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n° 3 - sabato 15 gennaio 2005
L’aggressione comunicativa si nutre di immagini, di Matteo G. Brega
Padri e figli nell’era del computer, di Giuseppe Romano

L’aggressione comunicativa si nutre di immagini

L’era digitale impone le sue leggi alla società e alla fruizione di massa. Un esempio lampante è legato alla nozione di “aggressività”, un termine che – a nostra insaputa – nel mondo dei media ha riorientato il proprio significato

Fra il pubblico di massa e la cultura di massa esiste un rapporto di fruizione a doppio senso: un flusso continuo e globale che scorre fra produttori e prodotti e che va guardato nella sua continuità, pena il fraintendimento. Ogni immagine infatti esiste e ha significato e può essere guardata non da sola, bensì nella continuità del flusso.
Questa fruizione di flusso, tipica del multimediale digitale, ha un’altra caratteristica essenziale: essa rapporta ogni tipo di messaggio al paradigma dell’immagine, riducendone le caratteristiche formali meno immediate. Ogni concetto viene così “ridotto a immagine” e ogni messaggio viene risolto all’interno di un più o meno criptico iconismo.

Un dato significativo – emerso in quella che potremmo definire l’attuale fase “introspettiva” degli studi sulle dinamiche di comunicazione di massa – è rappresentato dal fatto che i codici dei mezzi di comunicazione di massa mettono in atto una reinterpretazione del messaggio in forme talmente invasive da intaccare il patrimonio simbolico del ricevente sino a sconvolgerne i contenuti. Le dinamiche di riconoscimento analogico (cioè basate su criteri di analogia tra una forma e l’altra) rappresentano tuttora – in piena era digitale – i canali privilegiati attraverso i quali il messaggio viene accolto, compreso, processato ed elaborato. Ciò, tradotto nel contesto della comunicazione di massa, fa sì che essa avvenga in base a un più o meno profondo riconoscimento che va oltre l’aspetto meramente contenutistico del messaggio. Ecco dunque il motivo per cui il messaggio multimediale si accosta alla massa attraverso la tipologia dell’“invito”, anche quando si tratti in realtà di un divieto. Ciò significa che ogni elemento che potrebbe in qualche modo rendere difficoltoso il processo di comprensione del codice “invito” verrà isolato ed espulso dal flusso della comunicazione-fruizione.

Riduzionismo comunicativo
Quando la comunicazione riguarda concetti complessi, si fa necessario mettere in atto alcuni processi di “riduzione” simbolica, col duplice obiettivo di veicolare il senso del messaggio senza che ciò venga rallentato da processi troppo mediati. Tale operazione viene stigmatizzata dagli “apocalittici” come il momento topico attraverso il quale la comunicazione svuota di significato il comunicato.
Tutte queste operazioni, però, non sono riconducibili a uno schema fisso; spesso ci si imbatte in significati che “reagiscono” in maniera peculiare di fronte al riduzionismo comunicativo. Un buon esempio di ciò è il concetto di “aggressività”. Come tutti i significati complessi, anche quello del termine “aggressività” deve dunque essere ricondotto a un “clima simbolico” adeguato, eventualmente stereotipato ma mai dissonante, per essere comunicato con successo. A ciò si è obbligati in quanto l’aggressività è uno dei canali di “invito” più efficaci che la comunicazione di massa abbia elaborato.

Dal punto di vista della simbologia di massa l’“aggressività” attiene alle forme della potenza, del dominio, della consapevolezza, della forza. Ciò indipendentemente dalla lettura, peraltro legittima, dell’aggressività come reazione, difesa, debolezza, messa in discussione. È un fatto che con la designazione genericamente “aggressiva” si intenda, in tutto ciò che è media, fare riferimento a un ambito simbolico legato alla sfera della “sicurezza” e non, secondo una possibile lettura nietzscheana, legato alla reazione del debole, al risentimento, all’invidia nei confronti del forte.
Come si sia arrivati a un tale approdo simbolico è facilmente ipotizzabile: i desiderata del pubblico hanno contribuito in maniera decisiva alla selezione favorevole di una lettura che potremmo definire “ascendente” (aggressività come sicurezza di sé) a scapito di una lettura “discendente” (aggressività come reazione).

