale importanza per
la missione della grande università pubblica di oggi». La studentessa
del college della quale si diceva prima sarà sicuramente felice, e come
lei milioni di utenti, di poter sfogliare i libri di una biblioteca
senza muoversi dal proprio studio. Ma anche gli autori e gli editori,
sostiene Google, avranno il vantaggio di aumentare la visibilità dei
loro libri in stampa e fuori stampa, e specialmente di aumentare le
vendite grazie alla pubblicità e specialmente grazie al bottone buy
this book, compra questo libro, presente sulla mascherina che
circonderà le pagine digitalizzate.
Tre considerazioni paiono d’obbligo. Il primo pensiero va alla sorda
inquietudine dei bibliotecari, che si vedranno vuotare le loro sale di
lettura – ma resta sempre la fondata supposizione che anche i più pigri
tra gli studenti e gli studiosi sapranno riconoscere i vantaggi
dell’oggetto libro rispetto alla sua proiezione su uno schermo. Il
secondo pensiero, di dimensione squisitamente geopolitica, l’ha
sollevato in un articolo su Le Monde del 22 gennaio 2005 il presidente
della Bibliothèque Nationale de France e del consorzio Europartenaires,
Jean-Noël Jeanneney, che in sostanza ha fatto notare come il progetto
Google corrisponda a una vera e propria occupazione da parte
dell’America della «definizione dell’idea che le prossime generazioni
si faranno del mondo», fino cioè a imporre la nozione che o uno scritto
si presenta in inglese secondo il Chicago Manual of Style o non è degno
di soverchia considerazione. È vero che il progetto Gallica avviato
dalla Bibliothèque Nationale de France per la digitalizzazione di
80.000 opere e 70.000 immagini va nella stessa direzione del progetto
Google, ma è anche vero la lotta è più che impari, visto che i fondi
messi a disposizione dal governo francese sono un millesimo di quelli
di Google.
E ciò nonostante la motivazione puramente scientifica del progetto
Gallica garantisca agli utenti un livello di rigore decisamente
superiore rispetto a quello del progetto Google, la motivazione
commerciale del quale finisce per ritorcersi contro il prodotto finale.
Il terzo pensiero è che il progetto Google offre agli utenti nientemeno
che la possibilità di stampare libri interi dal proprio personal
computer senza pagare un centesimo, procurando così la diffusione più
ampia possibile della cultura e della scienza, che è poi l’argomento
utilitarista più in voga tra i sostenitori della libera utilizzazione.
Annette Popel Pozzo
Lemony Snicket e Robots, cartoni animati poco cresciuti
Quando Lemony Snicket, il cronista
della “serie di sfortunati eventi” in cui incappano i fratelli
Baudelaire, mette in guardia la prima volta lo spettatore circa ciò a
cui sta per assistere, l’espediente narrativo risulta ironicamente
simpatico e la qualità della fotografia e degli interpreti (tra tutti
lo strabordante Jim Carrey) spinge a dar credito a un racconto –
intitolato appunto Lemony Snicket, una serie di sfortunati eventi –
che, nella versione cartacea, ha fatto concorrenza persino a Harry
Potter.
Lo stesso si può dire dei Robots realizzati dai Blue Sky Studios di
Rupert Murdoch (gli stessi che avevano partorito lo spassoso Era
Glaciale), simpatici automi che si muovono in un mondo di macchine,
bulloni e pezzi di ricambio ma sono mossi da emozioni molto umane. La
vicenda del giovane Rodney, “giovanotto” di seconda mano, che sogna di
essere un inventore nella rutilante Robot City, ha la forza semplice di
tante storie basate sul sogno americano. La qualità dell’animazione,
benché non raggiunga i vertici di Pixar e Dreamworks Animation, è buona
e il design dei personaggi accattivante.
In entrambi i casi, tuttavia, man mano che ci si addentra nel corpo del
racconto, la dinamica narrativa comincia a scricchiolare. La favola
nera dei Baudelaire, infatti, mentre fa il verso alle meraviglie di Big
Fish, si perde nel manierismo delle interpretazioni di Carrey, diventa
presto ripetitiva e chiude con una nota buonista, con un accenno a
nuove tragiche avventure su cui non ci sentiamo però di scommettere,
dati i deludenti risultati al botteghino. Gli adolescenti a cui la
pellicola sarebbe indirizzata rischiano, nonostante i proclami di
“cattiveria”che si ripetono alla fine con una certa fastidiosa
insistenza, di trovare perfino stucchevole la solidarietà fraterna dei
giovani Baudelaire, a cui manca pure l’appeal del coetaneo firmato
J.K.Rowlings, fatto di ricchezza psicologica e dettagli del contesto.
Gli automi burloni di Chris Wedge, da parte loro, mal serviti nel
doppiaggio del protagonista da DJ Francesco, preferiscono giocare alla
mera trasposizione di situazioni “umane” (dal balletto di Cantando
sotto la pioggia agli intermezzi hip hop), un po’ come accadeva in
Shark Tale, puntando su un tema facile facile (ognuno può brillare,
bisogna avere la tenacia per inseguire i propri sogni), ma senza
lavorarci in profondità.
Ciò che ne risulta piacerà soprattutto a un pubblico molto giovane (ma
gli adulti ritorneranno a pensare che i cartoni animati sono roba da
bambini) che si godrà a bocca aperta le acrobazie di biglie e pupazzi
come se si trattasse di un enorme parco costruito con il Meccano, senza
dare troppo peso a sviluppi psicologici complessi e originali a cui ci
avevano abituato Gli Incredibili e Shrek. Il rischio di entrambe le
operazioni non è solo di soddisfare a metà le aspettative degli
spettatori, ma soprattutto di perdere il credito di trasversalità che i
film per ragazzi avevano conquistato negli ultimi anni, consentendo a
pellicole lontane dai vecchi standard disneyani di ottenere ottimi
incassi e inventando un linguaggio capace di comunicare a più livelli
puntando su temi universali e importanti (la paternità in Nemo ma anche
in Monsters e ne L’era glaciale, la “normalità” ne Gli
Incredibili, il mito della bellezza e dell’apparenza in Shrek).
Luisa Cotta Ramosino
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