Home
giovedì 9 settembre 2010
 Home  Settimanale  Direttore  Redazione  Abbonamenti  Archivio  Links  Contatti
In edicola
 Il sommario dell'ultimo numero
 L'archivio
Prima Pagina
 Scarica il PDF
In Libreria
 Tutte le novità
delle Edizioni

      
Le rubriche
 Le Recensioni
 Contraltare
 Fantascienza, fantasy ...
Approfondimenti
Architettura: c'era una volta il bello
Bellezza al centro della politica
La fine del 25 Aprile
Abolire il liberalismo
Dan Brown & altre panzane
"Gramscismo liberale"
Che razza di Illuminismo!
Darwin a-dieu
A morte i critici e i giovani scrittori
L'Arte nata morta
Un ambiente economicamente sostenibile
L'altra America
L' era digitale
La Grande Tradizione
Polematica
Neocon files
Mailing List
 Iscriviti alla
Mailing List de
Il Domenicale
L'aforisma della settimana
Dulce et decorum est
pro patria mori

Quinto Orazio Flacco
(65-8 a.C.),
Odi, III, 2, 13
Vai all'archivio >>
Torna all'elenco 
 
n° 3 - sabato 17 gennaio 2004
Siamo tutti sorvegliati, di Giuseppe Romano
Videogames: bandiera nera e tibie in croce, di Giuseppe Romano


Siamo tutti sorvegliati

La diffusione di tecnologie capaci di controllare qualsiasi attività umana pervade la vita civile. Ovunque nel mondo si afferma un nuovo “statuto biopolitico” del cittadino. È nata la biometria, forse è morta la democrazia

Quella che qui comincia è una storia lunga, singolare e soprattutto vera. È la storia di una civiltà che sta compattamente incamminandosi verso quello che potremmo definire il “controllo totale”. Non è un problema di luoghi geografici o di regimi politici, tant’è vero che nel raccontarla, questa storia, incontreremo terre e popoli di ogni parte del globo. Soprattutto incontreremo le due nazioni, diversissime fra loro, che a vario titolo possiamo considerare predominanti sul pianeta. L’una, gli Stati Uniti, è considerata da molti il campione della democrazia, della libertà d’opinione e d’informazione. L’altra, la Cina, incarna il passato che forse vuol passare, la dittatura che si ammorbidisce e si avvicina al consorzio civile (così dicono tutti gli esponenti diplomatici e politici che, di questi tempi, fanno a gara per allacciare e mantenere buoni rapporti con l’ex Celeste Impero).
Difficile immaginare stili di governo e di vita più distanti fra loro da quelli americano e cinese. Eppure una vera e propria raffica di avvenimenti e di provvedimenti rischia di accomunarne i destini e soprattutto di sottomettere i cittadini di entrambi gli universi sociopolitici a regole restrittive in materia di produzione e gestione dell’informazione, nonché di libera circolazione delle idee e delle persone. E siccome nell’universo occidentale, assieme agli statunitensi, orbitiamo anche noi europei, il discorso ci riguarda direttamente.

La Cina è vicina?
Facile cominciare dalla Cina. La nuova, moderna Repubblica popolare che viene accolta cordialmente in pressoché tutte le sedi dell’Occidente – quella che a fine dicembre ha annunciato l’emendamento della propria Costituzione per garantire finalmente l’inviolabilità della proprietà privata, sia pure delegando al Partito comunista l’autorità su quali diritti di proprietà considerare «legali» e «legalmente acquisiti» – ha deciso la chiusura di 673 quotidiani di Stato, ritenuti inutili e «non in grado di garantire profitto economico»; altri 87 sono stati privatizzati (è stato The Guardian a riportarlo, il 25 novembre 2003). La decisione è stata resa pubblica come parte del «cruciale sforzo di riforma». Liu Yunshan, capo della propaganda del partito comunista, ha dichiarato che la chiusura dei suddetti giornali sarà anche un sollievo per la popolazione, che – si apprende – finora era stata tenuta a pagare i relativi abbonamenti obbligatori.
Sembra un buon segnale, ma accanto eccone uno meno buono: più o meno in contemporanea, nello stesso mese di novembre 2003, un centinaio di personalità cinesi della cultura, artisti, docenti e accademici ha inoltrato una lettera aperta al premier Wen Jiabao affinché cessassero immediatamente gli “assurdi” e “illegali” arresti che nelle settimane precedenti avevano visto scomparire dalle loro case nove studenti colpevoli di aver utilizzato Internet per esprimere il loro pensiero.