Vince la rappresentazione
Esiste, nell’ambito della cultura di massa, una precisa letteratura iconica e contestuale che predilige un’aggressività trionfante che attraversa sia le polarità etiche – dalla “giusta vendetta” a quella sorta di “inesorabile imposizione della legge” sottesa all’idea pop di “forze dell’ordine” – sia le polarità estetiche legate ai concetti liminali di “successo” e di “realizzazione” che affondano le proprie radici nell’idea metropolitana di uomo, idea così spesso foriera di progetti genetici di tipo ibridante nella simbologia di massa.

Una volta immesso il concetto-immagine dell’aggressività all’interno del sistema simbolico di massa si otterrà l’effetto di sensibilizzare, nel pubblico di massa, un determinato recettore in virtù del relativo codice di riconoscibilità. In altri termini sarà relativamente semplice sfruttare motivi d’interesse eterogeneo nell’attivare il riconoscimento della simbologia legata all’aggressività, mentre molto meno immediato sarà il riconoscimento del legame tra l’aggressività e la sua seconda chiave di lettura – quella del “debole che si difende” – senza ricorrere a interventi di correzione del riconoscimento primario. Inoltre, parlando nello specifico dell’atto aggressivo, sarà bene ricordare come esso solleciti una sorta di “morboso riflesso d’interesse” sotto forma di magnetizzazione dell’interesse attentivo. È interessante notare come la rappresentazione di quest’atto, intendendo con ciò anche quella simbolica (iconica o aniconica), eredita tale capacità di sollecitare l’impulso attentivo spesso ribaltandolo nelle tinte morali della “vicenda edificante”, del “momento di conoscenza”, della generale “misurazione” delle capacità di risposta o di aggressione dell’altro.

Il grande successo di pubblico che gli scritti di Sade incontrarono non appena pubblicati fu contrassegnato da una prima fase nella quale, ben lungi dall’invenire i complessi significati postmoderni che la rivalutazione bretoniana mise in luce, il pubblico accolse le novelle del “Divino Marchese” come una sorta di divertissement a sfondo comico, più attinente al versante della “malizia” che del “crimine” spesso citato nei titoli dei sulfurei racconti.

Ricordando alcuni interessanti elementi messi in luce da Michel Foucault, possiamo già cogliere sintomaticamente nella modalità di ricezione popolare settecentesca i prodromi di una particolare capacità delle rappresentazioni dell’aggressività di declinarsi attraverso le forme culturali di massa. L’ostracismo nei confronti di Sade fu conseguente al successo pop che ebbero le novelle, distribuite clandestinamente e a puntate, presso il primigenio pubblico di massa postrivoluzionario, il quale, da quanto risulta da testimonianze del tempo, seppe collocare la produzione sadiana all’interno di un più ampio contesto letterario libertino, dimostrandosi così non solo quello che oggi si direbbe un “pubblico maturo” ma evidenziando come le componenti più sgradevoli, asimmetriche, dure, rozze dei racconti, potessero, senza soverchia istanza, trovare un pubblico acutamente ricettivo nella plebe urbana della Parigi giacobina.

Senza tornare sulla questione dei rapporti tra novelle sadiane e pornografia già affrontata in maniera illuminante da Klossowski, sarà utile far notare come in realtà la simbologia genericamente aggressiva non appartenga allo stesso universo simbolico della “pornografia” nel senso più ampio del termine. E se ciò si rivelò essere vero ai primordi della letteratura pop, soprattutto e a maggior ragione sarà vero oggi nell’ottica della multimedialità digitale dove ogni tipo di contaminazione passa dall’essere una delle possibilità a essere la base essenziale di ogni modalità comunicativa. Lo stesso aggettivo “pornografico” viene utilizzato spesso in chiave specialistica per definire gli aspetti mediali più legati a contenuti aggressivi indipendentemente dalla finalità per la quale avviene tale uso.

