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| n° 41 - sabato 9 ottobre 2004 |
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Ultime dalla Silicon Valley, di Luca Macario Videogame: D-day interattivo, di Giuseppe Romano |
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Ultime dalla Silicon Valley L’angolo
di California che aveva dato vita alla new economy è tutt’altro che in
disarmo. Come mostra il caso di Google, è ancora il Far West: meta
ideale di tutte le corse (oro, petrolio, silicio) De
Anza Boulevard, lo stradone principale di Cupertino, una delle
principali cittadine della Silicon Valley, è intitolato al comandante
spagnolo che nel 1776 risalì l’allora inesplorata California, fino alla
zona dell’attuale San Francisco, seguito a ruota dai missionari
francescani guidati da padre Junipero Serra che fondarono le 21
missioni da cui si sono sviluppati tutti i principali centri abitati
californiani. Santa Clara, San José, Los Altos, Palo Alto, Los
Gatos: sono solo alcuni dei toponimi che ricordano gli albori spagnoli
della California e che abbondano in particolare nella “valle del
silicio”, la zona della Contea di Santa Clara a sud di San Francisco,
una striscia di cinquanta chilometri per dieci che è diventata una
delle aree industriali ad alta tecnologia più importanti al mondo.
Importante e conosciuta, grazie a un’operazione di marketing
territoriale senza precedenti, iniziata negli anni Settanta, quando
cominciava a crescere l’uso del silicio nella componentistica avanzata.
Da qui è partita la rivoluzione dell’elettronica, la diffusione di
massa delle tecnologie più avanzate. Microprocessori, calcolatori
tascabili, videogiochi, orologi digitali, telefoni cellulari, laser e
altri strumenti di misurazione sono sfornati in milioni di esemplari
dalla oltre tremila aziende della zona. Qui sono nate la
Hewlett-Packard, la Apple, la Sun-Oracle, la Compaq, solo per citare i
marchi più noti. E qui sono stati gettati i semi, o i germi a seconda
dei punti di vista, della new economy, ultimo mito della frontiera,
nato guarda caso nella terra madre di tutte le corse: all’oro,
all’argento, al petrolio (nella zona di Los Angeles c’è uno dei più
importanti giacimenti al mondo, scoperto intorno al 1870). Quella new
economy esplosa nella bolla del 2001 travolgendo milioni di
risparmiatori e migliaia di aziende in tutto il mondo. Come tutte le
corse all’oro che si rispettino, anche la new economy ha creato dei
ricchi di tutto rispetto. Cisco, Yahoo, Amazon, eBay, sono solo alcuni
che “ce l’hanno fatta”, ricoprendo d’oro i geniali cercatori del XX
secolo. I poveri aumentano, non i soldi
Com’è ridotta la Silicon Valley dello sboom? Niente macerie o fabbriche
abbandonate, apparentemente nulla è cambiato, tranne qualche cartello
di troppo di affittasi sulle linde facciate dei moderni edifici e
capannoni (mai brutti come quelli che appestano l’Italia del nordest)
costruiti su quella che fino cinquant’anni fa era una delle zone
agricole più fertili della California. «Ma dietro la facciata la
crisi è ancora forte». A parlare è Enzo Torresi, ingegnere siciliano
che vive qui da oltre trent’anni e che è uno dei maggiori esperti al
mondo di venture capital nel settore tecnologico. Proprio qui a
Cupertino Torresi aveva contribuito alla fondazione dello storico
centro ricerche della Olivetti, un polo di eccellenza mondiale, fucina
di cervelli qui riuniti dalla vision dell’azienda di Ivrea, la prima
che sviluppò il personal computer agli inizi degli anni Ottanta. Negli
ultimi anni Torresi si è dedicato a scoprire idee e a trovare
finanziatori per industrializzarle, lavora per conto di myQube, fondo
d’investimento nei settori ad elevata tecnologia e “incubatore”
d’imprese lanciate da giovani di belle speranze, ma senza mezzi propri.
