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n° 28 - sabato 10 luglio 2004
XXI secolo, istruzioni per l'uso, di Giuseppe Romano
Informarsi con l'informatica


XXI secolo, istruzioni per l'uso

Erano il manifesto della società di massa: uno scarno pieghevole o un manuale dettagliato che compendiavano la novità dell’oggetto tecnologico, la necessità di studiarlo per capirlo. L’era della rete digitale va oltre, richiede l’esplorazione individuale del confine ignoto

I l Ventesimo secolo è stato l’epoca delle istruzioni per l’uso. La capacità dell’industria di sfornare prodotti diversissimi fra loro a un ritmo sostenuto e in grande quantità ha reso indispensabile quel foglietto che accompagna quasi tutto ciò che c’è di nuovo, da un elettrodomestico a una confezione di medicinali a un pacco di pasta.

In una prospettiva sociale, quel foglietto scarno ha svolto un ruolo importantissimo, paragonabile al telescopio di Galileo e alla ghigliottina della Rivoluzione francese. È stato l’ultima conferma che è finita l’epoca delle conoscenze universali. All’uomo medievale e rinascimentale che sapeva tutto di tutto, a quello illuminista che sapeva qualcosa di tutto, è subentrata una massa di individui che sanno tutto di niente. Ciascuno conosce a menadito un singolo argomento, una specifica disciplina, ma al di là di quelli è ignorante e indifeso. Le istruzioni per l’uso implicano che un particolare oggetto sia così recente e innovativo che probabilmente in giro non c’è nessun maestro, nessun uomo competente in materia. E quindi le indispensabili istruzioni vanno comprese nella confezione. A volte con il conforto dell’ironia: “bugiardino” è il termine tecnico per definire le istruzioni per l’uso contenute nelle scatole dei medicinali.

Le istruzioni per l’uso sono un manifesto della società di massa, vale a dire dell’assetto sociale che è prevalso universalmente lungo il corso del Novecento. «Tre princìpi», commenta José Ortega y Gasset, «hanno reso possibile questo nuovo mondo: la democrazia liberale, la sperimentazione scientifica e l’industrializzazione. I due ultimi si possono riassumere in uno: la tecnica». Di fatto, una volta creatosi, il “nuovo mondo” si è imposto indipendentemente dalla situazione politica, visto che sussiste sia nelle democrazie sia nelle dittature, sia nei Paesi sviluppati sia nelle zone più arretrate. Quanto alla tecnica, si può ritenere che la società di massa sia stata caratterizzata e in buona parte determinata dalla tecnologia, che ha finito col divenirne l’infrastruttura.

Questo è particolarmente vero sul versante della comunicazione: i media non sono soltanto “mezzi” ma veri e propri “mediatori”, perché incarnano la necessità di utilizzare, per comunicare fra i membri della società, una serie di strumenti tecnologici e culturali quali sono il telegrafo, i telefoni, i giornali, la radio, la televisione. Alcuni di essi, per le loro peculiarità, rispecchiano così bene le caratteristiche e le esigenze della società di massa da essere definibili, appunto, come “mass media”. Anche le istruzioni per l’uso rientrano fra i mass media; al tempo stesso, possiamo affermare che i mass media sono stati le istruzioni per l’uso della civiltà di massa.

Il pubblico e le opinioni
D’altra parte i mezzi di comunicazione di massa hanno dato luogo anche al formarsi di un’“opinione pubblica”, fenomeno assai significativo e che oggi, in una società che migra verso modelli di comunicazione diversi, costituisce un elemento di crisi. Qui mi limito a sottolineare come il “pubblico” – di ascoltatori, di lettori, di spettatori, ma anche di cittadini e di elettori – sia divenuto nel corso del Novecento un’entità così importante da condizionare numerosi aspetti della comunicazione e della vita civile. Da una parte possiamo collocare il concetto di “pubblicazione”, reso più solido e universale dall’industrializzazione dell’editoria. Un giornale o un libro pubblicati diventano patrimonio comune, in qualche modo intoccabile e inalienabile, sottratto perfino all’autore e al produttore della comunicazione; ciò vale identicamente per le comunicazioni “messe in onda”, cioè quelle radiofoniche e televisive. Questo implica che finora la società di massa sia stata in qualche modo garantita circa la responsabilità e la verificabilità dei propri mass media: una comunicazione pubblicata diventa pubblica, di tutti.

