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| n° 47 - sabato 20 novembre 2004 |
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Futurshow 3004, la scomparsa degli oggetti, di Giuseppe Romano La strada che porta a Bill Gates, di Stefania Garassini Il progresso digitale è un motore di ricerca, di Matteo G. Brega |
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Futurshow 3004, la scomparsa degli oggetti
La kermesse tecnologica di
novembre a Milano dà spunto per ripensare ad alcune tendenze che
sembrano rafforzarsi. Una è quella che realizza tecnologie sempre più
smateriate, non più visibili. E che propone, insieme, problematiche
umane di tipo nuovo
Oggetti, relazioni, comportamenti,
abitudini. Il passo che dal Fuori-di-noi conduce al Dentro-di-noi è
lungo ma continuo e insegue i due assi cartesiani del tempo e dello
spazio.
Non è scontato ricordare che il futuro ci accade soltanto perché è
legato al presente. Ciò che lo rende futuro per noi siamo appunto noi,
che nella memoria disponiamo il “prima” rispetto al quale arriva il
“poi”. Restando noi stessi mentre cambiamo, offriamo a ciò che
sopraggiunge l’opportunità di essere riconoscibile. Infatti, come si
distinguerebbe ciò che è nuovo se non fosse separabile da ciò che non
lo è? Ragion per cui dovremmo riflettere seriamente sulla vera e
propria mutazione che la nostra memoria (così come l’immaginazione) sta
subendo in questi anni di era digitale. Se si altera la memoria – il
nostro senso del prima e del poi, ma anche, contemporaneamente, il
nostro archivio gerarchico dei valori – cambia tutto, proprio tutto. Il
tema è vitale, eppure pare che non abbiamo il tempo di pensare a queste
cose. Incalzati dal futuro immediato che sta diventando presente,
abbiamo fretta: siamo strenuamente impegnati a prevedere quel futuro,
ad allevarlo in quanto presente.
Non è utile coltivare pessimismi riguardo alla tecnologia. La
tecnologia non è cattiva e non può esserlo: è soltanto la cassetta
degli attrezzi approntati per il faidatè della civiltà. Ma un kit del
genere in mano a un criminale, quello sì è preoccupante. Sicché basta
prendere l’entusiastica triade terminologica che presiede il Futurshow:
Talento, Tecnologia, Tolleranza. Bella utopia, che tutti ci sentiamo di
sottoscrivere; ma non prima di aver ricordato che l’altra possibile e
più pragmatica lettura di questo terzetto concettuale – così diffusa
nel Novecento – è stata Cervelli, Soldi e Pubblico, gli ingredienti che
fanno vincente l’equazione del Marketing Universale, si tratti di
vendere un sapone o di conquistare una nazione.
C’è un futuro sempre più invisibile
Nel frattempo che ci addentriamo nel futuro previsto, le cose attorno a
noi cambiano e seguono percorsi sottratti alla nostra percezione.
Quelli che non siamo in grado di vedere: per esempio la
smaterializzazione del nostro contesto materiale. Gli oggetti che
svaniscono. Le suppellettili che si riconfigurano. Le nostre stesse
protesi sensoriali e conoscitive abituali che acquistano funzioni e
valenze nuove. Non possiamo vedere tutto ciò perché è invisibile. Ma se
concentriamo lo sguardo ne intuiamo, forse, qualche riflesso.
Eccone uno. Un piccolo oggetto, un portachiavi. La scatoletta nera
appesa in fondo alla catenella nasconde un chip che in memoria contiene
le routine di spegnimento di circa mille modelli di televisori. È
un gadget reperibile via internet a non più di 15 euro (www.calshop.
biz/tv_b_gone.html), e sta avendo grande successo. Se mi porto appresso
il portachiavi e l’aziono (anche dalla tasca), posso spegnere qualsiasi
apparecchio tv nel giro di venti metri. Al bar. In aeroporto.
Nell’appartamento di fronte a casa mia. Nel soggiorno che intravedo
passando per strada.
