Il prof. Eco ha perso il segno
Propugnato
come «ineludibile nell’era di Internet» e come la via verso nuovi mondi
narrativi, il libro che il Professore Semiologo presenta col
sottotitolo di “romanzo illustrato” si rivela piuttosto un abbraccio
sentimentale con la memoria d’infanzia. Niente di nuovo, ma è quasi un
commiato dalla multimedialità
Lo studioso dell’opera aperta, della
polisemicità del testo, delle incursioni verso i nuovi linguaggi, alla
fine s’è rincantucciato nel letto di Loana, nella rievocazione di un
fumetto che più tradizionale e vecchile non si può.
Mi sono letto La misteriosa fiamma della regina Loana
(Bompiani, Milano 2004, pp.456, €19,00), romanzo recente dell’uomo che
tutto il mondo c’invidia – quanti possiamo contarne così, noi italiani
poveretti? –, che nell’albo d’oro della cultura contemporanea viene non
dopo Roland Barthes e ben prima di Nicholas Negroponte.
Mi attiravano due speranze. La prima, che finalmente, oltre le gibigianne del Nome della rosa ma anche oltre i ghirigori di Baudolino,
l’annunciata vena autobiografica partorisse una scrittura finalmente
sincera. La seconda, attizzata dall’inconsueto sottotitolo “romanzo
illustrato”, che finalmente ci fosse materia per comprendere il
rapporto personale di Eco con i media: non soltanto a livello teorico,
ma nell’esercizio pratico. Magari è la rivoluzione nella tradizione, mi
ero detto. Magari, finalmente, il Numero Uno nel campo ci svela un uso
efficace e non cervellotico della tanta decantata multimedialità,
bacchetta magica dell’era digitale che dovrebbe fondere in un solo
linguaggio le parole e le immagini (come pure i suoni eccetera).
Magari, così come Il nome della rosa
(1980) traduceva in romanzo la sua idea del testo narrativo,
quest’altro romanzo avrebbe svelato la sua visione del pluritesto
innovativo.
Non ero il solo a chiedermelo. Altri l’avevano fatto prima di me e si
erano risposti positivamente. Per esempio Matteo Collura sul Corriere,
che a consuntivo della lettura commina risolutamente il romanzo come
«una macchina narrativa che indica agli scrittori una nuova strada:
ineludibile nell’era di Internet».
Sul tema della Nuova Strada occorre una precisazione. Sono decenni che
Eco viene descritto come alfiere dei nuovi media, del loro uso
popolare. Fu, nella breve alba del multimediale sorta a metà degli anni
Novanta, colui che squadernava i codici e le semantiche dell’avvenire.
Veniva definito, allora, “professor Internet”. Vinceva gli Oscar per le
migliori opere interattive italiane. Il ministro Luigi Berlinguer
l’avrebbe cooptato nel Comitato di Saggi che doveva infondere
l’Informatica nella scuola italiana.
Una vera cantonata
Ed era là ancora prima, quando la penisola non conosceva ancora i fasti
di Internet. Correva il 16 settembre 1992: quel giorno un redattore di la Repubblica
scrisse che il Professore già «scorre la scheda di Carlo I
d’Inghilterra ma con due “cliccate” riesce a far apparire un dipinto di
Rembrandt, mentre un altoparlante diffonde musiche di Monteverdi e lui
già pensa a Pascal e Cartesio». Si inaugurava MuG,
guida multimediale e interattiva della civiltà europea tramite computer
da lui inventata e perfezionata. Accanto a Eco, Carlo De Benedetti da
Ivrea, sovrano in carica dell’informatizzazione italiana (ben allocato
presso gli enti pubblici) e il suddetto Berlinguer, allora Magnifico
Rettore dell’Università di Siena e di lì a poco Formidabile
(etimologicamente è sinonimo di spaventoso) Ministro della Repubblica. MuG:
un’enciclopedia storica multimediale, via di mezzo fra un Bignami
elettronico e «un sistema ipermediale di consultazione che offre una
rappresentazione unitaria degli avvenimenti della storia e della
cultura europea». Quanto all’importanza del progetto, decollava il
redattore di la Repubblica,
«neppure quelli che hanno realizzato il programma conoscono fino in
fondo quello che può offrire». E dalla conferenza l’entusiasta
riecheggiava citazioni di un Eco sicuro che «se un ragazzo vede il
teorema di Pitagora non lo potrà dimenticare» e proteso verso un futuro
in cui «questi “Bignami elettronici” sostituiranno i biliardini. Il
gioco diventerà studio».