«Gli stipendi non sono più quelli del 2000 e la mobilità è bassa»,
spiega Torresi. «Vuol dire che per i giovani è più difficile fare
carriera. Anche i colletti bianchi guadagnano meno, ma siamo sempre in
una delle zone più ricche del pianeta, diciamo che c’è stato un
ridimensionamento, un salutare riavvicinamento alla realtà». Una
recente ricerca del Census Bureau ha evidenziato che nel 2003 i poveri
negli Stati Uniti continuano ad aumentare, col 12,5% della popolazione,
circa 36 milioni di persone, che campa sotto la cosiddetta soglia di
povertà: 9.300 dollari all’anno per un single, 19.000 per una famiglia
di quattro persone. Ma la California rimane un’isola felice, con un
pil, il prodotto interno lordo, superiore di oltre il 15% del resto del
Paese. La cosa più preoccupante sembra essere la difficoltà a
reperire finanziamenti per nuove iniziative. «L’attività di venture
capital durante la new economy», prosegue Torresi, «aveva raggiunto
ritorni del 3-400% sul capitale investito. Logico che oggi si sia
tornato alla norma, con la possibilità di rendite anche dell’8-10%, ma
in un orizzonte temporale inevitabilmente più lungo. Molti hanno tirato
i remi in barca e preferiscono godersi i soldi piuttosto che lanciarsi
in nuove operazioni rischiose». Il segreto della nuova economia
Eppure nuove aziende gestite da giovani continuano a nascere. Proprio
in De Anza Boulevard ci sono gli uffici di A4Vision, una società
specializzata in tecnologie biometriche per il riconoscimento facciale
in tre dimensioni. L’ambiente è quello tipico della start up:
informalità, media d’età giovane, computer e cellulari dappertutto.
Secondo Grant Evans, Chief Executive Officer di A4Vision, «tutto il
settore della biometria sta avendo uno sviluppo notevole per le
accresciute esigenze di sicurezza: apparecchi per il riconoscimento
personale si stanno diffondendo sempre di più nelle aziende, negli
uffici pubblici, negli aeroporti. La nostra società ha sviluppato un
software, basato su un potentissimo algoritmo, per il riconoscimento
facciale tridimensionale». E il sistema funziona, addirittura distingue
due gemelle omozigote sotto i nostri occhi. A4Vision è stata appena
rifinanziata e promette di dare presto soddisfazioni agli investitori
che ci hanno creduto. Nello stesso istante in cui
intervistiamo Evans, a poche miglia di distanza si festeggia. A
Mountain View c’è la sede di Google, il più usato motore di ricerca al
mondo. Le sue azioni, quotate il giorno prima al Nasdaq di New York,
sono salite di quasi il 20%. Larry Page e Sergey Brin, i due inventori,
si ritrovano in tasca oltre 580 milioni di dollari ciascuno. Se non è
la riscossa della new economy, poco ci manca. Google è un
gioco di parole che richiama il termine “Googol”, che in matematica
descrive il numero 1 seguito da 100 zeri. Un numero sterminato, adatto
a organizzare, nella mente degli ideatori, l’immenso e infinito insieme
di informazioni e documenti disponibili sul web. Gli inventori sono
due PhD dell’università di Stanford, a Palo Alto, sempre nella Valley.
Brin è laureato in Scienze informatiche, Page in Scienze e Ingegneria
matematica. Avevano rispettivamente 23 e 24 anni quando, nel 1998,
cominciarono a lavorare al loro progetto di ricerca, finanziato da
privati e da società di venture capital, in collaborazione con
l’università. Quest’ultima possiede una quota della società del valore,
al momento della quotazione, di oltre 150 milioni di dollari. Stanze attigue creative
Il collegamento tra università e mondo del lavoro è la chiave per
capire il successo della Silicon Valley, una zona che vede una
concentrazione di centri di eccellenza a livello mondiale: oltre a
Stanford, l’Università di Santa Clara, la più antica della California,
fondata nel 1851 dai gesuiti, e quella di San José. Stanford è la punta
di diamante del sistema e, oltre a Google e Yahoo, è stata decisiva nel
lancio di Cisco e di eBay. Il suo campus è sterminato e racchiude un
enorme parco industriale con oltre 100 aziende strettamente collegate
con l’università. Fu fondata nel 1885 da Leland Stanford, politico e
magnate delle ferrovie, fondatore della Pacific Railroad, in memoria
del figlio morto in giovane età. L’università è nata con una forte
impronta protestante, del filone episcopaliano, in quegli anni il più
vicino al cattolicesimo. L’iconografia dell’immensa cappella
universitaria che sorge esattamente al centro del campus ricorda quella
delle cattedrali medievali. Tra i docenti l’università annovera una
dozzina di premi Nobel. Google è nata qui, in un piccolo
laboratorio all’interno dell’università, per ironia della sorte a poca
distanza da un’altra stanza famosa, quella dove fu inventato Yahoo.