Aggressione multimediale
Un esempio recente investe tutta la problematica inerente le immagini delle esecuzioni diramate dai terroristi islamici con la precisa finalità di aggredire multimedialmente gli spettatori occidentali colti allo stesso tempo dall’orrore e dalla curiosità. In questo senso la scelta di pubblicare le foto più crude delle esecuzioni colloca le immagini delle esecuzioni all’interno della questione sull’aggressività e non, come è stato superficialmente sottolineato, ostentando un “gusto per la pornografia” che, di per sé, non spiegherebbe il significato di immagini che, al contrario della pornografia, contengono un messaggio preciso indirizzato a un preciso destinatario.
Nell’affrontare l’immagine simbolica multimediale al di fuori dei canali della cultura di massa si corre il rischio di identificare un aspetto del simbolo per la sua totalità mentre il flusso continuo di immagini-concetto attiva il sistema di riconoscibilità senza soluzioni di continuità, ottenendo il risultato di riprogrammare l’universo simbolico.

Matteo G. Brega

Padri e figli nell’era del computer

Caratteristiche e difficoltà della comunicazione fra le generazioni. Dove non tutte le colpe sono della “cattiva maestra” televisione

Comunicazione intergenerazionale. Non è soltanto il segno del tempo che passa, ma esprime anche – forse soprattutto – la volontà di far durare qualcosa mentre il resto passa. è comunicazione di questo genere tutto ciò che ci diciamo fra persone di età diverse, a cui si connettono esperienze, modelli e linguaggi altrettanto diversi. In questo tipo di comunicazione siamo tutti coinvolti, per il semplice fatto che nasciamo e cresciamo in contesti “intergenerazionali”, cioè contrassegnati dalla compresenza di svariate generazioni. Per di più i progressi della medicina hanno fatto sì che l’aspettativa media di vita si sia alzata – nelle nazioni cosiddette più progredite – fino a comprendere una, se non due, generazioni in più di quanto accadeva appena un secolo fa. Frequentare i propri nonni oggi è normale, e non è infrequente aver conosciuto qualche bisnonno. Dentro e fuori la cerchia familiare, quindi, lo scambio comunicativo fra le generazioni è in qualche modo vivo e continuo.

Quest’operazione comunicativa è così quotidiana, e noi ne siamo tanto coinvolti, che spesso nemmeno ce ne accorgiamo mentre accade, mentre ne siamo attori. Finché non ce ne giungono riflessi clamorosi, fra il ridicolo e il drammatico: la ragazzina seduta in tram che fissa il quarantacinquenne spelacchiato e gli chiede se vuole accomodarsi; la funzionaria che, mentre rinnova la carta d’identità del professionista benportante, scuote il capo leggendo la dicitura “capelli castani” e, senza sospettare di choccare il malcapitato, la rimpiazza taciturna con “brizzolati”;  il “lei” ricevuto spontaneamente da un collega che si pensava di poco più giovane; il tono innocentemente commiserativo con cui figli o nipoti (nel senso di figli di fratelli) parlano fra loro di “papà anziano” e di “vecchio zio”.

Una famiglia che si affolla
In episodi del genere non c’è soltanto l’ironia inesorabile dell’invecchiamento. C’è di più, c’è la percezione di noi che invecchiamo da parte di chi ci insegue nel corso dei giorni. E questo, così come concerne l’aspetto esteriore, riguarda anche – ancora più incisivamente, sebbene meno platealmente – quella dimensione di noi che sono i messaggi comunicati, l’esperienza trasmessa, gli insegnamenti impartiti.