Un altro oggetto. Il telefono cellulare. Anche quando non lo uso,
portarlo con me mi definisce, mi localizza. Il reticolato delle
“celle”, i ripetitori del segnale, si trasforma nelle maglie di una
gabbia smateriata a cui non posso sottrarmi. E così qualcuno può sapere
dove mi trovo istante per istante. Può servirsene per controllarmi, per
esercitare un dominio su di me. Può essere uno sconosciuto o un
conoscente (una moglie gelosa, un capufficio paranoico) che paga per
avere questa informazione, o un’azienda, una nazione straniera, una
cellula di terroristi che si connette silenziosa a quell’angolo della
Rete che capta il mio segnale, magari in attesa del momento più
propizio per radioguidare una bomba intelligente sul bersaglio. Un
piccolo inciso etimologico: tornano qui a riunirsi due diversi
significati di termini fra loro apparentati come “cella” e “cellula”,
sicché un derivato di entrambi, “cellulare”, acquista ora un valore che
va oltre l’omonimia, dato che il telefonino ci imprigiona non meno del
furgone penitenziario. Nel XIII secolo l’antenato termine tardolatino
cella significava tanto “avvicinare” quanto “celare”; otto secoli più
tardi entrambi i filoni semantici hanno arricchito le loro risonanze,
sicché il cellulare che ci avvicina nasconde anche insidie ultramoderne.
Terzo oggetto. Mentre viaggio in aereo seduto nella mia poltrona, una
telecamera m’inquadra, mi riprende (prende me e preleva la mia copia
telematica). Poi mi confronta (la mia immagine, ottenuta ad alta
risoluzione) con un database mondiale. Se le somiglianze superano una
certa soglia, scatta – chissà se già in volo, o all’arrivo, o nei
giorni, mesi successivi – un processo di controllo e di pedinamento a
mia insaputa che potrebbe condurre a sviluppi di tipo impredicibile.
Qui l’oggetto sono io stesso, una parte di me che diventa “materiale
biometrico” in contesti a me ignoti ma non per questo meno mondiali e
capillari e decisivi.
Gli oggetti che abbiamo intorno perdono consistenza materiale. Al tempo
stesso acquistano funzioni nuove e irriconoscibili. Diventano antenne,
terminali, ripetitori e trasmettitori. Si agganciano fra loro e ci
connettono l’un l’altro e con una Rete sconfinata e indeterminabile.
Gli influssi si sovrappongono e s’intrecciano, si mescolano. Questione
di database, di browser, di apparati sempre meno ancorati alla
materialità. Siamo al centro della ragnatela. La questione è: come
ragni o come prede imbozzolate?
Torniamo al telefono. Nel corso di pochi anni ne ha fatta, di strada.
Anzitutto è diventato portatile: da un ventennio non è più un
apparecchio inchiodato in un angolo, a cui risponde – «Pronto? Chi
parla?» – la persona occasionalmente più vicina. È un terminale privato
e personale: chi mi chiama sa di trovare me e semmai s’informa sulla
mia ubicazione – «Ciao! Dove sei?» –, che può variare (in questo
semplice passaggio si commisura nientemeno che quella
smaterializzazione dello spazio che è tipica dell’era digitale). Poi,
da un decennio, i telefoni cellulari hanno cominciato a svilupparsi
come terminali di attività multimediali: trasmettitori e ricevitori di
posta, browser internet, archivi ed elaboratori di informazioni,
ultimamente fotocamere, telecamere, riproduttori di musica e di
immagini televisive. E anche, fra poco, ricettacolo di virus concepiti
appositamente per il mondo di questi nuovi apparecchi telefonici
multifunzionali: virus che bloccheranno i software, altereranno i dati,
s’intrufoleranno nella posta, probabilmente registreranno o almeno
estenderanno le chiamate ad ascoltatori indesiderati, indagheranno per
trovare e trasmettere codici di carte di credito, accessi alla banca
online e via dicendo. Tutto questo già accade e non lo vediamo. Vediamo
soltanto la superficie, come un mare agitato nel quale tutti si naviga.
Ribellioni private e potenti
E le informazioni personali che ci riguardano? Sono statuite in formati
elettronici che possono essere istantaneamente consultati e scambiati.
Possono essere trasmesse ad altre entità desiderose di confrontarle:
dalle Poste alla Finanza, dal database dei principali acquirenti di
apparecchiature hi-fi e ville in montagna all’Agenzia delle Entrate,
dagli acquirenti di vestiario ai venditori di scarpe. Possono essere
anche alterate e fatte scomparire facilmente.
Attorno a noi viaggia una fitta rete di segnali e di riferimenti che
mette noi e la nostra vita e la nostra privacy – copiati, riprodotti,
fatti oggetti e come tali messi a disposizione – al centro di un’altra
rete, quella delle informazioni, degli interessi, delle pressioni.
