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Quinto Orazio Flacco
(65-8 a.C.),
Odi, III, 2, 13
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L’eroe romano in silio italico
I Punica di questo poeta (25-101 d.C.), spesso sottovalutati, sono invece un potente “affresco ufficiale” delle virtù e della storia di Roma. A cominciare dalla vicenda di Atilio Regolo, che viene esaltata come exemplum
di Silvia Stucchi
Le storie della letteratura latina definiscono l’età flavia, ossia il regno degli imperatori Vespasiano (69-79 d. C.), Tito (79-81) e Domiziano (81-96), come il tempo della restaurazione, non solo politica, ma anche culturale. In poesia quest’indirizzo si sostanzierebbe in un ritorno al classicismo, inteso come ritorno ai modi e agli stilemi della poesia virgiliana, un paradigma oltremodo rassicurante dopo le esperienze “eversive” dell’epica e della tragedia di Lucano e Seneca, caratterizzate da passioni smodate, gusto dell’orrido, scenari macabri, orripilanti delitti. Tuttavia, questo schema interpretativo si rivela inadeguato non appena si tenti un’analisi della produzione letteraria di questi decenni; in primo luogo, fra i poeti flavi spicca Stazio, la cui Tebaide, poema esametrico in dodici libri rievocante la sanguinosa lotta presso Tebe in Beozia che vide scontrarsi mortalmente i figli di Edipo, Eteocle e Polinice; il poema è tutto dominato da una tonalità cupa e oscura, ed è pervaso da atmosfere sicuramente inquietanti e fosche, nonché scandito da orribili battaglie e azioni ferine.

La “restaurazione culturale” flavia favorì anche l’opera di un altro poeta, Tiberio Cazio Asconio Silio Italico, che compose i Punica, poema epico in diciassette libri dedicato alla seconda guerra punica, ovvero a quel momento della storia romana che Tito Livio stesso, nella terza decade della sua fluviale storia di Roma, individuò come momento fondamentale per la tenuta della res Romana, la quale, sottoposta ad attacchi quanto mai pesanti da parte del genio tattico e militare di Annibale, vacillò, ma seppe verificare la sua solidità e la fedeltà degli alleati italici, tanto che, vinto l’avversario, uscì dal conflitto ancora più forte.
Anche Lucano, il nipote di Seneca, morto nel 65 d. C., aveva eletto come tema della sua Pharsalia un episodio della storia romana, ovvero la guerra civile, autentica lotta fratricida, fra Cesare e Pompeo, culminata nella celebre battaglia di Farsalo. Ma se Lucano aveva bandito gli dei dal suo poema, Silio, al contrario, recupera tutto l’apparato mitologico che l’epica della generazione precedente aveva bandito dai suoi versi. Il risultato degli sforzi di Silio Italico è stato variamente interpretato, solitamente in senso riduttivo: scolastico e prolisso, grondante erudizione e retorica, , non toccato dalla luce dell’autentico genio poetico, a tratti pedestre; tali sono stati i giudizi espressi sul poeta, fomentati da una celebre testimonianza, quella di Plinio il Giovane il quale, in una lettera del suo epistolario (III, 7), annuncia la morte del poeta.

Il necrologio pliniano si compone di una sintetica ricapitolazione dei fatti salienti della vita di Silio, senza nemmeno tacere la trista nomea di cui egli godette durante il regno di Nerone, quando, a detta di alcuni raccoglitori di rumores, ovvero di pettegolezzi, il nostro si sarebbe dedicato alla poco nobile attività dell’accusatore prezzolato, propria di coloro che si prestavano compiacentemente per intentare a bella posta processi a danno dei personaggi di volta in volta caduti in disgrazia agli occhi del princeps. Plinio ci informa anche del culto per Virgilio coltivato da Silio, che fu collezionista maniacale di cimeli relativi al poeta mantovano, e che spinse la sua devozione ad acquistare persino la tomba dell’autore dell’Eneide, presso la quale celebrava annualmente riti commemorativi.