Dall’altra parte vanno considerati quei fenomeni di “opinione pubblica” che hanno portato al progressivo consolidarsi dell’idea che il numero delle preferenze debba condizionare sempre e comunque la vita collettiva: ciò vale per il successo di una merce non meno che per quello di un programma televisivo e addirittura per quello di una legge o di un sistema politico. In qualche misura il fenomeno ha contagiato l’idea stessa di democrazia, influendo – a volte clamorosamente – sull’essenza del diritto e dando luogo a una pletora di leggi e decreti che dipendono non più come in passato da un concetto di bene stabile, oggettivo e trascendente, bensì dalle convenienze del momento, espresse a suon di voti da maggioranze talora provvisorie e occasionali, spesso opportunistiche. Certamente la vita delle democrazie contemporanee risulta oggi sensibilmente diversa da quella che si ritrova negli scritti dei loro padri; ed è altrettanto certo che ciò si deve in buona parte alla pervasione dei mezzi di comunicazione e alla loro implacabile relativizzazione di qualsiasi realtà: come notiamo nella maggior parte delle trasmissioni di intrattenimento, ogni aspetto della vita e delle relazioni umane – anche il rapporto fra coniugi o fra consanguinei – viene metabolizzato in elemento spettacolare.

Il Ventesimo secolo si è concluso sotto cieli diversi da quelli che aveva visto all’avvio, e ha trasmesso al Ventunesimo secolo una temperie culturale e sociale nuova, tutta da decifrare. Se infatti la civiltà del Novecento era una “massa” di uomini, collegati dall’energia elettrica e radunati nel “villaggio globale”, quella del Duemila sembra in parte sfuggire a queste definizioni. Il Duemila è nato sotto il segno dell’elettronica, figlia dell’elettricità ma ancora più veloce della genitrice perché liberata dal faticoso connubio con la meccanica. Un simbolo di questo è la progressiva liberazione dai cavi: mentre il Novecento sgomitolava chilometri di filo, il Duemila spara in orbita satelliti e piazza antenne sui tetti: sarà un secolo sempre più wi-fi: wireless fidelity, connessione senza cavi e fedeltà senza vincoli.

È da notare come l’oggetto tecnologico che riassume in sé le caratteristiche di questa evoluzione-rivoluzione, il computer, non sia definibile come un mezzo di comunicazione di massa. Esso propone un concetto di cultura personalizzata – non per nulla si chiama “personal computer” – e lo diffonde attorno a sé, contaminando gli altri media che colonizza: telefono personale, televisione personale, musica personale (tramite compilazioni assemblate individualmente e incise su cd o altri supporti tecnologici). Con l’avvento del computer, i media si stanno riconfigurando in un nuovo modello sociale che non può più essere definito col termine “mass media”.

Quale Grande Fratello
Al tempo stesso anche la società sta evolvendo verso un sistema che obbedisce a logiche profondamente diverse da quelle che governavano il passato. Per esempio, è sempre più improbabile che assuma forme di tipo orwelliano: se “Grande Fratello” ci sarà, sarà di tipo assai dissimile da quello che immaginava l’autore di 1984. La globalizzazione non equivale affatto a standardizzazione, e Marshall McLuhan – antesignano degli studi contemporanei sulla comunicazione sia per la sua lungimiranza sia per la carica provocatoria, densa di qualità maieutiche – era stato buon profeta quando diceva: «La paura dell’automazione come minaccia di uniformità su scala mondiale non è che la proiezione nel futuro di standardizzazioni e specializzazioni che appartengono ormai al passato».