Anche rubati: ben sette milioni di cittadini USA, nel 2003, hanno
lamentato un qualche “furto di identità”, per lo più telematico.
Noi stessi siamo informazioni e interessi: importa ciò che noi possiamo
ricavare dagli altri, ciò che gli altri possono ricavare da noi. In un
certo senso la nostra intera struttura umana è mappata come un DNA
elettronico, e come quello biologico si presta a ogni sorta di
esperimenti. Colpa del computer; che prima ha imposto la sua presenza a
tutti – un pc su ogni scrivania, era il motto di Bill Gates dieci anni
fa – e poi si è immerso negli oggetti e nell’aria, perdendo consistenza
visibile e trasformandosi, così, nel più occulto e immateriale dei
controllori. L’automobile è un computer, il televisore è un computer,
il telefono è un computer. Lo sono anche il bancomat, il casello
autostradale, la cassa del supermarket. L’orologio, la radio, la penna.
Il portachiavi, il telecomando, il termometro. Fra poco i vestiti, la
pelle e il corpo stesso. Di qui a un nonnulla – già accade – il
software che anima tutte queste macchine avrà bisogno costante di
connettersi per inviare e ricevere aggiornamenti, specificazioni. È
cominciata l’era dei legami invisibili, delle macchine immateriali che
svolgono attorno a noi funzioni che non soltanto non percepiamo ma di
cui, forse, neanche siamo consapevoli.
Potrebbe nascere un’era di controllo totale e capillare, magari
insensato e schizofrenico ma non per questo meno esiziale. E potrebbe
nascere, insieme, un’era di ribellioni private e potenti, che
utilizzano la tecnologia per ostacolare e annullare la tecnologia. Così
come ci sono dei virus informatici in grado di danneggiare la meccanica
dell’hardware (obbligando per esempio la testina dell’hard disk a
scrivere dove non deve, fino a rompersi), potranno essercene di quelli
mirati contro altre tecnologie: capaci, poniamo, di comandare alla
centralina elettronica che governa l’automobile che ci sorpassa, o
l’aereo che sfreccia su nel cielo sopra di noi, di spegnere il motore
in piena corsa. Azionati tramite un portachiavi, per il mero gusto di
farlo. Porteranno all’estremo la follia – già oggi così diffusa –
dell’innocente come vittima ideale delle rivalse individuali e di
fazione?
Il futuro sta arrivando. Non c’è bisogno di saltare a bordo, né
potremmo. È lui che, sfruttando la nostra dislocazione spaziotemporale,
ci utilizza come cavalcature nella sua galoppata interstellare.
Giuseppe Romano
La strada che porta a Bill Gates
Partecipa anche il fondatore di
Microsoft, l’azienda che ha cambiato il concetto di computer. Davanti a
una platea di soli giornalisti parlerà della sua idea di futuro
Non poteva che approdare al
televisore la strada “che porta al domani”: per colonizzarlo e renderlo
molto simile a un pc. Per Bill Gates – che il 18 novembre interviene a
Futurshow davanti a un pubblico di giornalisti – la sfida si gioca
ormai nel nostro salotto ed è quella di trasformare il più semplice
degli elettrodomestici in uno strumento complesso, dotato di un
“sistema operativo”, ovvero di una serie di istruzioni di
comportamento. E riprodurre così lo schema hardware-software sul quale
ha costruito il successo dell’impero Microsoft, azienda quotata in
Borsa dal 1986, da lui stesso fondata nel 1975 in un appartamento di
Albuquerque (Nuovo Messico). Ovvero la scommessa vincente che l’ha reso
l’uomo più ricco del mondo ormai dal 1992: la convinzione che
l’avvenire del personal computer si giocasse sulla possibilità di far
funzionare gli stessi programmi su macchine di costruttori diversi. A
metà degli anni Settanta il concetto era tutt’altro che scontato.
