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Quinto Orazio Flacco
(65-8 a.C.),
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"Gramscismo liberale"

15 aprile 2006 - E ora che abbiamo perso, ci vuole Gramsci, di Angelo Crespi, Giuseppe Romano, Marco Respinti, Davide Brullo, Beatrice Buscaroli, Pino Farinotti, Giuseppe Pennisi e Matteo G. Brega

22 aprile 2006 - Gramsciani a metà e fieri di esserlo, di Marco Respinti; Dove vanno depressi e assistiti?, di Baruch; Dopo dieci anni, il solito gruppetto di potere, di Giannicola Rocca; La Destra che in Italia non c'è, di Marco Respinti

15 aprile 2006

E ora che abbiamo perso, ci vuole Gramsci
I politici del centrodestra non hanno capito l’importanza della cultura e l’utilità di un progetto gramsciano. Perché per governare ci vuole il consenso e solo la cultura permette di ottenere quel consenso necessario per immaginare la rivoluzione liberale. Purtroppo spesso abbiamo chiamato nelle istituzioni che contano uomini di sinistra, continuando a elargire prebende alla solita vecchia classe intellettuale. Una sortadi autolesionismo che ha impedito di scalfire la cappa di conformismo e politicamente corretto

LA CULTURA

Ecco perché a destra serve leggere Gramsci
La rivoluzione liberale non c’è stata, colpa di una classe politica miope

Avrei potuto scrivere questo pezzo ancora prima di conoscere l’esito elettorale. D’altronde gli errori che il Centrodestra ha commesso in campo culturale sono errori che non avrebbe dovuto commettere sia nel caso di sconfitta (come è accaduto) sia nel caso di vittoria (come purtroppo non è stato). E sono errori che il Domenicale ha evidenziato costantemente ogni settimana in questi 5 anni di lavoro.
La cosa più grave non sono i singoli casi, bensì la mancanza in generale di una adeguata politica culturale per creare quel consenso vitale alle riforme, quel consenso indispensabile per ottenere la rivoluzione liberale che si preconizzava nel 1994 e poi nel 2001 e di cui il Paese avrebbe gran bisogno.
Dire che ci vuole Gramsci, cioè che è necessario un progetto gramsciano anche nel centrodestra, cioè che solo attraverso la cultura può realizzarsi una vera rivoluzione, non è azzardato. Non significa rinnegare la nostra idea liberale, imponendoci metodi illiberali. Proprio la nostra ingenuità liberale ci ha condotto al disastro, lasciando che vincesse ancora la menzogna dell’egemonia post-comunista. Quando si è trattato di scegliere uomini, dare prebende, incardinare esperti nei vari settori della cultura, ci siamo comportati da ingenui liberali: abbiamo espresso la nostra giusta propensione alla libertà, soprattutto cercando di non imporre nostri uomini. E così abbiamo finito per omaggiare i soliti: o vecchi arnesi scialbi e ormai incapaci di pensieri nuovi che da sempre succhiano la mammella del potere, o giovani allevati alla scuole della vecchia egemonia. E così pensavamo di aver fatto bene, pensavamo perfino che gli altri ci avrebbero riconosciuto la nostra liberalità.

Non abbiamo però mai badato ai risultati: nell’informazione, nell’arte, nel cinema, nella scuola, nelle università, nelle fondazioni, negli enti musicali, nelle case editrici. Proprio sui risultati avremmo dovuto puntare invece la nostra attenzione. Sui risultati avremmo dovuto essere liberali davvero, facendo in modo non che si sostituisse la vecchia egemonia con una nuova (imporre un pensiero è sempre cosa disdicevole), bensì che accanto alle vecchie incrostazioni nascessero nuovi pensieri nell’arte, nel cinema, nella scuola, nella storia, nell’informazione, nella televisione. Avremmo dovuto, pur nell’individualismo che spesso ha contraddistinto il pensiero di destra, creare reti, luoghi di incontro, giornali, riviste, dare ai giovani spazi di crescita, prevedere percorsi di studio, finanziare ricerche e, perché no, carriere.
E questo compito spettava alla politica. Perché se è vero che non spetta alla politica creare geni, anzi i geni nascono quasi sempre per avversità alla politica e ai regimi, spetta però alla politica creare una nuova classe dirigente, spetta alla politica creare le condizioni (visibilità, opportunità, e diciamolo senza pruderie, soldi) perché una nuova classe intellettuale possa finalmente liberare l’Italia dalle pastoie di un’egemonia culturale stucchevole. E invece il Centrodestra ha fatto il contrario: non ha puntato sui giovani; ha omaggiato i soliti noti, lesti nel voltare gabbana; si è spesso affidato ai peggiori adulatori; ha lasciato vivacchiare le poche buone iniziative, nate controcorrente rispetto al generale disinteresse.
Angelo Crespi