Tutto aveva avuto inizio tre anni prima, col signor Huang Qi. Questi è un ingegnere informatico e detiene un triste record: è il primo cinese a essere andato sotto processo per crimini commessi in Internet. Il delitto per cui fu arrestato il 3 giugno 2000 – e per cui nel maggio scorso è stato condannato a cinque anni di carcere – consisteva nell’aver ospitato nel suo sito web un “post” (cioè un intervento) che, a undici anni esatti dalla repressione tragicamente celebre avvenuta in piazza Tien-an-men, ipotizzava che si dovessero perseguirne i repressori. È da notare che quel post non era stato scritto da Huang, bensì da un visitatore del suo sito. Human right watch (www.hrw.org), in un’ampia informazione dedicata a Freedom of Expression and the Internet in China, ci informa che almeno tredici persone erano state incarcerate fra il 2000 e il 2001 per reati di opinione commessi via Internet, atti sovversivi che vanno dalla rivendicazione della libertà di parola alla diffusione di “materiale religioso”. I recenti arresti sembrano annunciare un nuovo giro di vite.
Al di là delle tragiche vicende individuali, preoccupa l’atteggiamento progressivamente più rigido assunto dalle autorità cinesi. È noto che Internet viene ritenuta dal governo di Pechino un veicolo indispensabile per l’auspicato sviluppo economico: l’espansione nazionale della Rete è stata consentita e promossa fin dal 1993, tanto che oggi, secondo le ultime dichiarazioni governative, gli utenti cinesi di Internet sarebbero oltre 78 milioni, la seconda nazione al mondo per numero di utenze dopo gli Stati Uniti.

Eppure in Cina l’uso di Internet è sottoposto a vincoli rigidi e a gravi limitazioni, non soltanto quanto all’ubicazione delle connessioni, in gran parte pubbliche, ma anche tramite la sorveglianza elettronica e il controllo delle comunicazioni private. È pure noto che sotto questo profilo il governo cinese sta sviluppando una vera e propria abilità paramilitare, utilizzando tecnologie sofisticate non soltanto a scopo di controllo ma probabilmente anche a fini di aggressione: proprio da non meglio identificati “pirati cinesi” provenne l’attacco col virus “SQ Hell” che nel gennaio 2003 rischiò di mettere in ginocchio l’intera Corea del Sud, e qualche settimana fa il mite governo tibetano in esilio (quello del Dalai Lama) ha denunciato un’aggressione alla sua rete di computer indicando esplicitamente nella Cina l’invasore telematico. Il governo di Pechino naturalmente ha smentito.
Sul fronte interno, comunque, la scelta modernizzatrice dei cinesi potrebbe risultare difficile da controllare. È forse per questo che, benché la normativa sulla gestione e sull’uso di Internet fosse assai severa già alle origini, alla fine di novembre il regime ha emanato ulteriori disposizioni tese a cancellare, letteralmente, qualsiasi margine di dissenso. Infatti, oltre a introdurre pesanti vincoli economici e tecnologici, il ministero dell’Informazione (www.mii.gov.cn) adesso attribuisce ai provider la totale responsabilità penale sui contenuti che ospitano: come se da noi si decidesse che Virgilio.it, Libero.it e gli altri fornitori di accesso sulla rete digitale sono responsabili per i contenuti di qualsiasi email che transiti dai loro server. Nel mondo tutto questo è passato sotto silenzio: da noi ne ha parlato l’agenzia Punto informatico (il 24 novembre 2003, www.punto-informatico.it), che ironizza sul rilievo mondiale dato invece negli stessi giorni alle dichiarazioni di Guo Ling, vicedirettore del Centro di ricerca per lo sviluppo sociale dell’Accademia cinese delle scienze sociali (naturalmente un organismo governativo). Ling aveva affermato: «Non dirò che in Cina oggi c’è la democrazia, ma di certo le informazioni non possono più essere controllate come in passato». C’è da sperare che controllare la sterminata piazza di Internet risulti comunque più difficile e meno sanguinoso di quanto lo fu arginare le ribellioni che nella notte fra il 3 e il 4 giugno 1989, in piazza Tien-an-men, portarono all’atroce repressione di cui il mondo ancora inorridisce.