Come tutte le storie che lasciano un segno, anche questa comincia con
una folgorazione. Prendendo in mano la rivista Popular Electronics,
Gates vede sulla copertina l’immagine del primo personal computer
venduto in scatola di montaggio – si chiama Altair 8080 (il nome di una
stella, in omaggio alla serie televisiva Star Trek) – e decide di
cominciare a produrre programmi per quella macchina. Così sviluppa,
insieme all’amico Paul Allen, una versione del linguaggio Basic che,
grazie a un accordo con l’azienda produttrice di Altair, la MITS, viene
commercializzata con l’Altair. In breve tempo sono molti i pc che
utilizzano quel linguaggio. Quando, nel 1981, Ibm scende in campo con
un proprio modello di personal computer, chiede proprio a Microsoft di
svilupparne il sistema operativo (MS-DOS) che ben presto diventerà il
linguaggio comune della maggior parte dei personal computer. All’inizio
– come racconta Gates nel suo La strada che porta a domani (Mondadori,
1995 e 1997) – non fu facile convincere i produttori di hardware del
valore di quelle stringhe di codice. Software versatili in grado di
funzionare su computer di diverse marche: era la direzione giusta.
L’intuizione iniziale di Gates aveva il merito di cogliere la
caratteristica essenziale dei sistemi informatici e digitali: la
necessità di scindere completamente l’“intelligenza” (il software)
dalla materialità (l’hardware). In barba al nascente dibattito
sull’intelligenza artificiale, che si interrogava sulle relazioni
corpo-mente per trovare un modello adeguato da applicare ai
calcolatori, il fondatore di Microsoft pragmaticamente invitava a
pensare che la chiave del successo era proprio il software applicativo,
progettato per svolgere compiti specifici. Un modello che non si
applica soltanto al pc: a mano a mano che gli oggetti attorno a noi
(anche i più semplici) diventano “intelligenti”, aumenta la necessità
di “istruzioni” (codificate in forma di programmi) e di ulteriori
istruzioni per capire le prime. Il software è lì, a pervadere ogni
anfratto fra noi e il mondo esterno.
Codice, informazione: il calcolo puro che diventa un linguaggio
universale in grado di tradurre ogni tipo di contenuto. Così il sistema
Windows diventa la metafora con cui guardare il mondo: finestre che si
aprono e rappresentano altrettanti mondi in cui muoversi e agire con
tastiera e mouse.
Ma alla metà degli anni Novanta, mentre Microsoft prepara il lancio
planetario del nuovo sistema operativo Windows 95, si fa strada uno
scenario alternativo, inizialmente sottovalutato dai grandi
dell’informatica. Internet e soprattutto l’avvento del world wide web e
la diffusione del primo programma per navigare nei siti: Netscape
Navigator (evoluzione del progetto universitario Mosaic) attirano
prepotentemente l’attenzione. Il 1995 è l’anno della svolta. Con la
quotazione in Borsa di Netscape parte la new economy e la rete è sotto
i riflettori dei media.
Internet in contropiede
Al punto che c’è chi, come Larry Ellison di Oracle, società
specializzata nei database, acerrimo nemico di Gates, definisce il pc
«un oggetto ridicolo», destinato a essere ben presto soppiantato da
strumenti molto più semplici (i cosiddetti “network computer”) in grado
di attingere software dalla rete e di archiviare online le
informazioni. Terminali “stupidi” a basso costo avrebbero funzionato
soltanto connessi a Internet, dove risiedeva la loro “intelligenza”.
Gates invece era convinto che fosse ancora il sistema operativo del pc
a prevalere e che la Rete potesse interessare i consumatori solo
diventando semplice come Windows.
Questa è la proposta con cui si presenta al mercato nel 1995: una Rete
chiusa (accessibile cioè soltanto a chi paga un abbonamento) riservata
agli utenti di Windows, che riproduce parte dei contenuti di Internet.
Si tratta della prima versione di Microsoft Network (MSN) che non
riceverà l’accoglienza sperata proprio perché parte da un assunto che
Internet ha ormai messo radicalmente in discussione. Il valore non è
più nel pc isolato, è nella Rete. Ed è un valore di gran lunga
superiore. Si tratta di passare dalla legge di Moore, che ha governato
la prima fase dell’informatica, secondo cui la velocità di calcolo del
processore raddoppia ogni diciotto mesi a parità di prezzo, alla legge
di Metcalfe (da Bob Metcalfe, ideatore dello standard Ethernet per le
reti locali) che sancisce invece la crescita di una Rete come pari al
quadrato del numero dei nodi collegati. In altri termini, ogni utente
che si connette aumenta il valore della Rete stessa.
