Per reality television intendiamo una
prassi comunicativa neotelevisiva che caratterizza tutti i programmi
che si ispirano a un’aderenza con la realtà quotidiana, colta sia nei
suoi aspetti più drammatici sia in quelli più banali, grazie al
coinvolgimento sempre più stretto del pubblico e delle persone comuni.
Nella definizione più classica, infatti, la reality tv rappresenta
situazioni ispirate alla “realtà” e mette in scena gli anonimi
protagonisti del quotidiano, la “gente”.
Il “protagonismo dell’uomo qualunque” si esprime in forme molto
diverse, a seconda dei programmi. La persona comune può essere invitata
in tv per: 1) svelare le proprie emozioni e raccontare fatti privati,
nella forma della confessione o dello sfogo: è il caso di molti
programmi che mettono a tema le relazioni interpersonali e,
soprattutto, i rapporti familiari; 2) esibirsi in attività fuori dal
normale o in imprese eccezionali: ciò avviene spesso in un contesto di
gioco e di sfida (con se stessi, con altri); 3) mostrare e mettere alla
prova il proprio talento, nelle trasmissioni che promettono la fama a
chi emerge per le sue qualità; 4) portare una testimonianza diretta o
contribuire alla ricostruzione di eventi realmente accaduti (quando
l’intento è informativo e documentario); 5) partecipare a “esperimenti
relazionali”, in situazioni fuori dal comune (per esempio, di
reclusione volontaria); 6) lasciarsi seguire dalle telecamere nelle
proprie attività quotidiane.
Contraddistingue la reality television anche il ruolo attivo del
pubblico a casa, che è di volta in volta protagonista, aiutante,
“regista” dell’azione e che, soprattutto, è chiamato a giudicare
(spesso sanzionandoli con un voto) i racconti, le storie e le
performance della “gente comune”.
La tv stessa nel reality si propone come un soggetto attivo, che
interviene sulla realtà che rappresenta. In particolare, l’apparato
televisivo vuole mostrarsi in grado di aiutare persone e istituzioni,
addirittura di incidere sulla vita degli individui che vengono fatti
oggetto d’attenzione. La tv che parla della “realtà” si presenta spesso
come una tv del “fare” che svolge funzioni simboliche specifiche:
l’arbitrato, cioè la risoluzione di una controversia al posto
dell’autorità giudiziaria; la consulenza familiare, che mira a superare
le difficoltà di relazione e a favorire il dialogo; l’agenzia
investigativa, che cerca persone scomparse e tratta casi irrisolti; la
difesa dei diritti del cittadino; la tutela del consumatore; l’agenzia
matrimoniale; l’agenzia di collocamento; l’associazione di solidarietà.
[...]
La realtà è “narrativa”
Come si è detto, la reality television «rende palese l’apparato
produttivo come garanzia di trasparenza totale, affermando così una
funzione di servizio e non di controllo. In verità, attraverso le
modalità produttive, assegna massima forza alla duplicità, alle
riflessività, alle contrapposizioni insite nei generi che sono
confluiti nel reality (docu-soap, docu-drama, reality show,
infotaiment), esaltando così le intime contraddizioni del reale» (C, De
Maria et al., Reality tv, ERI-VQPT, Roma 2002, p. 12).
Nella reality television la sceneggiatura, la scrittura dei testi è
infatti un elemento determinante, soprattutto se si tratta di programmi
che si basano sul racconto di vicende intime. Per esempio, diversi
reality che fanno riferimento alla ripresa della vita quotidiana o agli
esperimenti relazionali sono in realtà molto scritti, ben sceneggiati.
Uno di questi, Diario. Esperimento d’amore (format giapponese), si
richiama addirittura a un testo originale e sincero, come il diario, e
alla situazione sperimentale (ancora una volta, a reazioni autentiche),
ma è costruito come un racconto di fiction, con interventi della regia
e colpi di scena.