Ma la testimonianza di Plinio è importante per il giudizio che egli esprime sulla poesia dei Punica. Parlando di Silio poeta, infatti, l’autore del Panegirico afferma perentorio che egli che egli scribebat carmina maiore cura quam ingenio («scriveva carmi con più cura formale che ingegno naturale», Ep. III, 7, 5). Una tale affermazione ai nostri occhi di figli ed eredi del Romanticismo, diventa una critica assai pesante. Se guardiamo a Pindaro, il poeta greco espressione dei valori aristocratici per eccellenza, lo scopriamo affermare che «saggio è chi conosce molte cose per natura» (Ol. II, 94). E se anche Orazio attribuiva un ruolo preponderante all’ars, cioè alla perizia tecnica, sostenendo l’importanza del labor limae (Arte poetica 291 sgg.), e alla cura formale, tuttavia, altrove il poeta afferma che solo con l’aiuto di una mens divinior «di una mente oltremodo toccata dall’ispirazione divina», si può tentare di aspirare a diventare vero poeta  (Satire I, 4, 39-42).

Ma la frase pliniana riferita all’autore dei Punica, quello scribebat carmina maiore cura quam ingenio, non deve essere interpretata sbrigativamente come un giudizio negativo, volto ad affossare la poesia di Silio, tanto più che, come è stato acutamente rilevato, la frase non rimprovera al poeta la mancanza di ingenium, ma la preminenza su di esso dell’ars e della cura. Il giudizio di Plinio il Giovane, quindi, rileva come Silio, nel comporre il suo poema, mettesse in primo piano la cura, l’erudizione formale, la dottrina tecnica, retorica, mitologica, geografica. A tutte queste caratteristiche rivolsero, del resto, attenzione crescente le élite sociali, economiche e intellettuali, già tra la fine del I sec. e l’inizio del II sec. d. C.; in particolare, per Silio si può parlare di una poesia animata da intenti di esemplarità etica e moraleggiante, soprattutto nel tratteggiare alcune figure emblematiche, come quella di eroi tradizionali della Repubblica, quale fu Atilio Regolo, e che arriva quasi ad anticipare la tecnica del ritratto, concepito in modo finito e isolato e come animato da una pacatezza spesso ancora sconosciuta alla poesia epica della generazione precedente.

Tutti questi aspetti della poesia di Silio Italico sono stati evidenziati nel recente convegno, tenutosi presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano (Silio Italico e i suoi tempi, 27-29 aprile 2009), organizzato dal prof. L. Castagna, e nel cui ambito alla poesia dei Punica sono state dedicate sottili analisi in previsione di un’auspicata intensificazione in sede critica degli studi inerenti al poeta. Il convegno è stato animato da alcuni dei massimi esperti della poesia di Silio Italico nello specifico, tra i quali M. A. Vinchesi, dell’Università degli Studi di Milano, già autrice per Rizzoli di una sensibile e completissima edizione dei Punica, corredata da una traduzione preziosa non solo per le sue intrinseche qualità, ma anche perché essa rappresenta pressoché l’unica versione italiana del testo a disposizione di chi volesse affrontare lo studio di Silio. 

Silio non esclude intenzionalmente dal suo poema l’orrifico e il mostruoso, il torbido e la crudeltà efferata, giacché, com’è ovvio, la lezione di un poeta artisticamente eversivo e provocatore come Lucano non può essere cancellata senza lasciare traccia: contrariamente, infatti, alla facile obiezione che vedrebbe Silio alieno da scelte di tale tipo in nome di un ritorno al “classicismo” inteso nell’accezione più restrittiva, (cioè come ritorno tout court a Virgilio) l’autore dei Punica, al contrario, non è estraneo al patetico, alla ricerca del sensazionale, financo ad avventurarsi lungo la strada che lo porta ad accumulare i tratti più terrificanti e iperbolici del repertorio tradizionale sul mostruoso deforme, esasperandone spesso gli elementi, come nel caso del racconto di Atilio Regolo che, nel libro VI, in terra africana, si scontra con un mostruoso e immane serpente, una sorta di drago sanguinario, uccidendolo, un episodio per il quale Silio  si ispira al Virgilio dell’episodio di Laocoonte nel secondo libro dell’Eneide. Inoltre, in determinati punti del suo poema, Silio indugia con un certo compiacimento su scenari grondanti sangue di strage, o su episodi raccapriccianti.