Il modello radicale di Ellison non si realizzerà (le connessioni alla
Rete sono ancora troppo lente e inaffidabili). Ma sarà Internet ad
alterare in modo irreversibile il ruolo e le caratteristiche del
personal computer, non viceversa. È una rivoluzione copernicana e Gates
non la coglie immediatamente. Soltanto l’anno successivo Microsoft
arriverà sul mercato con Internet Explorer, un browser che inizialmente
arranca per raggiungere Netscape e in seguito, proposto all’interno di
Windows 98 come una funzionalità in più del sistema operativo,
conquista definitivamente il mercato. In risposta, contro Microsoft si
scatena una pluriennale causa giudiziaria promossa da Netscape e da
alcuni Stati americani che accusano il colosso del software di aver
abusato della sua posizione di quasi monopolio nel mercato dei sistemi
operativi per favorire la diffusione di un nuovo software distruggendo
così la concorrenza. Gates si difende sostenendo la necessità di
offrire un prodotto completo ai consumatori e la questione si risolve
con un verdetto che punisce Microsoft ma lascia la situazione di
mercato sostanzialmente inalterata.
Con il lancio, nel 2001, di Windows XP, il cambio di rotta in direzione
di Internet è ormai completato, mentre si consolida l’idea che il
computer sia anche uno strumento di intrattenimento in grado di gestire
facilmente video e audio. Il programma Windows Media Player – che fa
tremare le aziende concorrenti, nel timore, assai fondato, del
ripetersi di un caso “Netscape” – offerto come funzionalità in più di
XP ha proprio questo compito.
I critici di Microsoft sostengono che la strategia del colosso di
Redmond sia la stessa dall’inizio della sua storia: scovare
l’innovazione dove si trova e poi appropriarsene per riproporla sul
mercato. Mentre la stampa americana si chiede se Google sarà il
prossimo a fare la fine di Netscape – è di questi giorni infatti il
lancio del motore di ricerca firmato Microsoft di cui si parla ormai da
mesi –, proprio Netscape (trasformatosi in Mozilla Foundation) torna a
farsi vivo con un nuovo browser, Firefox, che sembra avere qualche
chance di insidiare, a colpi di servizi e funzionalità innovative, il
predominio di Explorer.
In realtà lo scenario oggi è molto più complesso rispetto agli anni
Novanta. Con il proliferare dei servizi in Rete e delle applicazioni
che si scaricano dal web secondo le necessità (i cosiddetti Web
services), la centralità di Windows è destinata a venir meno. Il
sistema operativo su cui Gates ha costruito la sua fortuna potrebbe
diventare soltanto una delle possibilità, in una situazione in cui
l’“intelligenza” e la capacità di elaborazione risiedono in sempre
maggior misura proprio su Internet. Sarà facilissimo scegliere in Rete
programmi e applicazioni come oggi acquistiamo biglietti di aereo e di
teatro. L’impero Microsoft è poi minacciato dai sistemi open source
(ovvero aperti, scaricabili liberamente dalla Rete), come Linux, che
sta lanciando la sua sfida, con buoni risultati, nel campo del software
per le pubbliche amministrazioni e gli enti governativi.
Gates, noncurante dei molti detrattori, continua per la sua strada,
quella di portare un computer “su ogni scrivania e in ogni casa”, come
annuncia al mondo nel 1994. Se il primo obbiettivo è praticamente
raggiunto, il secondo è la sfida di questi anni. Arrivare a quel
pubblico che non si sognerebbe mai di toccare un normale pc, ma che si
trova perfettamente a suo agio con un telecomando in mano. Esattamente
come dieci anni fa c’è un campo completamente nuovo da esplorare,
quello dei servizi di tv interattiva.
Stefania Garassini
Il progresso digitale è un motore di ricerca
L’uomo ha sempre cercato di
pre-vedere. La tecnologia più che mai pervasiva, però, getta dubbi
sulla capacità dell’uomo di governare sconfinate masse di dati. Come
evolverà la capacità di rintracciare i valori nella Rete?
Il rapporto tra l’individuo e il
futuro rappresenta il grande e perpetuo tentativo dell’uomo di
trascendere il contingente delle proprie facoltà conoscitive per
proiettarle sulla reale quintessenza del desideratum: la pre-visione.
Ciò che nel corso dei secoli cambia all’interno di questa dialettica
del desiderio può essere identificato con le modalità
tecnico-strumentali che, di volta in volta, l’individuo ha avuto a
disposizione unitamente ai propri slanci culturali. È così che possiamo
assistere al persistere evolutivo dell’antico concetto di “divinazione”
o di “negromanzia” sino a giungere agli influssi astrologici del
Rinascimento e alle forme moderne di interpretazione del futuro, ormai
intinte nel Lete della scienza.
