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25 ottobre 2008
Se mi pianti ti pubblico nuda: Piccoli Fratelli crescono

di Giuseppe Romano

Si vendicano dell’abbandono divulgando sull’internet gli scatti consenzienti di quando tutto andava a gonfie vele. Filmini o foto ovviamente osé, dove le belle o i belli, comunque poi fedifraghi, compaiono in tutto lo splendore delle loro grazie e con quello sguardo imbarazzato di chi ci sta solo per non dispiacere il partner e pensa che forse un giorno, insieme, nell’intimità dell’amore, rideranno di quell’azzardo. Nemmeno per un istante sospetta che quel giorno, quando verrà, chiunque potrà godersi la scena senza veli.
Hanno cominciato le celebrità a vendicarsi in questo modo di relazioni spezzate, qualcuna inducendo il sospetto d’essere in caccia di notorietà perduta. Ora, raccontano le cronache, è la volta della gente qualsiasi. La Rete è così, consente un’esplosione di visibilità a chiunque. Invoglia a spingersi oltre la soglia del comune sentire, vedere, approvare. Per mettere una foto o un film sul web bastano gesti banali di cui chiunque è capace.
Sono costumi nuovi e dobbiamo farci i conti. La legge troverà armi per contrastarli, ma sarebbe miope ritenere che riguardino “altri”. Si tratta invece di conseguenze dirette e pertinenti rispetto a premesse che tutti abbiamo accettato e condiviso. Forse spensieratamente, ma non per questo meno responsabilmente.

Se si pensa all’altro fenomeno parallelo, delle bande giovanili e infantili che riprendono e “postano” sul web le loro imprese di violenza nei confronti di coetanee e coetanei, vale l’impressione che molti tori scatenati siano fuggiti da stalle che non sappiamo più chiudere. Allargando lo sguardo ai fenomeni assillanti del controllo e delle sue tecnologie, qualcuno già si chiede se in tutto questo rapido evolversi i vizi non siano più dei vantaggi.
Ma sono moralismi di retroguardia. L’utilizzo massivo in pubblico di media privati, come il cellulare dotato di videocamera, va ben oltre quegli episodi. Niente più accade senza che qualche privato cittadino lo riprenda, lo filmi e poi lo esibisca: dalla caduta delle Torri gemelle a disastri del cielo e della strada, a sommosse e terremoti, nell’ultimo decennio c’è sempre stato almeno un occhio elettronico, magari automatico, che in quel preciso momento riprendeva la scena.

Dove comincia l’eccesso, se è tale? Dal giudizio scandalizzato riguardo alle nudità private affisse in pubblico e alle violenze private tradotte in show, oppure dal silenzio universale che ha accolto la trasformazione di un’intera civiltà in un reality di cui ciascuno è, insieme, operatore e oggetto? Il Grande Fratello ha fatto scuola non nel mostrare a tutti le faccende di alcuni, bensì nello sgretolare il diritto degli uni a non assistere alla privacy degli altri. Warhol, col suo quarto d’ora di celebrità per tutti, è restato indietro: figlio di un’altra civiltà, non immaginava l’eccesso ingovernabile d’informazioni che oggi ci acceca.
Abbiamo sostituito i muri delle nostre camere con lastre di vetro. Nel contempo non abbiamo elaborato alcuna strategia di vita associata tollerabile in questo contesto, su questo proscenio continuo e universale. Che differenza c’è, in fin dei conti, tra chi mette in piazza le forme dell’ex e quei Piccoli Fratelli che si contendono il dubbio onore di accorrere, come per una pubblica catarsi, per sprizzare veleni e lacrime a C’è posta per te?
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