Profezia suggestiva ma fallace.
Ho visto e studiato la monumentale opera in quattro cd-rom che fu il seguito pubblico e ambizioso di MuG: la Encyclomedia
che, dal Cinquecento all’Ottocento, doveva raccontare tutto della
cultura europea a colpi di clic e di multimedialità interattiva. Ognuno
dei cd-rom, editi e pubblicizzati dall’allora debenedettiana
Opera Multimedia, costava cinque volte più della media delle opere
multimediali coeve (trecentonovantanovemilalire!) ed era una vetrina di
ciò che un’opera multimediale non dev’essere: mera giustapposizione di
parole, immagini e suoni, che né si fondevano né si integravano fra
loro; testi che scimmiottavano sullo schermo la pagina scritta su carta
e risultavano faticosi da leggere; link slegati dal contesto, involuti,
cervellotici, ripetitivi: a che serve cliccare sotto un’immagine che ha
già la sua brava didascalia tradizionale, per far apparire un
collegamento dove è di nuovo riportata la stessa esatta didascalia? E
non una volta, sempre. Cose così, a decine. I materiali non mancavano,
ma chi avesse dovuto studiarli avrebbe fatto più fatica a domare lo
strumento e a sbarazzarsi dalla fuffa che a imparare i contenuti.
Meglio, molto meglio i libri tradizionali. Oppure – per fugare il
dubbio che in fondo si trattasse di un tentativo nobile e impossibile –
meglio uno qualsiasi dei tanti, bellissimi e funzionali, cd-rom
culturali (sulla musica, sulla letteratura, sulla storia, sulle arti
figurative, sui fumetti) editi oltralpe nello stesso periodo senza
tanta presuntuosa ambizione. Quell’Encyclomedia
era una vera cantonata, senza mezzi termini. E senza mezzi termini era
accreditata (addebitata) al Professore nazionale, che la firmava in
qualità di ideatore e supervisore. Sbagliare si può, ma se sbagli dove
tutti ti ritengono il Vate, l’hai fatta più grossa.
Un decennio più tardi, La misteriosa fiamma della regina Loana
sa di cambiale scaduta: altro che Nuova Strada, il settantenne
Professore oggi come ieri si trova molto più a suo agio con i media
tradizionali. E anche sotto questa prospettiva i passi avanti sono
pochi.
Tanto più che per circa centocinquanta pagine ho creduto, davvero e
malgrado le mie diffidenti aspettative, che stavolta Eco avesse
imboccato la via giusta, quella che dal mero atto dello scrivere porta
alla sostanza del narrare. A partire dal colpo di genio iniziale,
immedesimarsi nel sopravvissuto a un ictus che ha perso la memoria
“privata” di sé ma non quella “pubblica” delle nozioni acquisite
attraverso la cultura e lo studio, la storia filava incalzante,
socchiudendo una quantità di porte e promettendo sviluppi appetitosi.
Anche le illustrazioni contribuivano, come lampi nel buio della memoria
persa dal protagonista, a illuminare il processo dell’agnizione. Pareva
di trovarsi su un tapis roulant contiguo e inverso rispetto a quello del Nome della rosa: lì l’itinerario disgregava la saldezza della realtà per approdare ai nomina nuda,
allo scetticismo assoluto, nichilista e irridente; qui, forse, partendo
da una memoria anch’essa nuda perché ridotta a frammenti, sarebbe
pervenuto al recupero del rapporto col mondo e con l’io.