L'INFORMAZIONE

Un errore non aver copiato Repubblica
Perché si poteva immaginare un grande quotidiano di Centrodestra

Uno dei nodi politici più spinosi di questi ultimi anni è relativo al ruolo dell’informazione. Sul tema si sono scontrate due posizioni massimaliste. Da un lato chi crede che quello di Berlusconi sia stato un vero e proprio regime mediatico. Dall’altro chi pensa (come Berlusconi) che l’informazione sia pesantemente schierata a sinistra.
Al di là delle personali convinzioni – il conflitto di interesse in parte esiste, lo schieramento della maggior parte dell’informazione a sinistra è certo – spettava al Centrodestra, anche per ottenere benefici di parte, creare le condizioni perché si invertisse il segno dell’informazione italiana. Si sa che l’occupazione delle redazioni (Rai e maggiori quotidiani italiani, compresi quelli di destra) da parte della sinistra avvenne negli anni Settanta quando i sindacati furono usati come dei veri cavalli di troia. E si sa pure che l’egemonia è difficile da scalfire. Ma davanti a un elettorato sostanzialmente diviso a metà, si poteva immaginare un grande giornale conservatore che potesse intercettare i lettori delusi: si pensi a una parte della borghesia che non applaude certo al posizionamento del Corriere della Sera, che vede ingrigita la Stampa di Torino, ma che non trova l’autorevolezza del primo, la tradizione della seconda, in altri quotidiani del Centrodestra.

Se il Giornale è stato, nonostante il lavoro del direttore Maurizio Belpietro, certamente sfavorito dalla obbligata linea filogovernativa (anche Repubblica ai tempi del primo governo Prodi incontrò molte difficoltà), Libero, benché vicino al governo, in modo geniale con Vittorio Feltri ha saputo interpretare solo il ruolo di opposizione, mentre il Foglio grazie a Giuliano Ferrara è risultato l’organo di informazione più autorevole, sebbene destinato a una piccola élite.
Dati alla mano, a fronte di 5 milioni circa di lettori di quotidiani ogni giorno, sono ben 4 milioni le copie vendute da quotidiani ascrivibili alla sinistra. Non volendo pensare che solo gli italiani di sinistra acquistino giornali, ragionando sulla composizione dell’elettorato, è facile dedurre che almeno un paio di milioni di questi lettori siano latamente di centro destra e che essi potenzialmente potrebbero acquistare giornali di Centrodestra.

Ovvio che per far trasmigrare lettori da una testata all’altra, bisogna superare numerose barriere psicologiche e sedimentate abitudini. Eppure, lo spazio c’era. Certo bisognava immaginare un grande progetto. Trovare sul mercato cospicui finanziamenti. Poter contare su una forte raccolta pubblicitaria (come peraltro il Giornale con Mondadori). Puntare innanzitutto sull’autorevolezza, così da poter offrire una buona ragione di impegno a illustri commentatori che fino ad ora non si sono voluti “sporcare” a collaborare con i giornali del Centrodestra. Trovare una linea editoriale inclusiva che potesse tener insieme il blocco sociale fondamentale per l’Italia: cioè quel blocco sociale conservatore, cattolico, popolare, liberale che ha governato insieme a componenti più laiche e riformiste il nostro paese per cinquant’anni ma che non ha un grande quotidiano in cui riflettersi. Dotare questo quotidiano di tutti gli strumenti adeguati per una concorrenza con gli altri prodotti sul mercato (un allegato newsmagazine, un allegato femminile, un allegato di economa e di lavoro, un allegato di cultura, un vero sito internet).
Solo così facendo si poteva cambiare segno a quel predominio della sinistra nella carta stampata: che – è bene ridirlo – ha più potere di influenzare l’elettore che la tivù, perché il quotidiano non solo fornisce l’informazione, ma provvede giorno dopo giorno a costruire le caselle con cui l’elettore comprende quell’informazione. E poi, per farla più breve, sarebbe bastato analizzare il successo di Repubblica e la sua capacità di incarnare l’opinione del proprio lettore, per ripetere paro paro a destra.
Angelo Crespi


LA FORMAZIONE
Mancano le reti e un ceto politico che le usi
Ma soprattutto regna la divisione su ciò che le reti debbono veicolare