Anche nei programmi della tv detta “di servizio” o nei reality che
ripropongono fatti di cronaca realmente accaduti l’elemento della
scrittura è importante, perché c’è un’evidente commistione tra
informazione e fiction – per esempio quando, attraverso flashback
ripresi come un film, si racconta la storia di un personaggio o si
ricostruisce la vicenda da trattare (L’accostamento di riprese in tempo
reale e di ricostruzioni a volte suscita critiche: in Francia
l’organismo di controllo, il Conseil Supérieur de l’Audiovisuel, ha
ammonito una trasmissione che mostrava scene di salvataggi reali
insieme a riprese registrate durante le esercitazioni della protezione
civile. E ha chiesto ai responsabili delle testate giornalistiche di
indicare sempre la fonte delle immagini, soprattutto se vengono usate
riprese d’archivio o ricostruzioni).
I nuovi tipi di programmi della reality television come Big Brother
sembrano testi più aperti, nonostante un plot narrativo: «L’autore
lavora per un finale aperto che prevede più direzioni possibili e un
coinvolgimento del telespettatore chiamato a interagire e, in parte, a
decidere che direzione seguire». Ma anche qui un forte intervento
registico e di scrittura è necessario. Il materiale fornito dalle
immagini della vita quotidiana è informe, si tratta di riprese in
continuità senza un filo conduttore, a volte incomprensibili per chi
non conosce bene le dinamiche del programma: «la quotidianità esposta
offre solo una materia grezza, ricca di emozionalità, di potenzialità
narrative, ma ancora priva di un vero e proprio percorso, di
un’organizzazione razionale che ne costituisce lo scheletro, la
struttura portante». Va dunque riordinata e organizzata, deve diventare
un racconto. Big Brother ottiene questo in due modi: prima di tutto
imponendo regole precise alla vita nella casa (per esempio le
nomination, l’assenza di contatto con l’esterno, le prove, una certa
ritualità nella giornata) che limitano le possibilità dei protagonisti
e orientano le loro azioni verso momenti carichi di tensione e svolte
narrative. In secondo luogo, ovviamente, si agisce attraverso il
montaggio delle immagini, ottenuto seguendo schemi narrativi ben
precisi. «È la fase in cui le storie prendono forma, vengono
spettacolarizzate nel modo più classico, di nuovo come nelle soap:
montaggio parallelo nelle varie situazioni, mantenimento della tensione
narrativa attraverso la compressione degli eventi che costruiscono la
storia e la sospensione della stessa in un momento “alto”, che prelude
a un accadimento importante che avverrà nella prossima puntata».
Nella prima edizione italiana di Big Brother ben 20 registi lavoravano
a rotazione, in modo che ce ne fossero alcuni sempre presenti per
montare in tempi veloci le immagini e per seguire più “storie”
contemporaneamente. Il Grande Fratello è stato costruito come una soap,
con le stesse regole e strutture narrative: sospensione tra una puntata
e l’altra, costruzione delle storie, focalizzazione sul personaggio (a
guidare il montaggio c’era infatti una sceneggiatrice di soap).
“Celebrevità” usa & getta
Come si vede, la “tv della realtà” viene costruita intervenendo
pesantemente sul variegato materiale che la realtà – e spesso solo un
certo tipo di realtà – offre. Infatti le sue parole d’ordine sono
“sceneggiatura, narrativizzazione, formattizzazione”.