Altrove in Oriente
Se in Cina si piange, altrove non si ride. Il controllo sulle tecnologie della comunicazione sta diffondendosi ovunque, con motivazioni diverse e spesso opposte rispetto a quelle cinesi, ma con modalità e risultati alla fin fine non dissimili. Per esempio il governo della Corea del Sud ha appena imposto per legge che i cellulari in grado di scattare fotografie emettano un bip ben udibile e non disattivabile. All’origine del provvedimento – dice il Corriere della Sera che il 13 novembre ha riportato l’informazione – c’è la preoccupazione del governo di Seul per la privacy dei suoi cittadini, che potrebbe essere violata nel caso fossero immortalati in situazioni compromettenti. Era infatti accaduto che una donna ne fotografasse altre in una sauna, vendendo poi le immagini a un sito Internet.

Restiamo in Oriente. La libera Singapore il 12 novembre ha varato una legge che, per combattere il terrorismo informatico, offre all’esecutivo un’enorme quantità di poteri preventivi. In concreto il Computer Misure Act abilita le forze dell’ordine a perseguire coloro che si ritiene potranno minacciare l’integrità delle strutture informatiche e mettere a rischio la sicurezza nazionale, la difesa, i rapporti internazionali e la fornitura dei servizi essenziali. Non si fatica a scorgere forti analogie con la PreCrime, la polizia preventiva immaginata da Steven Spielberg (sulla scorta di un racconto di Philip K. Dick) nel film Minority Report (2002), tanto più che fra le prerogative attribuite alla polizia governativa di Singapore è prevista quella di arrestare i presunti nemici dello Stato sulla sola base di «sospetti considerati credibili» e di valutare liberamente le misure da adottare. Per quale motivo? L’evoluzione tecnologica – si legge nel comunicato delle autorità locali – è così rapida che «non sarebbe possibile per il Governo dover attendere il via libera del Parlamento ogni volta che deve modificare le proprie strategie».

La vicina Inghilterra (e l’Italia)
Misure del genere forse possono stupirci, ma facciamo presto a tranquillizzarci pensando che in fondo provengono da mondi geografici e culturali piuttosto distanti da noi. È però una tranquillità destinata a non durare: vicinissimo per esempio è il mondo dell’Inghilterra, membro dell’Unione europea e, così dicono, culla della democrazia occidentale e del liberalismo. Ebbene, proprio dal Regno Unito arrivano possenti mazzate alla libertà di movimento. Un decreto approvato alla Camera dei Lord a metà novembre impone che in Inghilterra tutti i fornitori di comunicazione conservino e su richiesta consegnino a un vasto elenco di autorità – statali o locali, giudiziarie e amministrative – i numeri chiamati da un loro utente, gli intestatari dei numeri che hanno chiamato l’utente, la localizzazione dell’utente offerta dal telefono cellulare (per un anno), i testi di tutte le email inviate o ricevute (per sei mesi) e l’elenco di tutti i siti web visitati (per quattro giorni). «Tutti questi dati – commenta Punto informatico che riprende la notizia citando informazioni dell’associazione Privacy international – dovranno essere conservati a spese degli operatori e consegnati senza bisogno di intervento da parte di alcun magistrato». Il decreto, ribattezzato dalla stampa Snooper Charter («licenza di ficcare il naso»), è stato approvato dal Parlamento britannico dopo un iter tumultuoso. Sebbene alcuni emendamenti ne abbiano stemperato il contenuto (niente testi delle email), getta una luce sinistra sul concetto di data retention. È ora probabile che vi sia un ricorso europeo, dato che agli oppositori questa nuova normativa sembra una palese violazione alla Convenzione sui diritti umani. Intanto il 3 gennaio il segretario dell’associazione dei fornitori di accesso a Internet britannici ha scritto al ministro dell’Interno inglese esprimendo a nome della categoria seri dubbi sull’efficacia della misura.

