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n° 6 - sabato 5 febbraio 2005
C’è una città che non c’è, è nella Rete, di Matteo G. Brega

C’è una città che non c’è, è nella Rete

Il grande luogo mitologico e concettuale dei nostri tempi è un territorio umano da civilizzare

Della Rete nella sua familiare estraneità: di questo ci parla Giuseppe Romano nel suo La città che non c’è. L’internet, frontiera di uomini. E lo fa descrivendola come un continente sconosciuto nel quale l’uomo si muove con circospezione ma anche con autorevole consapevolezza. Infatti, se si alza lo sguardo oltre l’immediato ingombro della dimensione tecnologica, si nota che rispetto alla Rete esiste una sorta di “discendenza”, o quanto meno di “non estraneità” dell’uomo. In questo senso la Rete può essere letta come una forma culturale postmoderna: non soltanto strumento a disposizione dei naviganti, ma anche e soprattutto l’esito – culturale e umanistico – di un percorso attraverso le interrelazioni mediali.

Tutto ciò, certo, significa altresì presupporre un punto originario, storico, dal quale si è mossa questa rete di interconnessioni di esperienze che oggi ci sta davanti come un luogo di comunicazione globale al servizio delle aspirazioni dell’uomo tecnologico. E, d’altra parte, siccome l’uomo per comunicare fabbrica gli strumenti a lui più congeniali, ecco che la stessa tecnologia è lo strumento che oggi consente all’uomo di scoprirsi finalmente giunto al grado di capacità d’interazione necessario all’ottenimento di un reale “plusvalore sintetico”, vale a dire una somma di esperienze virtuali che siano propriamente umane e non una mera tautologia informatica dove le serie di “1” e di “0” altro non rappresenta se non mero immagazzinamento di dati.

Luogo di scambio senza centro
Nel concepire la Rete come un continente in via di “civilizzazione” balza alla mente la questione del complesso rapporto tra Kultur e Zivilisation che attraversa tutto il pensiero tedesco postkantiano sino alla definizione finale che Spengler ne fornisce come di momento di vertice e al contempo di decadenza di un ciclo della Kultur. Nella sua rarefazione, Internet pare proprio una delle possibili realizzazioni del concetto di Zivilisation; luogo di scambio senza centro, rete senza direzione, area delimitata senza perimetro; definisce da una parte ciò che contiene, dall’altra non delimita nulla di ciò che veicola. In tutto ciò l’uomo non scompare, secondo Romano, anzi si inserisce in maniera attiva nel processo di comunicazione, pur nei rischi e nelle ombre che l’artificialità non cessa di prospettare, che porta, continuamente arricchendosi, a nuovi e più evoluti sistemi di conoscenza. La virtualità così concepita incide sul reale sino a intervenire nei processi sensoriali ma senza sostituirsi a essi, senza nessuna tentazione succedanea e senza interscambi troppo invasivi e “mcluhaniani”. La visione del medium di Romano è più dekerckhoviana, così come la visione di fondo della Rete come “opportunità” piuttosto che come “pericolo”.

Sui principi originari Romano è chiaro: le radici affondano nel pensiero umano, nella ricerca scientifica, nella filosofia. Pensare “la città che non c’è” come un’elaborazione culturale significa anche prendere una strada precisa al bivio che vede da una parte l’idea della Rete come “luogo” e dall’altra l’idea della Rete come “concetto”. Nel porsi esplicitamente la domanda nel capitolo sesto, l’autore compie una precisa scelta. Scegliendo la strada della connotazione “concettuale” di Internet, egli conferisce, di riflesso, alla connotazione culturale il ruolo di chiave di lettura dell’intero interscambio comunicazionale in essa presente, non solo tra uomo e uomo ma tra uomo e macchina.

Libertà contro anarchia
In altre parole è la cultura stessa che verrà a delinearsi nelle forme ultime che le interazioni individuali, a loro volta espressioni di precise e singolari “culture” immesse in un circuito incomparabile a tutti i precedenti circuiti, sono in grado di originare. Una nuova e immensa “rete”, appunto, nella quale sono le immagini e le metafore a svolgere efficacemente il ruolo “mitologico” di conferimento di nuovi significati e di nuovi rapporti tra i significati. Rispunta l’eco di De Kerckhove quando, nel capitolo intitolato indicativamente L’importante è vedere, si conferisce alle nuove tipologie di “visione” il valore di nuove potenze rappresentative a disposizione dell’uomo e delle sue possibilità di conoscenza.

Romano, studioso di realtà virtuale e di videogiochi, non si sottrae alle questioni legate agli aspetti più disincantati della Rete: i rischi della mitizzazione di un luogo “libero” che potrebbe degenerare in “anarchico”, così come i rischi per molti versi contrapposti che sono connessi alle spinte degli interessi globalizzanti che nel just-in-time scorgono enormi occasioni di guadagno. La visione umanistica dell’autore riaffiora nella conclusione quando all’auspicio per un “ritorno alla polis” si correla una salutare presa di coscienza in ordine agli imminenti sviluppi che il fenomeno Internet –  una tecnologia a disposizione dell’uomo – evidenzia nel suo definitivo espandersi sino agli estremi confini del contenitore. «La questione più pressante, conclude l’autore, è questa: chi, a che titolo, perché e a che prezzo – in un mondo dove tutto sembra possibile e moltissimo sembra lecito –davvero decide quali siano gli “amici” e i “nemici” del sistema?».

Matteo G. Brega


> Giuseppe Romano, La città che non c’è. L’internet, frontiera di uomini, Edizioni Lavoro, Roma 2004, pp.224, €10,00

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