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n° 38 - sabato 18 settembre 2004
Il prof. Eco ha perso il segno, di Giuseppe Romano
Un pugno di polvere


Il prof. Eco ha perso il segno

Propugnato come «ineludibile nell’era di Internet» e come la via verso nuovi mondi narrativi, il libro che il Professore Semiologo presenta col sottotitolo di “romanzo illustrato” si rivela piuttosto un abbraccio sentimentale con la memoria d’infanzia. Niente di nuovo, ma è quasi un commiato dalla multimedialità

Lo studioso dell’opera aperta, della polisemicità del testo, delle incursioni verso i nuovi linguaggi, alla fine s’è rincantucciato nel letto di Loana, nella rievocazione di un fumetto che più tradizionale e vecchile non si può.
Mi sono letto La misteriosa fiamma della regina Loana (Bompiani, Milano 2004, pp.456, €19,00), romanzo recente dell’uomo che tutto il mondo c’invidia – quanti possiamo contarne così, noi italiani poveretti? –, che nell’albo d’oro della cultura contemporanea viene non dopo Roland Barthes e ben prima di Nicholas Negroponte.

Mi attiravano due speranze. La prima, che finalmente, oltre le gibigianne del Nome della rosa ma anche oltre i ghirigori di Baudolino, l’annunciata vena autobiografica partorisse una scrittura finalmente sincera. La seconda, attizzata dall’inconsueto sottotitolo “romanzo illustrato”, che finalmente ci fosse materia per comprendere il rapporto personale di Eco con i media: non soltanto a livello teorico, ma nell’esercizio pratico. Magari è la rivoluzione nella tradizione, mi ero detto. Magari, finalmente, il Numero Uno nel campo ci svela un uso efficace e non cervellotico della tanta decantata multimedialità, bacchetta magica dell’era digitale che dovrebbe fondere in un solo linguaggio le parole e le immagini (come pure i suoni eccetera). Magari, così come Il nome della rosa (1980) traduceva in romanzo la sua idea del testo narrativo, quest’altro romanzo avrebbe svelato la sua visione del pluritesto innovativo.
Non ero il solo a chiedermelo. Altri l’avevano fatto prima di me e si erano risposti positivamente. Per esempio Matteo Collura sul Corriere, che a consuntivo della lettura commina risolutamente il romanzo come «una macchina narrativa che indica agli scrittori una nuova strada: ineludibile nell’era di Internet».

Sul tema della Nuova Strada occorre una precisazione. Sono decenni che Eco viene descritto come alfiere dei nuovi media, del loro uso popolare. Fu, nella breve alba del multimediale sorta a metà degli anni Novanta, colui che squadernava i codici e le semantiche dell’avvenire. Veniva definito, allora, “professor Internet”. Vinceva gli Oscar per le migliori opere interattive italiane. Il ministro Luigi Berlinguer l’avrebbe cooptato nel Comitato di Saggi che doveva infondere l’Informatica nella scuola italiana.

Una vera cantonata
Ed era là ancora prima, quando la penisola non conosceva ancora i fasti di Internet. Correva il 16 settembre 1992: quel giorno un redattore di la Repubblica scrisse che il Professore già «scorre la scheda di Carlo I d’Inghilterra ma con due “cliccate” riesce a far apparire un dipinto di Rembrandt, mentre un altoparlante diffonde musiche di Monteverdi e lui già pensa a Pascal e Cartesio». Si inaugurava MuG, guida multimediale e interattiva della civiltà europea tramite computer da lui inventata e perfezionata. Accanto a Eco, Carlo De Benedetti da Ivrea, sovrano in carica dell’informatizzazione italiana (ben allocato presso gli enti pubblici) e il suddetto Berlinguer, allora Magnifico Rettore dell’Università di Siena e di lì a poco Formidabile (etimologicamente è sinonimo di spaventoso) Ministro della Repubblica. MuG: un’enciclopedia storica multimediale, via di mezzo fra un Bignami elettronico e «un sistema ipermediale di consultazione che offre una rappresentazione unitaria degli avvenimenti della storia e della cultura europea». Quanto all’importanza del progetto, decollava il redattore di la Repubblica, «neppure quelli che hanno realizzato il programma conoscono fino in fondo quello che può offrire». E dalla conferenza l’entusiasta riecheggiava citazioni di un Eco sicuro che «se un ragazzo vede il teorema di Pitagora non lo potrà dimenticare» e proteso verso un futuro in cui «questi “Bignami elettronici” sostituiranno i biliardini. Il gioco diventerà studio».
Profezia suggestiva ma fallace.