Anche il governo italiano ha provveduto ad adeguarsi in materia: con un decreto legge prenatalizio (n. 354, approvato il 23 dicembre, datato 24 dicembre e pubblicato sulla Gazzetta ufficiale del 29 dicembre 2003) ha raddoppiato, elevandolo a cinque anni, il tempo obbligatorio di archiviazione da parte dei provider delle “tracce” telefoniche e telematiche di ogni utente italiano. Le ragioni addotte sono le solite: sicurezza e antiterrorismo. Benché il provvedimento non riguardi, come è stato precisato, i contenuti delle email e delle telefonate ma soltanto i nomi dei mittenti e dei destinatari, si tratta comunque di una innovazione importante, cui probabilmente la distrazione festiva del Paese ha impedito che si desse pieno rilievo. Lo stesso 23 dicembre il Garante per la protezione dei dati personali ha emesso una nota, fatto assolutamente inconsueto, in cui – questo è il testo completo – «nella sua piena collegialità (Stefano Rodotà, Giuseppe Santaniello, Gaetano Rasi e Mauro Paissan) prende atto con preoccupazione del decreto legge approvato oggi dal Governo sulla conservazione dei dati del traffico telefonico e su Internet. In particolare, la nuova disciplina sui dati relativi alle comunicazioni elettroniche e alle utilizzazioni di Internet può anche entrare in conflitto con le norme costituzionali sulla libertà e segretezza delle comunicazioni e sulla libertà di manifestazione del pensiero. Il Garante confida in un attento esame del decreto da parte del Parlamento». «La posta elettronica e i dati sulla navigazione di Internet – ha precisato Rodotà – contengono informazioni sensibili attraverso cui è possibile ricostruire le preferenze delle persone, conoscere qual è il loro stato di salute o credo politico, e addirittura indagare sulle loro relazioni sociali. Basta analizzare quali siti frequento o a chi scrivo email con maggiore frequenza per tracciare un mio profilo di base. In questo modo si trasformano i cittadini in potenziali sospetti». Di tutt’altro parere il ministro dell’Innovazione tecnologica Lucio Stanca, secondo il quale la nuova normativa è una «soluzione bilanciata tra l’esigenza prioritaria della libertà e della privacy individuale e i problemi della sicurezza che, in alcuni momenti critici, è funzionale all’esercizio della libertà».

Torniamo in Gran Bretagna. Da quelle parti più di una compagnia telefonica offre a pagamento (bastano 5 sterline al mese) la possibilità di rintracciare tramite computer i movimenti fisici di singoli telefoni cellulari con cinquanta metri di approssimazione: basandosi appunto sulla tecnologia delle “celle” (i ripetitori di segnale in cui è suddiviso il territorio), è facile verificare costantemente l’ubicazione sul territorio dell’apparecchio e del suo possessore. Infuriano le polemiche sulla privacy, anche se i gestori sostengono di pretendere sempre il consenso del “controllato” e sottolineano come sia utile, per una madre preoccupata, sincerarsi su dove davvero sia il figlioletto in libera uscita. Il responsabile dell’associazione Liberty ha tuonato che «la semplice esistenza di questa tecnologia incoraggerà una cultura da guardoni». E in effetti, benché il servizio si chiami Friend tracking, a temere di essere localizzati potrebbero essere soprattutto mariti e mogli fedifraghi. Su questo punto in Italia abbiamo ferme dichiarazioni del Garante per la privacy, nella persona di Stefano Rodotà, che proclama il diritto a «non essere localizzati». Peraltro da noi il 1° gennaio 2004 in Italia è entrato in vigore il Codice di protezione dei dati personali (dl n. 196, 30 giugno 2003), con cui il Garante ha, come afferma, dato vita al «primo tentativo al mondo di comporre in maniera organica le innumerevoli disposizioni relative, anche in via indiretta, alla privacy». Per quanto riguarda Internet e altri àmbiti definiti «delicati», come la videosorveglianza, si annunciano codici specifici.