Così come si è arrancato fino a oggi non è più possibile fare. E i risultati delle urne, di per sé, c’entrano poco. Il Centrodestra pare più un’Armata Brancaleone che un acies formata. E questo su molti e svariati punti – ne stiamo riempiendo ben due paginate delle nostre, e molto ci tratteniamo per ovvie ragioni di spazio –, epperò soprattutto su uno. Quello che – parlo il linguaggio caro appunto al Centrodestra per evitare difetti di comunicazione – risponde al nome di risorse umane e capitale pure umano, investimento su se stessi, virtuoso matrimonio fra libertà sì, ma anche responsabilità.
Se una cosa il Centrodestra non ha saputo costruire è insomma se stesso. E la tiritera sul “partito unico” è solo un aspetto della questione, nemmeno il più simpatico, vestitino indossato alla chetichella per nascondere ben altre pudenda immancabilmente nude.
Ciò che il Centrodestra non ha fatto perché evidentemente non ha saputo fare è la formazione: la formazione di se stesso, la formazione permanente.

Non c’è un tema, se non quelli secondi perché secondari, su cui il Centrodestra – leader, quadri, funzionari e truppe – mostri compattezza. Sì, dei princìpi di fondo si sta qui parlando, quelli che debbono configurare anche una formazione politica. Perché se è vero che la politica non è tutto, è pur vero che la politica, nella vita di un Paese democratico, è molto.
I princìpi, dunque, da cui discendono visioni delle cose, della società, della lotta politica. Quelli che per definizione stanno prima di ogni altra cosa e che per questo non sono (a differenza dei “valori”) negoziabili. Ora, di princìpi ce ne sono tanti, fin troppi nel Centrodestra, e uno più diverso dall’altro. Certo, tutto in ossequio alla libertà liberale, ma allora è inutile lamentarsi poi dei risultati.
Il primo punto cruciale è l’incapacità del Centrodestra a fare rete dei propri strumenti, arcipelago delle proprie isole sparse. Prendiamo la carta stampata. Ideazione, Fondazione liberal, il Foglio, il Domenicale (mi scusino gli assenti). Complice un individualismo meschino che vede nell’“altro” un concorrente lanciato a sottrarre qualche briciolo di pubblicità e una manciata di lettori, ognuno tira avanti con il paraocchi. Laddove è invece dimostrato il contrario: una buona omogeneità nella proposta culturale e una sapiente organizzazione nel proporre ventagli di strumenti che si spalleggino e sostengano a vicenda moltiplica il lettore di pubblicazioni che per definizione non sono il quotidiano usa e getta.

Il secondo, basilare, è l’insipienza del ceto politico di area a fare tesoro di chi oggi è isola puntando domani all’arcipelago. Cioè: già è difficile fare reti, ma se poi nessuno le utilizza in sede politica allora tanto vale. Perché resta sempre vero che chi sbaglia cultura sbaglia politica.
Ma il terzo, fondamentale nodo è: ammesso che la politica usi le reti, e che quindi qualcuno le reti le riesca a tessere, che cosa ci si pesca poi con esse? Esemplifichiamo. A quando la riflessione su cosa significa essere, oltre che dirsi, “liberale”? Essere, oltre che dirsi, “sociale”? E “comunitario”, e favorevole alla sussidiarietà, e fautore della solidarietà meritocratica? E, soprattutto, “occidentale”?
Comunque vadano le elezioni, le Sinistre riescono sempre a infilare i propri guastatori nella scuola, nelle case editrici, nella gestione di cultura, sport e tempo libero, insomma in tutti i gangli della vita vera del Paese. Riescono perché hanno investito tutto sulle “università parallele”, quelle della strada, delle sezioni, della vita. Oggi le Sinistre stanno assieme solo perché hanno un nemico comune: ma la loro meccanica regge perché in altre stagioni l’hanno saputa rodare e oliare.
C’è da riflettere, insomma, sul fatto che Antonio Gramsci preparò il futuro partendo dal lontano Rinascimento.
Marco Respinti


LA TELEVISIONE
Per un ravvedimento davvero liberale
Basta con la dittatura del peggio, è l’ora di inseguire e d’indurre attese diverse