In questo contesto pure le istruzioni per l’uso, da cui eravamo partiti, stanno cambiando significato. Di fatto, addirittura lo perdono: riguardo al computer nessuno è riuscito a formulare istruzioni che siano complete, per il semplice fatto che non si può definire a priori tutto ciò che un computer deve o può fare. Il computer, infatti, non è una macchina limitata a una funzione specifica (come l’automobile, il televisore, il tostapane). Anzi, la sua specificità è quella di essere versatile e camaleontico, per eccellenza un simulatore. Riproduce qualsiasi attività che si possa “insegnargli” a eseguire: sarà di volta in volta una macchina per scrivere, una calcolatrice, un proiettore cinematografico, un juke-box, una console per giocare e mille altre cose. Le istruzioni per l’uso gli servono sotto forma di programmi in codice, di software interno; una volta caricato il software, il computer è pronto e sta all’uomo – inteso come singolo individuo – istruire sé stesso all’utilizzo della macchina istruita. E siccome diversamente dall’uomo il computer può caricare infinite istruzioni e infiniti programmi, è impossibile star dietro alla macchina in questa corsa all’apprendimento, interminabile e rapidissima.

Per un verso questa situazione ci riporta a un panorama antico, preconizzato da McLuhan: «La caratteristica dell’automazione elettrica è proprio in questo ritorno alla flessibilità artigianale utilizzabile a tutta una serie di scopi, propria anche delle nostre mani. A questo punto la programmazione può includere una serie infinita di mutamenti di programma». Ma per un altro verso, poiché questo “ritorno” accade entro un panorama ad altissima definizione tecnologica, l’unica maniera che l’uomo ha per tenere il passo è quella di sfruttare la sola caratteristica in cui egli resta superiore alla macchina: grazie alla propria capacità intuitiva, trasformare il proprio processo di istruzione in un percorso di esplorazione. Alle istruzioni per l’uso subentrano le mappe, i fasci di itinerari possibili.

Quanto abbiamo detto fin qui si applica e si evidenzia in grado massimo in quel mezzo di comunicazione che riunisce in sé tutta la novità della nuova era elettronica: l’Internet, rete globale di comunicazione. Non è possibile fornire “istruzioni per l’uso” a proposito dell’Internet: esse riguarderebbero soltanto sue specifiche e particolari dimensioni. In sé l’Internet è letteralmente “incomprensibile”, nel senso etimologico del termine “comprendere”: vale a dire che nessuno può circoscriverla e racchiuderla entro una definizione globalizzante. Non la si può nemmeno identificare con le migliaia di computer, di cavi, di telefoni e di satelliti che vi accedono, né con l’enorme ammasso di informazioni che vi transitano. Qualcuno l’ha paragonata a un mondo immateriale e in qualche modo spirituale, così imponente da rivaleggiare con le grandiose architetture cosmologiche medievali. «In un qualche senso profondo, il ciberspazio è un altro luogo. Svincolata dentro l’Internet, la mia “locazione” non può più essere ancorata soltanto nello spazio fisico. Proprio “dove” sono io quando entro nel cyberspazio è una domanda che deve ancora trovare risposta, ma è chiaro che la mia posizione non può essere vincolata a una posizione matematica entro lo spazio euclideo o relativistico», scrive Margaret Wertheim.

Tutti concordano col fatto che si tratta del più ingente sistema di comunicazioni interpersonali e, insieme, del più grande archivio di dati che l’umanità abbia mai prodotto. Ma forse è addirittura qualcosa di più, forse è un vero e proprio “mondo nuovo”. Per queste ragioni la rete richiede esplorazione, non istruzioni.