Un altro tipo di intervento sulla realtà rappresentata riguarda i
protagonisti della reality television: alcuni format prevedono
figure-tipo, “personaggi” con determinate caratteristiche, parti da
“macchietta” o “drammatiche” che gli ospiti, consapevolmente o no, si
trovano a dover recitare. La tv infatti fa uscire dall’anonimato le
storie della gente comune, per portarle sulla scena, solo se la “gente”
si trasforma in personaggio «spogliandosi della propria identità e
accettandone una ridefinita dalle regole della tv». Più che favorire
un’irruzione della “vita vera” nella cornice della tv, la reality
television comporta dunque un adattamento dei cittadini/telespettatori
ai ritmi e ai meccanismi narrativi della tv per entrare a far parte di
un mondo che sembra l’unico in grado di garantire visibilità. Questa
celebrità effimera, acquisita senza possedere doti particolari e presto
dimenticata (un giornalista francese la chiama «célébrièveté» –
celebrevità, mentre negli USA si parla di «instant celebrity») è uno
dei motivi che, secondo molti ricercatori, spinge le persone a
partecipare ai programmi di reality television, anche quando viene
richiesto di mettersi a nudo, di sfidare se stessi (in uno dei
tanti format, Fear factor, i protagonisti affrontano le loro
angosce con prove terribili), di farsi umiliare pubblicamente e
mostrarsi in difficoltà (in Big Diet alcuni obesi volontariamente
reclusi cercano a fatica di dimagrire).
Per pochi minuti di visibilità i protagonisti possono immedesimarsi
tanto nel loro ruolo stereotipato da perdere involontariamente di vista
la realtà: come osserva un produttore di reality television, Paolo
Vasile, «la vedova fa la vedova, l’abbandonata fa l’abbandonata, il
mandrillo fa il mandrillo, ognuno interpretando un ruolo che ha nella
testa, alla fine non sapendo neanche più dove arriva la finzione,
confondendo il reale con il realistico». È ancora più problematico il
caso della finzione volontaria: sono noti in tutti i paesi casi di
trasmissioni in cui si è scoperto che i protagonisti recitavano dei
copioni già scritti, o facevano parti diverse in diversi reality show.
Del resto, come si è detto, per il reality show non conta tanto che la
storia sia vera o falsa, l’importante è che la storia che si sta
raccontando sia una buona storia. In un contesto come quello della
reality television, le buone storie sono spesso quelle più eclatanti,
esasperate, inverosimili, che non hanno nulla a che vedere con la
“quotidianità” che si vorrebbe rappresentare (un reality propone
addirittura lo scambio di madri: in due famiglie le mamme vengono
cambiate per 15 giorni). Anche in un programma come il Grande Fratello
la realtà quotidiana degli ospiti della casa è «trasfigurata,
accelerata. Si può parlare di una quotidianità estrema».
Inoltre, «la struttura stessa della discussione e le leggi
“drammatiche” del genere fanno sì che sia un buon programma quello che
porta sul piatto questioni scottanti, i casi-limite». In questa
continua messa in scena di casi eclatanti e di situazioni-limite Paolo
Vasile vede un ulteriore rischio, in quanto «l’eccesso porta all’abuso:
rappresentare patologie della convivenza come fossero fisiologie della
società o della famiglia» (con un eventuale effetto di normalizzazione,
secondo Gianfranco Bettetini e Armando Fumagalli).
Infine, ricordiamo che spesso la “realtà” raccontata dalla reality
television coincide con la (presunta) “autenticità” dei comportamenti,
la “trasparenza” dell’esibizione. Raccontando delle storie ispirate
alla vita delle persone o inscenando delle situazioni di prova (anche
le più inverosimili ed eccessive), quello che interessa alla reality
television è mostrare le reazioni non controllate dei protagonisti, in
base a un assunto che associa la verità di ciò che si vede alla
reattività e la reattività all’assenza di simulazione (quello che vedo
è vero perché è reazione alla situazione in cui si trova il soggetto
ripreso). A volte infatti i programmi della reality television
funzionano come una “macchina della verità” e mettono in scena, più che
la realtà di un evento, le autentiche reazioni emotive di chi vi
partecipa, «liberandole dal compito di prendere forma attraverso il
linguaggio (possibile fonte di menzogna) grazie all’autoevidenza
dell’immagine costretta sui primissimi piani o avvolta a spirale
intorno all’abbraccio di parenti o amici ricongiunti».