Quando, nel Dopoguerra, la Teoria dei Giochi si impose come uno dei
principali paradigmi interpretativi, molte furono le conseguenze di un
approccio che potremmo definire sempre più “interrogativo” nei
confronti del futuro, non solo per motivi di carattere storico – i
rischi bellici non sono una peculiarità del Novecento – ma più
verosimilmente per motivazioni connesse alla convinzione di poter
affrontare il problema con l’ausilio di mezzi finalmente giunti al
livello di progresso tale da consentire di realizzare reali forme di
predizione. È il caso dell’economia e delle varie “teorie dei cicli”
che si sono susseguite con sempre maggiore frequenza nel corso del
Novecento, ed è il caso, soprattutto, dell’impostazione storicista che
ha dato origine al concetto di “spirito del tempo” in base al quale
sarebbe stato possibile interpretare in chiave sistemica i “segni dei
tempi” cui la contingenza continuamente ci sottopone. Si tratta, in
sostanza, di una secolarizzazione delle tendenze naturali alla
“divinazione”, supportata, come in tutti i fenomeni di
secolarizzazione, dal decisivo apporto delle nuove tecnologie.
Ma quando il secolo diviene “secolo tecnologico” per eccellenza, allora
sarà lecito attendersi un salto di qualità anche nei rapporti tra
l’individuo e i suoi tentativi di predizione. Sospeso fra l’enorme
sviluppo pratico e scientifico delle scienze finanziarie e quello di
discipline come la psicoanalisi (malgrado i dubbi di non-scientificità
che Karl Popper nutriva nei suoi confronti), il rapporto tra
l’individuo e una tecnologia invasiva qual è quella multimediale
digitale, che contraddistingue l’attuale momento, non ha potuto non
originare una nuova tipologia di interazione tra il concetto di
“raccolta del dato” e quello di “elaborazione del dato”. Oggi il
concetto di “elaborazione del dato” presuppone una facoltà di raccolta
dello stesso che non può più essere data per scontata. E che,
nell’attimo in cui evidenzia un deficit, crea uno spaesamento.
L’arte contemporanea ha evidenziato in maniera inequivocabile il
dissolvimento di ruoli che sta alla base di questo spaesamento: esso
coinvolge il soggetto umano “collettore ed elaboratore di dati” e la
tecnologia “immagazzinatrice di dati”. La quantità si rivela, ancora
una volta, una delle categorie centrali per interpretare l’attuale fase
multimediale digitale: in presenza di quantità di dati che trascendono
il precedente sistema concettuale ecco che si pone il problema non solo
di un contenitore abbastanza capiente – la continua rincorsa verso
nuove capacità nella memoria degli hard disk ne è il momento tipico –,
ma di una modalità di raccolta di dati adeguata al nuovo scenario. Il
rischio consiste nell’aumento della soglia di irrilevanza: mentre un
dato su mille rappresenta ancora una soglia di irrilevanza
concettualmente rappresentabile (lo 0,1%), un dato su trenta miliardi
travalica tale labile confine e assume, in pratica, la stessa rilevanza
dello zero.
Se non l’uomo, il superuomo?
Ecco dunque imporsi una nuova esigenza: quella di facoltà “ultraumane”
che possano consentire di rapportarsi con il nuovo scenario
tecnologico. Si diceva dell’arte contemporanea. Lì la scissione tra
tecnologia e individuo, una volta preso atto dei cortocircuiti
disseminati sul cammino della tradizionale convivenza dei due elementi,
ha evidenziato lo scambio di ruoli sotteso alla questione della
precedenza del momento genetico: è ancora l’uomo a “dare impulso” alla
tecnologia oppure è la tecnologia ad utilizzare l’uomo per il suo fine
evolutivo? La concettualizzazione artistica di tale questione ha
prodotto risposte che ben raramente hanno saputo andare oltre la
tautologia. Pur nel fascino dell’agone che hanno saputo rappresentare
le forme via via sempre più soccombenti di “agonie corporee” messe in
scena da svariati interpreti, dai più glamour ai più cruenti, da Jeff
Koons a Franco B, ancora una volta l’arte contemporanea ha evidenziato
come la certificazione di una realtà, e non l’impulso all’elaborazione
di processi creativi, rappresenti la sua funzione principale.