Esplorare e comprendere
Ma questa affermazione, come in un gioco di specchi, ne richiama immediatamente un’altra: che cos’è, infatti, un esploratore, se non un uomo istruito a ben comportarsi in assenza di istruzioni? Dunque, se non si possono fornire istruzioni riguardo all’Internet, è però possibile offrire utili informazioni all’uomo che si avvia verso l’Internet, affinché egli sappia come cavarsela quale che sia l’attività da svolgere o la situazione da affrontare.
Ancora una volta, l’affermazione richiede di esser specificata. Chi è infatti l’esploratore? È colui che traccia un percorso sulla frontiera dove nessuno è mai stato prima di allora; ma al tempo stesso è anche colui che apprende la ricchezza dell’ignoto. La nostra storia è piena di esploratori che si sono comportati diversamente, devastando e depredando, mostrando grettezza e incomprensione anziché ascolto e attenzione: tanto più risulta evidente ciò che invece dovrebbe fare un buon esploratore.

Esplorare e comprendere sono sinonimi. In un viaggio verso l’ignoto la comprensione inizia con la rimozione dei pregiudizi, con la disponibilità ad abbandonare la strada tracciata, lì dove essa diventa sentiero sempre più labile e si perde fra la vegetazione del confine. Infatti l’esploratore è un civilizzatore, non un avventuriero senza patria e senza bandiera. Può lasciare la strada – lasciarsela alle spalle – soltanto se, in qualche maniera, continua a portarla dentro di sé: non per sovrapporla imperiosamente alle eventuali strade che incontrerà nell’ignoto, bensì per collegarla armoniosamente con quelle in un sistema complessivo che è più grande di prima. Più vasto geograficamente, più ampio spiritualmente.

L’Internet è un “altromondo” sterminato, dove tutta l’umanità è in grado di recarsi contemporaneamente, ma al tempo stesso è evidente che non è un mezzo di comunicazione di massa, almeno secondo lo schema tradizionale. Ciò costituisce una delle sue novità più significative. Come sempre accade, la tecnologia è figlia della scienza. Sono le nuove scoperte ad aprire orizzonti di applicazioni alla vita. E su queste scoperte, da esploratori e da cittadini, stiamo modellando il nostro convivere di domani.
Giuseppe Romano



Informarsi con l'informatica

A conferma del fatto che l’era del personal computer non può essere affrontata con le armi delle epoche precedenti – e quindi nemmeno con le “istruzioni per l’uso” – esiste una diffusa leggenda telematica riguardante gli equivoci e le difficoltà di apprendimento connesse col computer. Ne riportiamo alcuni esempi classici, desunti al volo dalla Rete, senza assumerci alcuna responsabilità riguardo alla storicità degli eventi narrati e dei personaggi citati.  Va comunque detto che i call center delle aziende informatiche si imbattono quotidianamente in situazioni del genere. Il che conferma come non sia affatto facile avere a che fare con i nuovi orizzonti del fai-da-te tecnologizzato.

1. Gates contro Ford
In una fiera dell’informatica, Bill Gates ha chiarito i progressi fatti dall’industria dell’informatica facendo un parallelismo con l’industria automobilistica. Fra l’altro ha dichiarato: «Se la General Motors fosse tecnologicamente avanzata come l’industria del computer, oggi guideremmo automobili che costerebbero 25 dollari e che farebbero almeno 50 chilometri con un litro di benzina».
La General Motors ha replicato con il seguente comunicato sulla faccenda: «Abbiamo riflettuto sull’ipotesi di prendere la Microsoft come partner. I motivi che ci trattengono dal farlo sono:

1.     Ogni volta che venisse rifatta la segnaletica stradale bisognerebbe necessariamente acquistare un’automobile nuova.
2.     Occasionalmente il motore si fermerà in autostrada senza alcuna ragione apparente. Il conducente dovrà semplicemente constatare il fatto, riavviare il motore e ripartire dal casello da dove era entrato.
3.     Occasionalmente, l’esecuzione di una manovra farà sì che l’automobile si fermi e rimanga definitivamente bloccata; si potrà poi ovviare all’inconveniente reinstallando il motore.
4.     Con la Macintosh i rapporti sarebbero diversi. Quell’azienda sarebbe certamente in grado di progettare un’automobile alimentata a energia solare, più affidabile, cinque volte più veloce e due volte più facile da guidare, ma che potrà girare solo sul 5% delle autostrade.
5.     L’ultimo problema potrà essere ovviato molto facilmente, acquistando degli upgrade carissimi per adattarsi alle autostrade Microsoft, ottenendo però prestazioni dimezzate rispetto a una macchina analoga di Microsoft.
6.     Le spie dell’olio, della benzina, del freno e della batteria sarebbero rimpiazzate da un unico segnale che dice: «Questa macchina ha eseguito un’operazione illegale e sarà arrestata».
7.     I nuovi sedili costringeranno tutti ad avere la stessa dimensione di sedere.
8.    Prima di entrare in funzione, l’airbag chiederebbe: «Sei sicuro di voler eseguire questa operazione?».
9.     In caso di collisione, il conducente non avrà la minima idea di cosa sia accaduto a lui, all’automobile, di come ripararla e di dove lui e l’automobile sono andati a finire dopo l’incidente.
10.    Nel caso in cui il guidatore voglia cambiare stazione radio sarà costretto a fermarsi, spegnere il motore e poi riavviarlo affinché la modifica venga resa effettiva.

2. Call center uguale assistenza

«Ridge Hall computer assistant; posso aiutarla?».
«Sì, beh, ho un problema col programma WordPerfect».
«Che tipo di problema?».
«Stavo scrivendo e di colpo tutte le parole sono andate via».
«Andate via?».
«Sono sparite».
«Hmm. Cosa c’è sullo schermo?».
«Niente».
«Niente?».
«È vuoto; e non accetta niente quando io premo i tasti».
«Lei è ancora in WordPerfect, o ne è uscito?».
«Come posso saperlo?».
«Non importa. Riesce a muovere il cursore sullo schermo?».
«Non c’è nessun cursore: gliel’ho detto, non accetta niente di quello che digito».
«Il suo monitor ha un indicatore di accensione?».
«Cos’è un monitor?».
«È la cosa con uno schermo che sembra una TV. C’è una lucetta che dice quando è acceso?».
«Non lo so».
«Bene, allora guardi sul retro del monitor e cerchi dove entra il cavo di alimentazione. Riesce a vederlo?».
«Sì, penso di sì».
«Benone. Segua il cavo fino alla spina, e mi dica se è inserito nella presa nel muro».
«... Si, è inserito».
«Quando lei era dietro al monitor, ha visto se c’erano due cavi collegati sul retro del monitor, e non uno solo?».
«No».
«Ok, ci sono. Mi serve che lei guardi dietro di nuovo e cerchi l’altro cavo».
«... Ok, eccolo».
«Lo segua per me, e mi dica se è ben infilato nella sua presa dietro al computer».
«Non ci arrivo».
«Mmm. Non riesce a vederlo? ».
«No».
«Anche mettendo il ginocchio su qualcosa e sporgendosi in avanti?».
«Oh, ma non è perché non ho la giusta angolazione, è perché è buio».
«Buio? ».
«Già. Le luci dell’ufficio sono spente, e l’unica luce che c’è proviene dalla finestra».
«Accenda le luci dell’ufficio, allora».
«Non posso».
«No? Perché no? ».
«Perché manca la corrente».
«Manca... la corrente? Aha, ok, abbiamo scoperto il problema. Ha ancora lo scatolone, i manuali e l’imballo di quando il suo computer le è arrivato?».
«Sì, li tengo nello sgabuzzino».
«Molto bene. Li prenda, scolleghi il suo sistema e lo imballi come era quando le fu consegnato. Poi prenda il tutto e lo porti al negozio dove lo ha acquistato».
«Davvero? È così grave?».
«Sì, ho paura di sì».
«Beh, allora è tutto, suppongo. Cosa devo dire loro? ».
«Dica loro che lei è troppo stupido per possedere un computer».
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