Biometria & so on
E veniamo agli Stati Uniti. Ciò che altrove accade occasionalmente, lì fa parte di un sistema che è comunque più avanzato e capillare, dato che quasi tutte le tecnologie dell’informazione nascono e vengono sperimentate oltre Atlantico. Per esempio la compagnia aerea Southeast Airlines ha appena deciso di installare a bordo di tutte le proprie aeromobili almeno sedici telecamere puntate sui posti a sedere: motivi di sicurezza, naturalmente, per tenere sotto controllo le azioni dei passeggeri in volo. La lotta contro il crimine e il terrorismo ne trarrebbe indubbi vantaggi, tanto più se – come è nei progetti – le immagini così riprese potessero essere automaticamente inserite nella rete di computer della Difesa e quindi rientrare nel “progetto biometrico” che si sta mettendo a punto. (Ma che ne è della libertà di fare le boccacce o, non visti, di mettersi le dita nel naso?)
La biometria è la scienza del riconoscimento del volto umano tramite tecnologie elettroniche: l’identificazione di un individuo tramite quelle caratteristiche uniche che baveri alzati, occhiali scuri, barbe finte, travestimenti più sofisticati e plastiche estetiche possono dissimulare agli occhi, ma che il computer invece sarebbe sempre e comunque in grado di riconoscere. L’ipotesi del progetto biometrico è che disseminando queste tecnologie nei luoghi pubblici sia più facile individuare terroristi e malviventi. Fra i vari esperimenti del genere il più noto è quello svolto a Tampa, in Florida, nell’estate 2001. Con risultati controversi; l’ACLU, organizzazione che negli Stati Uniti si batte per i diritti civili, ha rinfacciato alle autorità che nei tre mesi – da giugno ad agosto 2001 – in cui le trentasei telecamere del sistema di identificazione sono rimaste attive, non hanno identificato alcun criminale; in compenso hanno provocato guai a parecchi onesti cittadini, segnalando come sospettabili persone che non lo erano affatto. Lapidario il giudizio di Howard Simon, direttore ACLU per la Florida: «Se ci dirigiamo verso una società a controllo totale, dovremmo almeno assicurarci che ne valga la pena, che porti qualche beneficio».

Il progetto biometrico, comunque, mira a universalizzare la tecnologia del controllo. Associando una rete di computer con un numero sterminato di telecamere sparse con discrezione sul territorio – in tutti i luoghi di transito e di riunione – si dovrebbero riuscire a confrontare continuamente tutte le immagini recepite con un database di volti sospetti: identikit di criminali, fotografie di ricercati, ritratti di latitanti. Quel che più importa per noi è che il governo americano vorrebbe esportare questa strategia in Europa: lo ha annunciato nello scorso ottobre il segretario della US Homeland Security, Tom Ridge. Questi ha proposto l’elaborazione di uno standard biometrico internazionale che estenda a tutto il mondo civile il sistema di prevenzione basato sulla biometria, associando l’Unione Europea al progetto degli Stati Uniti.
Il primo passo da compiere sarà quello di inserire nei documenti personali di identificazione – passaporti e carte d’identità – alcune informazioni biometriche. Su questo punto il governo Bush ha trovato porte socchiuse in Europa: nel maggio scorso a Parigi i membri del G8 avevano già raggiunto un accordo per la realizzazione di un nuovo tipo di passaporto col duplice scopo di renderne più difficile la falsificazione e di agevolare il riconoscimento di chi lo esibisce. Questo si otterrà con l’inserimento di un microchip che contenga alcune forme di identificazione biometrica. Per il momento saranno una immagine del viso ad alta risoluzione e le impronte digitali di due dita della mano.

La diversità di vedute stava nei tempi: mentre altri membri del G8 prospettavano di attivare il “passaporto biometrico” nel medio periodo, gli Stati Uniti hanno già deciso di introdurlo dal 26 ottobre 2004 (in un primo tempo l’entrata in vigore era prevista addirittura a fine 2003). Ciò significa che chiunque desideri entrare in territorio USA dopo quella data dovrà essere munito dei nuovi passaporti; tutti gli altri dovranno richiedere un visto di immigrazione ai consolati statunitensi, nonché sottoporsi al prelievo delle impronte digitali. Non è da meno il Regno Unito, che dall’anno scorso ha avviato un esperimento con lo Sri Lanka per imporre il passaporto biometrico a tutti coloro che hanno bisogno del visto per attraversare i suoi confini. La misura è esplicitamente rivolta ad arginare gli ingressi illegali dai Paesi più poveri.