Nella sede di Mountain View hanno fatto istallare un enorme schermo con
la mappa del mondo e con una miriade di luci che si accendono quando un
utente si collega a Google per fare una ricerca. Nelle ore di picco
sono richieste oltre 4.000 ricerche al secondo, per un totale di oltre
345 milioni al giorno, metà delle quali al di fuori degli Stati Uniti.
Stanford ha appena rivenduto una fetta delle sue azioni per circa 16
milioni di dollari, soldi che saranno destinati alla ricerca e al
finanziamento di borse di studio. Erano in molti a scommettere contro
il successo della quotazione di Google, avvenuto il 20 agosto con
un’asta pubblica che ha scavalcato i canali ordinari delle banche
d’affari. Un segno di popolarità del motore di ricerca, ma anche un
bisogno di concretezza: la corsa all’oro non è finita, continua con
strumenti nuovi e meno rischiosi per il popolo dei cercatori. Luca Macario
Videogeme: D-day interattivo I
l giorno più lungo, lo sbarco in Normandia. Se c’è una data nella
storia recente che tutti ritengono fondamentale, è quel 6 giugno 1944
in cui l’esercito alleato sferrò l’attacco decisivo alle armate
naziste. Anche il governo tedesco ha ritenuto doveroso partecipare alla
commemorazione del cinquantenario. Il festival delle rievocazioni coinvolge anche i videogame, fra i quali D-Day
è l’ultimogenito, opera degli specialisti francesi di Monte Cristo
Multimedia. A suo vantaggio la possibilità di sfruttare le esperienze
precedenti e il perfezionamento delle risorse grafiche. La
conformazione e le caratteristiche degli eserciti contendenti
riproducono al dettaglio quelle reali, sia sotto il profilo operativo
sia sotto quello visivo. C’è da scegliere fra le singole situazioni
tattiche proposte: ovvero, da immedesimarsi nei diversi punti e momenti
del fronte, governando nel migliore dei modi le forze disponibili per
poi fare lo stesso altrove in un susseguirsi di “missioni” che portano
verso la vittoria o la sconfitta. In una sorta di Risiko
storicizzato con parecchie varianti da controllare, il giocatore può
anche misurarsi con circostanze diverse, alterando la composizione
delle truppe e la strategia. A variare selettivamente l’impegno
contribuisce il coefficiente di difficoltà, che varia da “facile” a
“estremo” e governa la prontezza, la tempestività e l’“intelligenza
artificiale” dei nemici. Ma se si preferisce ce li si può scegliere
veri: collegandosi in rete privata oppure a internet con l’interfaccia GameSpy
e ingaggiando partite online che hanno per scopo la conquista di
obiettivi designati oppure una sorta di “rubabandiera” virtuale. A
questo punto, però, la Normandia virtuale diventa scenario remoto e
approssimativo rispetto a quella storica. E una volta
addentratici nei brumosi territori della virtualità, si può decidere di
divertirsi senza riferimenti storici: evviva Asterix e Obelix, che
possiamo impersonare in un gioco che ha l’allegria spensierata e non
insanguinata così tipica di Uderzo e Goscinny. Giuseppe Romano > D-Day, Monte Cristo Multimedia per Atari, cd-rom per pc Windows > Asterix e Obelix XXL, Atari, cd-rom per pc Windows |
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