Altro che par condicio, sovraesposizioni mediatiche e dibattiti immoderabili. Altro che monopolio delle reti da parte del premier, tre in conto commerciale e tre in carico istituzionale. Il guaio, con la televisione, è che mentre un bel tacer non fu mai scritto, un brutto tacer fu molto visto. Per parlar chiaro, da una parte stanno le quisquilie preelettorali, con i conti delle serve (sulle percentuali di voto garantite dalle tv) e le chiacchiere delle comari (su chi vince i duelli impastoiati). Dall’altra sta la lunga, incontrastata, bipartisan dittatura sul telespettatore-cittadino(-elettore) ricercato, alimentato, inseguito, blandito e governato dai media televisivi.
Qual è il profilo di persona che si ricava dalla televisione di massa attivamente perseguita sulle reti Mediaset e – par condicio mezzo gaudio – sulle reti Rai, sens’alcuna distinzione quantiqualitativa? A che criterio culturale, sociale, etico obbedisce una programmazione che ha non soltanto sancito l’equivalenza tra informazione e spettacolo, ma anche, soprattutto, tradotto l’imperativo dell’audience in quote predigerite d’ingredienti ad hoc?
Ancora più chiaramente. Non stiamo parlando, non soltanto, di tette&culi. Parliamo dell’inversione tra show e reality, dell’esaltazione della competizione ipocrita (Grande Fratello, Amici, Distraction), del salottismo vacuamente interrogativo (Il senso della vita, Il bivio), del dibattito relativizzato (Costanzo Show, e, sì, molto Porta a Porta), del grondamento emozional-privato (Stranamore, C’è posta per te, Amore) del prendi i soldi & scappa (Affari tuoi, Chi vuol esser milionario) eccetera. E i diritti del calcio contano assai più che quelli dei disagiati. Laddove si comprende che i veri opinion leader del piccolo schermo oggi non sono gli Opinionisti bensì i Circensi. Una riprova? Di là si allevano i Floris, di qua si tratta da padella Socci cadendo nelle braci La Rosa e Masotti, che fanno rimpiangere il barbuto e intelligente, ancorché non molto telegenico, predecessore.

Si dirà: ma che altro volete da una televisione che deve sbarcare il lunario? è il pubblico a condizionare gli spettacoli, non viceversa. Quanto ai valori (pardon, i Valori), avete avuto i Donmattei e le fiction pontificie, i Perlasca e i Padrepii, perfino le sei puntate extralarge del Signore degli Anelli in prima serata. Sì. Ma non abbiamo avuto, e invece volevamo, una televisione che fosse capace di reggere la rotta guardando alla bussola di un obiettivo che insieme ai Circenses dello svago ci desse anche il Panem dell’educazione. La quale, a sua volta, non è la bacchettona imposizione di chissà quale diktat pedagogico-morale, ma l’esemplarità liberale – e per questo gratuita – di immagini (e volti, e contenuti) consone al meglio di noi, e non soltanto alla blandizie svaccata del peggio.
Non tutto è stato pessimo, certo, anche se al momento – forse obnubilati dalla nottata elettorale – fatichiamo a sciorinare esempi di tivù positiva con la stessa immediatezza del suo contrario. E tuttavia siamo certi d’aver constatato, nel trascorso quinquennio, che una tale lungimiranza positiva non c’è stata. Per verifica il lettore sfogli i numeri in cui, nei quattro anni di vita che conta questo giornale, le rubriche di spettacolo hanno recensito trasmissioni e personaggi.
Non crediamo di esagerare se invochiamo, per gli anni futuri, uno strategico, oltre che doveroso, ravvedimento televisivo. Doveroso per la tivù del servizio pubblico, necessario per quelle commerciali: dove l’azionariato può pretendere che si apra anche l’occhio del di tutto di meglio, e non solo quello del di tutto di più. Che in tivù ci sia di tutto, è un fatto. A voler essere ottimisti, in questo “di tutto” ci sono anche i migliori cervelli dell’Italia creativa. Siamo sicuri che se anche solo una piccola parte di costoro si provasse a fare di meglio, qualcosa di meglio la vedremmo.
Giuseppe Romano


IL CINEMA
Una macchina che fabbrica consenso
E il bello è che il ministero finanzia i suoi detrattori a suon di milioni