L’Italia si adegua
L’Italia sta adeguandosi: è già in circolazione il passaporto a lettura ottica (sufficiente per evitare la richiesta del visto USA) e l’11 dicembre scorso a Fiumicino è avvenuta la presentazione del prototipo del nuovo passaporto elettronico, dotato di un microchip con i dati biometrici del proprietario, alla presenza del ministro degli Interni Giuseppe Pisanu e di Christopher Cox, presidente della Commissione sicurezza interna della Camera dei rappresentanti USA. Sarà disponibile entro l’anno in corso grazie a quello che il medesimo Cox ha definito uno «sforzo eroico». (Uno sforzo altrettanto “eroico” il nostro ministero dell’Interno si è peraltro impegnato a farlo per fornire dal maggio 2004 a tutti i cittadini maggiori di 15 anni la nuova CIE, carta di identità elettronica che servirà sia per identificarsi sia per accedere ai servizi pubblici: circa 40 milioni di carte da distribuire entro il 2009).
All’imposizione delle tecnologie biometriche su scala internazionale ostano ancora diversi fattori. In primo luogo c’è un problema commerciale, perché chi in Europa produce strumentazioni in questo campo teme assai il predominio nordamericano, che potrebbe tradursi in un vero e proprio monopolio: aziende come la Iridian Technologies (www.iridiantech.com), pienamente appoggiate dal governo statunitense, possono vantare anni di vantaggio. Per questa precisa ragione il riconoscimento dell’iride come identificatore biometrico è stato scartato dall’UE: «Si è deciso di non adottare il riconoscimento dell’iride come identificatore biometrico, in quanto si tratta di una tecnologia brevettata appartenente a un’unica società statunitense», si legge nella Proposta di Regolamento presentata dalla Commissione delle Comunità Europee il 24 settembre 2003.

In secondo luogo è in ballo la questione della privacy, su cui di qua e di là dell’Atlantico ci sono idee non sempre identiche: l’UE, per esempio, è riluttante ad accettare che le autorità doganali USA conservino per almeno sette anni– come hanno da poco annunciato – i dati personali di ciascun viaggiatore europeo che si sia recato negli Stati Uniti. Ma su questo come su altri punti c’è poco di concreto che l’Unione possa fare o vietare: si tratta di decisioni di politica interna che il governo Bush adotta, com’è ovvio, autonomamente. D’altra parte, a proposito di “usi politici”, non si è ancora spenta l’eco del “caso Echelon”, la rete di intercettazione e spionaggio individuata alla fine degli anni Novanta. Il suo scopo consisteva nel favorire le operazioni finanziarie e commerciali dei Paesi che facevano parte del sistema, intercettando e decrittando le comunicazioni via satellite delle altre nazioni. Ad architettarlo non erano stati regimi totalitari, tutt’altro: «Non si può nutrire più alcun dubbio in merito all’esistenza di un sistema di intercettazione delle comunicazioni a livello mondiale, cui cooperano in proporzione gli Stati Uniti, il Regno Unito, il Canada, l’Australia e la Nuova Zelanda nel quadro del patto UK-USA [...] il sistema non è destinato all’intercettazione delle comunicazioni di carattere militare bensì di quelle private ed economiche», recita una relazione al Parlamento europeo del 18 maggio 2001. Sorprende soltanto fino a un certo punto – vista l’origine marcatamente economica dell’Unione europea – il fatto che poi il Parlamento di Strasburgo si sia preoccupato più dei risvolti commerciali che di quelli personali. Echelon non era, come all’inizio avevano strepitato i giornali, un sistema onnisciente di controllo dell’informazione; operava soltanto sui satelliti, e questo ne limitava parecchio il campo d’azione. Però era una grave infrazione della lealtà internazionale, visto che diversi Paesi europei vi avevano parte (oltre al Regno Unito: il “centro d’ascolto” USA era in Germania, col permesso del locale governo, e pare che anche la Francia non fosse estranea all’affare). Ciò conferma, quantomeno, che quando la tecnologia lo consente c’è sempre chi ha voglia di spingersi più in là dei limiti stabiliti dalla legge, si tratti di associazioni per delinquere o di nazioni “amiche” e “democratiche”.