Per riprendere le considerazioni fatte all’inizio, la reality
television «è soprattutto un’idea di realtà o meglio, un’idea che la
televisione si fa della realtà»: e questo sia perché nel reality tutto
è esagerato, accentuato, iperreale, sia perché in questo sovragenere
prevale l’istanza riproduttiva. «La televisione moderna non cerca tanto
la verità dell’enunciato – non cerca cioè di portare in televisione
fatti cosiddetti “veri”, come voleva la “televisione verità” – ma
persegue invece la verità dell’enunciazione; non contano le cose
mostrate, quanto piuttosto come esse vengono mostrate. (...) tutte le
modalità di contatto con lo spettatore, tutte le strategie attraverso
cui la televisione dialoga con lo spettatore, lo chiama, lo coinvolge,
servono – tutte quante – a sancire la verità della televisione, non più
la verità del reale».
Marina Villa
Il saggio qui parzialmente riportato è contenuto nel volume di Gianfranco Bettetini, Paolo Braga, Armando Fumagalli (a cura di)
, Le logiche della televisione, Franco Angeli, Milano 2004, pp.352, e22,50, di imminente pubblicazione.
Videogames - Cartagine in fiamme
«Prova a pesare Annibale / ora che è
solo cenere», cantava Giorgio Gaber nel 1970. Non aveva torto, ma non
poteva prevedere che trentaquattro anni dopo sarebbe stato possibile a
chiunque di noi mettersi nei panni del geniale cartaginese. Per essere
più precisi, nei panni del suo pensiero strategico, impersonando il
condottiero e ricalcandone i passi in tutte quelle che la storia ha
tramandato come “le guerre puniche”. E che probabilmente oggi
impareremmo a scuola come “le guerre romane”, da alunni dell’Africa
unita, se Annibale non si fosse fatto beffare irreparabilmente quando
alla conclusione della partita mancava davvero poco.
Ma il problema in questo caso non si pone, perché in Imperium è
consentito scegliere da che parte stare e quindi preferire il ruolo di
Scipione per provare a diventare “l’Africano”. Sperimentiamo qui una
delle caratteristiche più suggestive dei videogiochi. Ovvero, quella di
restituire un simulacro di intelligenza a partire dalla codificazione
numerica (altro non sono, i programmi per computer). Vale a dire il
percorso inverso rispetto a quello che ormai tutti conosciamo col
termine di “digitalizzazione”, gigantesco moloch tecnologico che ingoia
ogni sorta di contributi – immagini, disegni, filmati, voci umane,
musiche, rumori – per ricavarne un’unica e omogenea poltiglia numerica,
quella che appunto sostiene l’universo digitale e di cui noi tutti
apprezziamo gli arredi di superficie esibiti in film, cd musicali,
cd-rom, dvd, siti web, e-mail, sms e chi più ne ha più ne metta.
Imperium fa parte di un genere assai frequentato nel mondo dei
videogames, quello degli “strategici”. Di suo ci mette una buona cura
grafica e una strizzata d’occhio ai “giochi di ruolo”, dov’è è
necessario immedesimarsi con le caratteristiche specifiche del
personaggio che si interpreta. In questo caso l’“intelligenza
artificiale” aiuta ad avvalersi delle doti personali del generale
selezionato, a miscelare opportunamente le scelte soggettive con
l’effettivo svolgersi dei fatti storici, ad agire febbrilmente su
dettagli che ritengono attenzione immediata senza tralasciare gli
obiettivi a lungo termine, quelli che vanno pianificati a freddo. Del
resto non c’è tempo da perdere: le Alpi già si delineano in fondo,
attraverso le brume dell’alba.
Giuseppe Romano
Imperium, le guerre puniche, FX Interactive, cd-rom
per pc Windows. Vendita in edicola, nei grandi magazzini e
nei negozi di informatica