Tutto ciò che di attinente al corpo in quanto tale possiamo trovare
nella body art non è mai esteticamente concluso in sé ma rimanda
continuamente al problema dell’“innesto” dell’innaturale in ciò che
viene concepito come eccellentemente naturale e quindi eccellentemente
inadeguato. Oltre all’iconoclastia implicita, e al suo implicito
superamento, è la rappresentazione dell’irriducibilità del corpo
all’artificiale a rappresentare il “dato estetico” di tali esperimenti
estremi. Quando Orlan, all’interno della sua performance, mette in
mostra l’inserimento sottocutaneo di pezzi di plastica e metallo,
utilizzato per ottenere la deformazione del proprio viso, l’effetto di
spaesamento deriva dall’incapacità di stabilire sino a che punto sia il
soggetto a “fare uso” degli innesti e sino a che punto, al contrario,
siano questi ultimi a stabilire i nuovi codici estetici del suo volto.
Il residuo di una tale esperienza estetica si misura nella presa d’atto
di una duplice inadeguatezza: del corpo a trascendere i propri limiti e
della tecnologia a rimanere entro i limiti del semplice “strumento”.
Per superare la contraddizione
Ma oltre all’approccio basato sulla contrapposizione dei due ambiti,
del quale l’arte contemporanea è il momento di maggiore espressione,
esiste oggi un’impostazione fortemente contrassegnata dal tentativo di
superare lo spaesamento derivante dai rapporti tra tecnologia e
umanità. Una posizione teorica che vede nelle nuove tecnologie del
multimediale digitale l’occasione per attuare la riscrittura
dell’insanabile contraddizione. Una posizione senza dubbio più
“integrata”, che si colloca nella tradizione occidentale che concepisce
l’uomo come “tecnico” in sé indipendentemente dalla tecnologia a
disposizione, e che inquadra l’utilizzo della tecnologia come momento
di “formazione” dell’uomo nei suoi rapporti col mondo. In effetti le
tecnologie “leggere” tipiche della multimedialità digitale – sia le
nanotecnologie che le tecnologie del rarefatto mondo della Rete –
rappresentano un’alternativa di significato alle tecnologie invasive,
robotiche, disumanizzanti – tipiche dei computer di prima generazione –
che un così rilevante ruolo hanno svolto nell’immaginario di massa
dell’ultima parte del Novecento. Ciò che si cela nelle nuove tecnologie
digitali, infatti, non è più l’alter ego robotico in agguato ma le
innumerevoli agevolazioni che l’interconnettività, il wireless,
l’all-in-one, riescono ad offrire sotto forma di ausilio al soggetto
utente.
Appare così chiaro che all’interno di questa nuova “estetica dei
rapporti” tra tecnologia e individuo sarà necessario stabilire una
nuova mappa concettuale nella quale muoversi. Essendo ancora nella fase
iniziale della comprensione dei nuovi assetti, ci troviamo nelle
condizioni non soltanto di sperimentare le nostre facoltà ma di tentare
d’intervenire sulle stesse alla ricerca di nuove e funzionali
metamorfosi. Il paradigma di tale tentativo liminale coincide con il
miglior “risultato” che la Rete abbia prodotto in questo suo primo
decennio di vita di massa: il motore di ricerca. Esso rappresenta
infatti l’interazione metamorfica tra i sistemi di processo
intellettuale e i sistemi di raccolta computerizzata. Inoltre lo
strumento in sé, per come è stato concepito, pur non eliminando le
problematiche sottese agli utilizzi più o meno consapevoli dello
stesso, colloca le sue “aspirazioni evolutive” nella direzione univoca
della specializzazione, senza invadere, cioè, gli ambiti connessi alla
trasformazione dei dati spettanti alla componente umana ma
qualificandosi sempre più come strumento realmente complementare delle
facoltà umane. In questo senso il motore di ricerca realizza in
positivo la previsione di Marshall McLuhan senza con ciò sostituirsi a
specifiche “funzioni umane” e senza, quindi, provocare
quell’“estinzione per deficit d’uso” che ha rappresentato per anni uno
dei topoi della critica nei confronti dell’invasività dei media. Appare
così verosimile pensare che il paradigma conoscitivo del motore di
ricerca costituirà sempre più la base di misurazione non soltanto dei
“nuovi concetti” ma di ogni tipo di futura ricerca. Sia essa ricerca di
dati, di valori, di oggetti; di talento, di tecnologia o di tolleranza.
Matteo G. Brega
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