Ho visto e studiato la monumentale opera in quattro cd-rom che fu il seguito pubblico e ambizioso di MuG: la Encyclomedia  che, dal Cinquecento all’Ottocento, doveva raccontare tutto della cultura europea a colpi di clic e di multimedialità interattiva. Ognuno dei cd-rom, editi e pubblicizzati dall’allora debenedettiana  Opera Multimedia, costava cinque volte più della media delle opere multimediali coeve (trecentonovantanovemilalire!) ed era una vetrina di ciò che un’opera multimediale non dev’essere: mera giustapposizione di parole, immagini e suoni, che né si fondevano né si integravano fra loro; testi che scimmiottavano sullo schermo la pagina scritta su carta e risultavano faticosi da leggere; link slegati dal contesto, involuti, cervellotici, ripetitivi: a che serve cliccare sotto un’immagine che ha già la sua brava didascalia tradizionale, per far apparire un collegamento dove è di nuovo riportata la stessa esatta didascalia? E non una volta, sempre. Cose così, a decine. I materiali non mancavano, ma chi avesse dovuto studiarli avrebbe fatto più fatica a domare lo strumento e a sbarazzarsi dalla fuffa che a imparare i contenuti. Meglio, molto meglio i libri tradizionali. Oppure – per fugare il dubbio che in fondo si trattasse di un tentativo nobile e impossibile – meglio uno qualsiasi dei tanti, bellissimi e funzionali, cd-rom culturali (sulla musica, sulla letteratura, sulla storia, sulle arti figurative, sui fumetti) editi oltralpe nello stesso periodo senza tanta presuntuosa ambizione. Quell’Encyclomedia era una vera cantonata, senza mezzi termini. E senza mezzi termini era accreditata (addebitata) al Professore nazionale, che la firmava in qualità di ideatore e supervisore. Sbagliare si può, ma se sbagli dove tutti ti ritengono il Vate, l’hai fatta più grossa.

Un decennio più tardi, La misteriosa fiamma della regina Loana sa di cambiale scaduta: altro che Nuova Strada, il settantenne Professore oggi come ieri si trova molto più a suo agio con i media tradizionali. E anche sotto questa prospettiva i passi avanti sono pochi.
Tanto più che per circa centocinquanta pagine ho creduto, davvero e malgrado le mie diffidenti aspettative, che stavolta Eco avesse imboccato la via giusta, quella che dal mero atto dello scrivere porta alla sostanza del narrare. A partire dal colpo di genio iniziale, immedesimarsi nel sopravvissuto a un ictus che ha perso la memoria “privata” di sé ma non quella “pubblica” delle nozioni acquisite attraverso la cultura e lo studio, la storia filava incalzante, socchiudendo una quantità di porte e promettendo sviluppi appetitosi. Anche le illustrazioni contribuivano, come lampi nel buio della memoria persa dal protagonista, a illuminare il processo dell’agnizione. Pareva di trovarsi su un tapis roulant contiguo e inverso rispetto a quello del Nome della rosa: lì l’itinerario disgregava la saldezza della realtà per approdare ai nomina nuda, allo scetticismo assoluto, nichilista e irridente; qui, forse, partendo da una memoria anch’essa nuda perché ridotta a frammenti, sarebbe pervenuto al recupero del rapporto col mondo e con l’io.