Aldo Maria Valli, giornalista e padre di sei figli, da molti anni parla di questi temi con garbo e senza supponenza. I cinque o sei libri che ha dedicato alla sua famiglia man mano che si affollava (alcuni in comunione di firma con la moglie Serena Cammelli) si rifiutano esplicitamente di teorizzare su quella che, in definitiva, è la vita quotidiana di una famiglia (la sua). Piuttosto inseguono la dimensione pratica: come nei precedenti così nel più recente, Nudi e crudi. Corso di sopravvivenza per famiglie nell’era del consumismo (Franco Manni, Lecce 2004, pp.128, e12,00), si raccontano fatti e fatterelli di comunicazione familiare che evidenziano con la forza del loro stesso pragmatismo quale sia il requisito essenziale, primario e ineliminabile, affinché il tempo non passi invano. Questo e soltanto questo: parlarsi. Perché si può più o meno convenire sul fatto che padri e figli dibattano accesamente sulla politica, sul calcio, sul tempo e su tutto il resto; si può dubitare se un genitore debba o non debba accentuare gli ammonimenti di ogni genere verso il figlio rispetto a quanto farebbe un amico, sia pure più grande e maturo. Ma una cosa è certa: a parlare si sbaglia di rado, a tacere quasi sempre.

E quindi, al di là del quadro in sé simpatico e attraente offerto da una famiglia che cresce bene – e che nel susseguirsi del diario pubblico dei volumi di Valli per un quindicennio è stato rappresentato con scansione significativa –, se c’è un “messaggio” che famiglie del genere incarnano efficacemente è proprio quella felicità della comunicazione, che significa anche buon inserimento nella corrente della storia.

Comunicazione fra le generazioni significa superare l’inevitabile deriva dei linguaggi, delle metafore, dei ritmi e dei mezzi di comunicazione. Non per nulla l’era del computer è per eccellenza l’era del disagio educativo: come si fa a comunicare se, in buona misura, non si padroneggiano gli strumenti con cui si dovrebbe (e cioè proprio il pc, che i “piccoli” maneggiano istintivamente e parecchi “grandi” non hanno mai voluto o saputo dominare)? Poi interviene anche la barriera del gergo giovanile, dei frasari ellittici, degli schemi espressivi derivati da fumetti, film e canzoni ordinariamente inaccessibili agli adulti. D’accordo: tutti ostacoli comunicativi che ci sono sempre stati, eppure si sono dilatati a dismisura nell’era dell’informazione e della digitalizzazione.

A parlarsi non si sbaglia mai
Ma lo sforzo di comunicare, in presenza di difficoltà anche straordinarie, va commisurato all’importanza dell’obiettivo. È quando siamo malati che ci curiamo a maggior ragione. Quindi, prendendo a prestito il titolo di Valli, la risposta nuda e cruda sulla comunicazione fra persone di generazioni diverse – genitori e figli, insegnanti e allievi – coincide con la cura che si pone affinché la comunicazione non s’interrompa mai. Occorre in proposito sparigliare un po’ di carte, scoprire qualche bluff, sgominare equivoci comodi e tuttavia pericolosi. Per esempio, quello sulla televisione cattiva maestra. Sarà vero. Ma forse non è ancora più vero che spesso e in molte famiglie, se si spegnesse il televisore anziché guardarlo in silenzio facendone il centro della vita familiare, quel silenzio non cesserebbe e anzi diverrebbe ancora più imbarazzante e più esplicito? Si scoprirebbe, forse, che in molti casi la televisione non è l’alternativa silenziosa rispetto alla comunicazione, bensì un rifugio comodo rispetto alla difficoltà (e alla paura) della comunicazione. Un’implicita ammissione di sconfitta, non una scelta alla pari o un’alternativa libera.

A comunicare non si sbaglia mai. Certe volte è preferibile farlo invece che guardare la televisione, certe altre conviene guardarla insieme per poi commentare ciò che si è visto. E questo vale a maggior ragione con i nuovi mezzi di comunicazione: i meandri dell’internet e quelli dei videogame. Nessuna censura preventiva, ormai, basta a garantirci dalle intrusioni di materiali violenti, sconvenienti, inopportuni, in un mondo in cui terminali di ogni sorta e dimensione, dislocati per ogni dove, rendono praticamente impossibile vietare o limitare o anche soltanto sorvegliare l’accesso all’informazione. Guardare insieme, parlare insieme, continuare a parlare. Garantendo, fra l’altro, che il trascorrere degli anni e del dialogo mantenga quella continuità che è base fluida della comprensione.
Giuseppe Romano
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