Tutti collegati
Altri eventi nel 2003 appena concluso mostrano però che le installazioni biometriche non sono i soli sistemi di controllo in gioco con l’evoluzione tecnologica. L’FBI, per esempio, ha preteso ufficialmente che la Federal Communications Commission americana garantisca uno standard tecnologico unico per i servizi di telefonia via Internet, attualmente in forte sviluppo; il requisito fondamentale dovrà essere l’accessibilità ai sistemi di controllo da parte della polizia federale, che allo stato attuale non è in grado di ascoltare quel tipo di telefonate. Frattanto la medesima FCC ha deciso che a partire dal 2005 i produttori americani di televisori e personal computer dovranno inserire nei propri modelli le tecnologie di DRM (Digital Rights Management). Il provvedimento nasce in risposta alla pirateria informatica e prevede che con questo mezzo, tramite appositi codici digitali, si possa controllare o impedire la registrazione e la copia illegale dei programmi. È invece della fine del 2002 l’avviamento del programma TIA, Total Information Awareness, affidato al «discusso» contrammiraglio John Pointdexter, «l’uomo dello scandalo Iran-contras» (i virgolettati appartengono al Corriere della Sera, 28 novembre 2002), che ha lo scopo di «far convergere tutte le banche dati del pianeta in una sola, gigantesca biblioteca elettronica, capace di archiviare le ricevute dei biglietti aerei, gli scontrini alla cassa del supermercato, le telefonate fatte con cellulare o scheda, le pagelle scolastiche, gli articoli dei giornali, gli itinerari ai caselli autostradali, le ricette mediche, ogni transazione privata o di lavoro». Tutto ciò, naturalmente, per la pubblica sicurezza, per la lotta contro il terrorismo e contro la criminalità. Il progetto TIA sarà molto agevolato dall’imminente implementazione del nuovo protocollo Internet che promette «Mobile communication for everyone», mettendo in simbiosi ogni sorta di spostamento, di transazione, di manufatto e di situazione: e, appunto, consentendo a chicchessia di collegarsi sempre e con chiunque altro (lo sappia o non lo sappia, lo voglia o non lo voglia).

La litania delle informazioni potrebbe protrarsi all’infinito: quelli che abbiamo citato sono soltanto alcuni dei dati recenti pubblicamente disponibili. Concludiamo la rassegna con due piccole notizie italiane, datate entrambe alla vigilia del Natale 2003, che simboleggiano il nostro versante del fenomeno. La prima viene da Varese, dove la locale azienda municipalizzata di acquedotto, metano e rifiuti ha deciso di installare telecamere di controllo fuori e dentro il proprio deposito principale. Pronta la ribellione dei sindacati, che paventano infrazioni di orwelliana memoria alla privacy dei dipendenti; “normali misure di sicurezza”, replica serafico l’ente. Le controparti sono già state dal giudice (l’accusa all’azienda era di “comportamento antisindacale”), che per ora ha richiesto loro di accordarsi entro febbraio. A Vigevano, invece, l’assessore alla Sicurezza ha fatto installare telecamere in piazza Ducale e in altro quattro zone di interesse artistico, collegate ventiquattr’ore al giorno con la polizia, per contrastare gli atti vandalici. Le registrazioni verranno distrutte, di norma, allo scadere del decimo giorno. Decisioni del genere – per monitorare la sicurezza, il traffico, i luoghi di transito e di interesse pubblico – negli ultimi mesi sono state prese un po’ dappertutto nella penisola.