Tuttavia lo scenario di fondo su cui si collocano le vicende dei Punica non è destinato alla rovina, ma è intriso di ottimismo,  piuttosto finalizzato alla vittoria di Roma e al ristabilimento della pax Romana, di cui Giove è custode e garante. Così non solo Annibale, l’eroe “nero” di Silio, paragonabile per certi versi al Cesare della Farsaglia, del personaggio ideato dal poeta neroniano non ha la ferale e incessante energica crudeltà (l’autore dei Punica, anzi, ce lo presenta talora come padre e marito affettuoso); soprattutto, però, del personaggio lucaneo Annibale non possiede nemmeno la capacità di prevedere infallibilmente corso degli eventi. Infatti, la divinità che lo protegge, Giunone, non lo mette mai a parte fino in fondo dei suoi piani su lui, e questo si rivela consustanziale alla conclusione del poema, che è ottimisticamente orientato al trionfo di Roma.
Inoltre, talora, come per esempio nel presentare le ultime ore di Atilio Regolo a Roma e il dolore del suo eroe, l’autore dei Punica preferisce governare la sua materia in nome, se non di un ritorno al classicismo e di un ideale di dominio delle passioni, certo di un maggior patetismo, tutto giocato però sui toni dell’interiorità, della dignità gelosamente preservata, senza gesti plateali, né suppliche o invettive indirizzate ai nemici. Infatti, quando, nel libro VI, ci parla di Regolo, delinea a beneficio del lettore un personaggio dominato da uno strazio tutto interiore, senza esplosioni di emotività o atti inconsulti, o, peggio ancora, stizzosi o rabbiosi.

In primo luogo Silio non si sofferma affatto sul supplizio del condottiero romano, catturato, grazie alle astuzie dello spartano Santippo, ma focalizza la sua attenzione, si diceva, sulla sua coerenza e sul rispetto dell’impegno preso con i Cartaginesi, di ritornare in patria dopo la celebre ambasceria: veramente il condottiero romano si presenta, nei versi di Silio, come un exemplum di fides, di strenua lealtà, e di patientia, di capacità di sopportazione del dolore e delle sventure.
Interessante è infatti osservare come, in primo luogo, l’excursus sulle virtutes di Regolo sia, singolarmente, privo di quello che, a prima vista, potrebbe essere l’elemento di maggior impatto patetico-emotivo sul lettore, ovvero di una dettagliata descrizione del supplizio cui egli viene sottoposto una volta tornato in terra cartaginese, sopportato con quel severo autocontrollo che maggiormente risalterebbe a fronte della crudeltà sanguinaria del nemico.

Silio rinuncia quindi all’effetto plateale, non perché a ciò il poeta sia contrario in linea di principio, ma per sottolineare qualcosa che gli sta ancora più a cuore, ovvero l’esposizione di un comportamento esemplare, come dichiara il poeta stesso in forma più che mai esplicita, affidando il racconto dell’eroismo di Regolo (che, non dimentichiamo, morì nel corso della prima guerra punica) alle parole di un ex soldato del condottiero, Maro, il quale, ormai anziano e congedato dall’esercito, accoglie Serrano, il figlio del suo antico comandante, lacero, stanco e ferito dopo la battaglia del Trasimeno. Le parole di Maro (Pun. VI, 544-545), delineano nella figura di Atilio il vero campione delle virtù romane e della Fides in particolare (VI, 547-548), e ciò è in linea con quella tendenza siliana a fare del suo poema una sorta di collezione di medaglioni esemplari, didatticamente concepiti secondo un’idea della storia e della poesia che veramente siano, nel senso più nobile e ciceroniano del termine, “maestre di vita”, in un’accezione fortemente morale e moralizzata. Un dato che non deve essere interpretato come un difetto, come un vitium intrinseco alla poesia dei Punica, ma come un suo carattere costitutivo, che ci può far definire Silio come un degno figlio della sua raffinatissima epoca.
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