Home
giovedì 9 settembre 2010
 Home  Settimanale  Direttore  Redazione  Abbonamenti  Archivio  Links  Contatti
In edicola
 Il sommario dell'ultimo numero
 L'archivio
Prima Pagina
 Scarica il PDF
In Libreria
 Tutte le novità
delle Edizioni

      
Le rubriche
 Le Recensioni
 Contraltare
 Fantascienza, fantasy ...
Approfondimenti
Architettura: c'era una volta il bello
Bellezza al centro della politica
La fine del 25 Aprile
Abolire il liberalismo
Dan Brown & altre panzane
"Gramscismo liberale"
Che razza di Illuminismo!
Darwin a-dieu
A morte i critici e i giovani scrittori
L'Arte nata morta
Un ambiente economicamente sostenibile
L'altra America
L' era digitale
La Grande Tradizione
Polematica
Neocon files
Mailing List
 Iscriviti alla
Mailing List de
Il Domenicale
L'aforisma della settimana
Dulce et decorum est
pro patria mori

Quinto Orazio Flacco
(65-8 a.C.),
Odi, III, 2, 13
Vai all'archivio >>
Torna all'elenco 
 
n° 14 - sabato 2 aprile 2005
E' in arrivo la Googleteca Universale, di Annette Popel Pozzo
Lemony Snicket e Robots, cartoni animati poco cresciuti, di Luisa Cotta Ramosino

È in arrivo la Googleteca Universale

Quindici milioni di libri in rete: è il progetto sontuoso del motore di ricerca, che digitalizza a rotta di collo. Qualcuno si preoccupa per i diritti, qualcuno grida alla colonizzazione

Immaginiamo una studentessa di terzo anno in un college americano, preoccupata per una tesina che deve scrivere entro tre giorni. Immaginiamo di accompagnarla nella biblioteca aperta sette su sette/ventiquattro su ventiquattro del suo college, una biblioteca tanto vetusta quanto ricca di libri, che tra l’altro sono tutti (tranne i rara ovviamente) accessibili sugli scaffali.
Ebbene, quando capirà che per prendere i libri che le servono deve uscire dalle sale di lettura e addentrarsi nel magazzino, tra gli scaffali sempre polverosi e spesso parecchio bui, la ragazza cadrà in preda al panico. Vi dirà che no, lei proprio non può andare a prendere il libro, che le verrebbe la pelle d’oca, che insomma non se la sente e preferisce scrivere la tesina basandosi solo sui libri della sala consultazione. E già che c’è, preferisce tornare nella sua stanza al dormitorio e scriverla collegandosi all’internet.

Ipotesi non peregrina. Se sarà sveglia, infatti, la ragazza riuscirà a prendere un bel voto tagliando e incollando passi da libri messi in rete, ferma restando la sua capacità di dissimulare i prestiti e d’ingannare i filtri antiplagio impiegati dai suoi professori. E a quella ragazza diventerà presto chiaro che il suo rifiuto di mettere il naso nel magazzino verrà confortato dai sempre maggiori successi delle sue tesine. Di semestre in semestre, infatti, la ragazza vedrà sempre più libri accessibili sull’internet. Infatti il primo motore di ricerca che oggi guida gli internauti nell’immensità della rete, Google, ha reso noto il 14 dicembre 2004 un accordo per la digitalizzazione al ritmo di 5.000 libri al giorno di qualcosa come quindici milioni di libri. Si tratta delle collezioni integrali di Stanford (8 milioni di volumi) e della University of Michigan (7 milioni), ai quali si aggiungono, e non si parla certo di briciole, collezioni di documenti fragili fuori copyright della New York Public Library, di testi dell’Ottocento da Oxford e di quarantamila volumi da Harvard. In totale 4,5 miliardi di pagine verranno resi accessibili direttamente in rete, gratis.  Ovviamente, solo le opere fuori copyright saranno digitalizzate nella loro integralità. Per quelle ancora sotto copyright è prevista la digitalizzazione di estratti significativi.

Mary Sue Coleman, rettrice dell’University of Michigan citata dall’ufficio stampa di Google, «crede appassionatamente che l’accesso universale ai tesori a stampa del mondo sia di cruciale importanza per la missione della grande università pubblica di oggi». La studentessa del college della quale si diceva prima sarà sicuramente felice, e come lei milioni di utenti, di poter sfogliare i libri di una biblioteca senza muoversi dal proprio studio. Ma anche gli autori e gli editori, sostiene Google, avranno il vantaggio di aumentare la visibilità dei loro libri in stampa e fuori stampa, e specialmente di aumentare le vendite grazie alla pubblicità e specialmente grazie al bottone buy this book, compra questo libro, presente sulla mascherina che circonderà le pagine digitalizzate.