Se ci si attiene ai fatti è difficile non concludere che la costellazione delle democrazie occidentali ha imboccato una deriva sottilmente autoritaria, non dissimile nella sostanza e nei metodi, dai più occhiuti regimi totalitari. Come ha argomentato Colin Crouch in Postdemocrazia (Laterza, Bari 2003, pp. 148, e 14,00), si direbbe che l’era delle democrazie rappresentative sia tramontata per cedere il passo a interessi economici, gruppi di pressione e professionisti della politica: del resto vicende come quelle di Enron, di Cirio e di Parmalat confermano nella loro enormità che di questi tempi il problema del controllo riguarda anzitutto i controllori. Crouch, che dopo aver insegnato al Trinity College di Oxford oggi dirige il Department of Political and Social Sciences presso l’Istituto Universitario Europeo di Firenze, sostiene che «l’accontentarsi delle richieste minimali della democrazia liberale produce un certo compiacimento rispetto all’affermarsi di ciò che io chiamo “postdemocrazia”. [...] A parte lo spettacolo della lotta elettorale, la politica viene decisa in privato dall’interazione tra i governi eletti e le élite che rappresentano quasi esclusivamente interessi economici» (p. 6). Nel concreto, come ha sottolineato Giorgio Agamben, «vi sono soglie nel controllo e nella manipolazione dei corpi, il cui superamento segna una nuova condizione biopolitica globale, un passo ulteriore in quella che Foucault definiva una sorta di progressiva animalizzazione dell’uomo attuata attraverso le tecniche più sofisticate. [...] Ciò che qui è in questione è la nuova relazione biopolitica “normale” fra i cittadini e lo Stato» (la Repubblica, 8 gennaio 2004).
Se le cose stanno davvero così, non c’è soltanto da discutere se in un particolare momento storico sia necessario adottare misure straordinarie per contrastare i “nemici del sistema”. Né si possono giustificare tutte le scelte sostenendo che il pegno da pagare per la sicurezza è quello di contrarre alcune libertà personali. La questione più pressante, invece, è questa: chi, a che titolo, perché e a che prezzo – in un mondo dove tutto sembra possibile e moltissimo sembra lecito – davvero decide quali siano gli “amici” e i “nemici” del sistema?
Giuseppe Romano



Videogames - Bandiera nera e tibie in croce

C’è un mondo in cui chiunque può provare l’ebbrezza di cominciare da zero e costruirsi un impero, mattone dopo mattone. È il mondo dei videogames strategici, quelli strutturati in maniera da accrescere via via le risorse, il raggio d’azione e la competizione del giocatore. Ve ne sono di tutti i tipi; anzi, no, i “tipi” sono tutto sommato pochi, mentre variegatissime sono le ambientazioni, intercambiabili a piacimento come i vestitini della Barbie. Ci sono giochi collocati nel passato, nel futuro, nella storia, nella fantasia, nello sport, nell’urbanistica, nella zoologia, nell’astrofisica, nel crimine, nei parchi gioco, nella mitologia e in pressoché qualsiasi altro campo possa saltare in mente a qualcuno.

Patrician III – Impero dei mari ha messo a tema il mondo dei pirati; o, meglio, quel mondo fra il Cinque e il Seicento in cui le nazioni europee gareggiavano fra loro per impadronirsi dei nuovi territori d’oltremare e per egemonizzare il commercio, la politica e insomma la vita civile. Un’epoca interessante (anche nel senso della maledizione cinese che augura di “vivere in tempi interessanti”), dove certo non ci si annoiava. E quindi una proposta di gioco oculata, perché è facile diversificare le strategie e le alternative. Si può decidere di essere un imprenditore in cerca di guadagno, inventando rotte commerciali e moltiplicando depositi, magazzini e rivendite. Si può acquistare una nave e proporsi come corrieri, come trasportatori, come esploratori, come scorta armata. Si può preferire una prospettiva politica, governando città e allestendo eserciti allo scopo di vivere nel benessere e di soggiogare qualsiasi opposizione. Oppure – scelta allettante ma rischiosa – si abbraccerà la carriera del corsaro, arrembando e rapinando nella speranza di non essere ricambiati con gli interessi. In ogni caso la tecnica di gioco non è difficile da apprendere, benché sia piuttosto complesso manipolare le tante variabili che vanno tenute sotto controllo.

Fra le suggestioni del gioco – la cui lunga storia in svariate versioni lo ha condotto oltre la soglia del milione di copie vendute – non è secondaria la possibilità di condividere uno stesso scenario in varie persone, collegando in rete più computer o connettendosi a Internet. Allora sì che quello dei mari diventa un impero.
G. R.

Patrician III – L’Impero dei mari
Formato di gioco: Pc
Fx Planet

Home Settimanale Direttore Redazione Abbonamenti Archivio Links Contatti
P.IVA 03542350966