Aggrappato alla memoria
Macché. Da pagina 160 Eco comincia a divagare fra bibliofilia ed enciclopedia, memorie giovanili e reminiscenze culturali. Sempre di più, sempre più ossessivamente, fino a esplodere in un calembour di ritagli e frammenti di giornale che si atteggia ad Apocalisse ma sembra il contrappasso della (echiana) Fenomenologia di Mike Bongiorno in versione pre-Maalox. Metterebbe in imbarazzo con se stesso qualsiasi scrittore senza nome che avesse l’avventura di averle partorite, simili pagine. A questo punto siamo ormai a pagina 440 e lì il protagonista muore, sopraffatto e irrisolto.
Quanto alla Nuova Strada, è qui, più che in altri aspetti, dove la promessa non viene mantenuta. Bella l’idea di tappezzare il libro con immagini d’epoca, per visualizzare alla memoria del lettore ciò che Yambo, il protagonista, rintraccia nel solaio e nella sua mente frugando tra i detriti della storia familiare (libri, riviste, giornali, fumetti, dischi). Ma è un vezzo iconografico che alla meglio rimanda a una multimedialità di tipo didascalico. Come gli affreschi giotteschi nella chiesa di Assisi; solo, sei secoli dopo. Niente di male ma anche niente di nuovo: esattamente lo stesso facevano romanzi e romanzetti dell’Ottocento e del primo Novecento, intercalando illustrazioni al testo. Smaltita la sbornia interattiva (alla maniera in cui il Semiologo l’ha frequentata), forse per lui l’unica via per sopravvivere all’oblio era aggrapparsi all’antico, alla memoria a lungo termine, ammiccando  ai coetanei e ai tempi andati. Quello – sia detto col rispetto dovuto per la canizie – che fanno i vecchietti quando l’età li inabilita a procedere oltre.

Dell’era digitale Eco ha trattenuto soltanto l’aspetto meno progressivo e più corrosivo: quello per cui nella Rete tutto è compresente ed equipollente senza che sia discernibile alcun criterio di valore e di prevalenza: Dio equivale a Io, pregare Lui o Don Bosco o la regina Loana dei fumetti di Flash Gordon fa lo stesso (e infatti Yambo in punto di morte prega Loana, mica Dio). Nel momento stesso in cui sopraggiungono gli interrogativi più seri la storia si sfalda e la realtà rimbalza inconoscibile, più soggettiva che mai. Dopo tanto aggirarci ci ritroviamo daccapo all’origine del labirinto: stat rosa pristino nomine, nomina nuda tenemus. Frattanto sono passati ventiquattro anni. Per dirla con Bill Gates, che di Nuova Strada se ne intende: Ritenti, Annulli o Ignori?   

Giuseppe Romano


Avviso ai naviganti - Un pugno di polvere

La sonda spaziale americana Genesis aveva la missione di raccogliere campioni di “polvere solare”, infinitesimali particelle emesse dall’astro diurno che ci avrebbero edotto sulla sua precisa composizione. Evidentemente saperlo era importante, dato che l’impresa costava circa 250 milioni di dollari. Ma l’imprevisto era in agguato. Per evitare di danneggiare il prezioso e delicatissimo materiale nell’impatto col suolo, violento malgrado il paracadute, era stato studiato un funambolico recupero aereo; due elicotteri provvisti di uncini avrebbero colto al volo il prezioso carico ondeggiante nell’atmosfera. Pochi al mondo sono capaci di tanto: la scelta era caduta su due elicotteristi hollywoodiani che hanno già dimostrato la loro abilità in film come Batman e Hulk. Tutto inutile, perché il paracadute non si è aperto. La capsula è sfrecciata dalle stelle alle stalle sfracellandosi nel deserto e lasciando tutti senza l’agognato pugno di polvere.
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