Aggrappato alla memoria
Macché. Da pagina 160 Eco comincia a divagare fra bibliofilia ed
enciclopedia, memorie giovanili e reminiscenze culturali. Sempre di
più, sempre più ossessivamente, fino a esplodere in un calembour
di ritagli e frammenti di giornale che si atteggia ad Apocalisse ma
sembra il contrappasso della (echiana) Fenomenologia di Mike Bongiorno
in versione pre-Maalox. Metterebbe in imbarazzo con se stesso qualsiasi
scrittore senza nome che avesse l’avventura di averle partorite, simili
pagine. A questo punto siamo ormai a pagina 440 e lì il protagonista
muore, sopraffatto e irrisolto.
Quanto alla Nuova Strada, è qui, più che in altri aspetti, dove la
promessa non viene mantenuta. Bella l’idea di tappezzare il libro con
immagini d’epoca, per visualizzare alla memoria del lettore ciò che
Yambo, il protagonista, rintraccia nel solaio e nella sua mente
frugando tra i detriti della storia familiare (libri, riviste,
giornali, fumetti, dischi). Ma è un vezzo iconografico che alla meglio
rimanda a una multimedialità di tipo didascalico. Come gli affreschi
giotteschi nella chiesa di Assisi; solo, sei secoli dopo. Niente di
male ma anche niente di nuovo: esattamente lo stesso facevano romanzi e
romanzetti dell’Ottocento e del primo Novecento, intercalando
illustrazioni al testo. Smaltita la sbornia interattiva (alla maniera
in cui il Semiologo l’ha frequentata), forse per lui l’unica via per
sopravvivere all’oblio era aggrapparsi all’antico, alla memoria a lungo
termine, ammiccando ai coetanei e ai tempi andati. Quello – sia
detto col rispetto dovuto per la canizie – che fanno i vecchietti
quando l’età li inabilita a procedere oltre.
Dell’era digitale Eco ha trattenuto soltanto l’aspetto meno progressivo
e più corrosivo: quello per cui nella Rete tutto è compresente ed
equipollente senza che sia discernibile alcun criterio di valore e di
prevalenza: Dio equivale a Io, pregare Lui o Don Bosco o la regina
Loana dei fumetti di Flash Gordon fa lo stesso (e infatti Yambo in
punto di morte prega Loana, mica Dio). Nel momento stesso in cui
sopraggiungono gli interrogativi più seri la storia si sfalda e la
realtà rimbalza inconoscibile, più soggettiva che mai. Dopo tanto
aggirarci ci ritroviamo daccapo all’origine del labirinto: stat rosa
pristino nomine, nomina nuda tenemus. Frattanto sono passati
ventiquattro anni. Per dirla con Bill Gates, che di Nuova Strada se ne
intende: Ritenti, Annulli o Ignori?
Giuseppe Romano
Avviso ai naviganti - Un pugno di polvere
La sonda spaziale americana Genesis
aveva la missione di raccogliere campioni di “polvere solare”,
infinitesimali particelle emesse dall’astro diurno che ci avrebbero
edotto sulla sua precisa composizione. Evidentemente saperlo era
importante, dato che l’impresa costava circa 250 milioni di dollari. Ma
l’imprevisto era in agguato. Per evitare di danneggiare il prezioso e
delicatissimo materiale nell’impatto col suolo, violento malgrado il
paracadute, era stato studiato un funambolico recupero aereo; due
elicotteri provvisti di uncini avrebbero colto al volo il prezioso
carico ondeggiante nell’atmosfera. Pochi al mondo sono capaci di tanto:
la scelta era caduta su due elicotteristi hollywoodiani che hanno già
dimostrato la loro abilità in film come Batman e Hulk.
Tutto inutile, perché il paracadute non si è aperto. La capsula è
sfrecciata dalle stelle alle stalle sfracellandosi nel deserto e
lasciando tutti senza l’agognato pugno di polvere.
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