Tre considerazioni paiono d’obbligo. Il primo pensiero va alla sorda inquietudine dei bibliotecari, che si vedranno vuotare le loro sale di lettura – ma resta sempre la fondata supposizione che anche i più pigri tra gli studenti e gli studiosi sapranno riconoscere i vantaggi dell’oggetto libro rispetto alla sua proiezione su uno schermo. Il secondo pensiero, di dimensione squisitamente geopolitica, l’ha sollevato in un articolo su Le Monde del 22 gennaio 2005 il presidente della Bibliothèque Nationale de France e del consorzio Europartenaires, Jean-Noël Jeanneney, che in sostanza ha fatto notare come il progetto Google corrisponda a una vera e propria occupazione da parte dell’America della «definizione dell’idea che le prossime generazioni si faranno del mondo», fino cioè a imporre la nozione che o uno scritto si presenta in inglese secondo il Chicago Manual of Style o non è degno di soverchia considerazione. È vero che il progetto Gallica avviato dalla Bibliothèque Nationale de France per la digitalizzazione di 80.000 opere e 70.000 immagini va nella stessa direzione del progetto Google, ma è anche vero la lotta è più che impari, visto che i fondi messi a disposizione dal governo francese sono un millesimo di quelli di Google.

E ciò nonostante la motivazione puramente scientifica del progetto Gallica garantisca agli utenti un livello di rigore decisamente superiore rispetto a quello del progetto Google, la motivazione commerciale del quale finisce per ritorcersi contro il prodotto finale.
Il terzo pensiero è che il progetto Google offre agli utenti nientemeno che la possibilità di stampare libri interi dal proprio personal computer senza pagare un centesimo, procurando così la diffusione più ampia possibile della cultura e della scienza, che è poi l’argomento utilitarista più in voga tra i sostenitori della libera utilizzazione.

Annette Popel Pozzo


Lemony Snicket e Robots, cartoni animati poco cresciuti

Quando Lemony Snicket, il cronista della “serie di sfortunati eventi” in cui incappano i fratelli Baudelaire, mette in guardia la prima volta lo spettatore circa ciò a cui sta per assistere, l’espediente narrativo risulta ironicamente simpatico e la qualità della fotografia e degli interpreti (tra tutti lo strabordante Jim Carrey) spinge a dar credito a un racconto – intitolato appunto Lemony Snicket, una serie di sfortunati eventi – che, nella versione cartacea, ha fatto concorrenza persino a Harry Potter.
Lo stesso si può dire dei Robots realizzati dai Blue Sky Studios di Rupert Murdoch (gli stessi che avevano partorito lo spassoso Era Glaciale), simpatici automi che si muovono in un mondo di macchine, bulloni e pezzi di ricambio ma sono mossi da emozioni molto umane. La vicenda del giovane Rodney, “giovanotto” di seconda mano, che sogna di essere un inventore nella rutilante Robot City, ha la forza semplice di tante storie basate sul sogno americano. La qualità dell’animazione, benché non raggiunga i vertici di Pixar e Dreamworks Animation, è buona e il design dei personaggi accattivante.

In entrambi i casi, tuttavia, man mano che ci si addentra nel corpo del racconto, la dinamica narrativa comincia a scricchiolare. La favola nera dei Baudelaire, infatti, mentre fa il verso alle meraviglie di Big Fish, si perde nel manierismo delle interpretazioni di Carrey, diventa presto ripetitiva e chiude con una nota buonista, con un accenno a nuove tragiche avventure su cui non ci sentiamo però di scommettere, dati i deludenti risultati al botteghino. Gli adolescenti a cui la pellicola sarebbe indirizzata rischiano, nonostante i proclami di “cattiveria”che si ripetono alla fine con una certa fastidiosa insistenza, di trovare perfino stucchevole la solidarietà fraterna dei giovani Baudelaire, a cui manca pure l’appeal del coetaneo firmato J.K.Rowlings, fatto di ricchezza psicologica e dettagli del contesto.
Gli automi burloni di Chris Wedge, da parte loro, mal serviti nel doppiaggio del protagonista da DJ Francesco, preferiscono giocare alla mera trasposizione di situazioni “umane” (dal balletto di Cantando sotto la pioggia agli intermezzi hip hop), un po’ come accadeva in Shark Tale, puntando su un tema facile facile (ognuno può brillare, bisogna avere la tenacia per inseguire i propri sogni), ma senza lavorarci in profondità.

Ciò che ne risulta piacerà soprattutto a un pubblico molto giovane (ma gli adulti ritorneranno a pensare che i cartoni animati sono roba da bambini) che si godrà a bocca aperta le acrobazie di biglie e pupazzi come se si trattasse di un enorme parco costruito con il Meccano, senza dare troppo peso a sviluppi psicologici complessi e originali a cui ci avevano abituato Gli Incredibili e Shrek. Il rischio di entrambe le operazioni non è solo di soddisfare a metà le aspettative degli spettatori, ma soprattutto di perdere il credito di trasversalità che i film per ragazzi avevano conquistato negli ultimi anni, consentendo a pellicole lontane dai vecchi standard disneyani di ottenere ottimi incassi e inventando un linguaggio capace di comunicare a più livelli puntando su temi universali e importanti (la paternità in Nemo ma anche in Monsters  e ne L’era glaciale, la “normalità” ne Gli Incredibili, il mito della bellezza e dell’apparenza in Shrek).

Luisa Cotta Ramosino

Home Settimanale Direttore Redazione Abbonamenti Archivio Links Contatti
P.IVA 03542350966