Di tanto in tanto, soprattutto ai festival, qualcuno dice che il cinema italiano è in grande salute. Non è vero, non lo è. Il nostro cinema è fra i peggiori. Con un’aggravante: c’era un tempo in cui eravamo i migliori e insegnavamo agli altri. Parlo come movimento generale. Poi, per fortuna emerge la qualità di un Benigni e di un Moretti (al di là dell’ultimo incidente di percorso), il mestiere di Verdone e Avati. Poco altro.
In un pezzo da me scritto in questa sede, tal titolo C’era una volta il cinema italiano, citavo due film esemplari, Quo vadis baby e La bestia nel cuore, ne analizzavo i contenuti e gli esempi proposti: liberalizzazione (diciamo così) della droga, pronunciamento ateo, famiglia devastata (padre pedofilo, madre complice), il gay come unico modello umano e positivo. Nessuna morale, speranza, positività. Nessuna bellezza e armonia, mai un eroe, mai una bella faccia. Un solo diktat: deve “passare” una certa idea del paese.
Il cinema americano, tutt’altro che esemplare, propone comunque nell’insieme alcuni eroi e modelli, certo, “con macchia”, verosimili, identificatori, positivi. Alludo a Hanks, Pitt, Clooney, Depp, e altri, e altre. L’America non è più il paese degli eroi che liberò l’Europa due volte nel secolo scorso, il concetto si è trasformato: da “liberatore” a “imperialista”. Tuttavia in tanta dialettica e tanti errori, gran parte della tradizione buona e libera americana non può essere negata. Trattasi sempre di una cultura vitale e ottimista, con consolidata radice morale. E quel cinema è (spesso) espressione di quella civiltà. Ma da noi non accade.

Eppure, il nostro paese è decisamente migliore, è più sereno, meno cinico e grigio e soprattutto meno “malato” del cinema che lo rappresenta. Chiediamo dunque agli autori di darci respiro dal sociale esasperato, dalla politica violenta, dalla fastidiosa manifestazione di superiorità intellettuale trasmessa, che poi è solo presunta. Un regista italiano “propenso” allo spinello porterà il suo argomento come lotta, e darà lavoro ai “suoi”. Così farà l’autore propenso ai pacs, così farà il nichilista. Mai una bella storia, vitale, rivolta al buono, mai una distinzione fra il bene e il male, mai un po’ di sana evasione.
Pensiamo anche agli inglesi. Storie dolorose, consapevoli, istantanee del momento difficile del paese, titoli come Grazie signora Thatcher, Full Monty, Billy Elliot, un grande sociale, ma anche un cinema vero, che richiama il pubblico, e diverte.
Il bello (o il brutto, vedete voi) è che il ministero finanzia il nostro cinema. Certo ha il dovere di sostenere registi come Olmi, Scola, Bellocchio: nessuno dei loro film arriva a coprire le spese, ma sono autori che si sono conquistati una giusta franchigia. Il problema è che insieme a loro viene sostenuta una pletora di militanti sprovvisti di talento e provvisti di tessera di partito.

Ho citato due titoli esemplari, adesso faccio un nome esemplare: Marco Muller, il direttore della Mostra di Venezia. È un ottimo organizzatore, e un buon operatore nel settore. Ha certamente dato al Festival grande eco internazionale, ma è anche colui che ha firmato il documento a favore del terrorista Cesare Battisti, che sarà pure un buon giallista, ma è stato condannato per aver ucciso e ora è uccel di bosco. Insomma, mentre il Centrodestra perdeva una battaglia mediatica per farsi restituire dalla Francia un terrorista, Muller cui è stata affidata la manifestazione italiana più importante al mondo, la Biennale cinema, firmava appelli a sostegno del medesimo terrorista.
Muller è l’uomo dalla grande passione d’oriente, il curatore che porta nelle prime file della platea, durante le premiazioni, personaggi (quasi tutti) dagli occhi a mandorla. È l’uomo che, nominato dal Centrodestra, ha esordito organizzando una retrospettiva sul trash degli anni Settanta. Il nostro peggior cinema. Lo ha esportato nel mondo, enfatizzandolo. Eccola l’Italia, divertitevi, sfotteteci. In soldoni, ha inteso, subito, portare la sua testimonianza di “allineamento”. È l’uomo che non dà spazio a storie che non facciano parte di “quel” correntone. Ed è colui, va ribadito, che è stato nominato dalla parte politica che non ama. Dunque chiediamo un’evoluzione. In futuro, basta militanza, basta “esempi orribili”.
Pino Farinotti


L'ARTE
Noi baccagliavamo loro governeranno
La Melandri e Settis due futuri vecchi ministri per normalizzare la cultura

Come dice il Direttore del Domenicale, chiedendomi un commento su queste elezioni e l’arte (ossia politica culturale, musei, mostre, etc), “per voi cambia poco”. E si potrebbe finire l’articolo qui, tanto è vero. “Noi” chi siamo? Siamo quelli che credono nell’arte italiana, nella tutela dei beni culturali, nella diffusione di quel che questo paese, nonostante tutto, tuttora conserva.
In questi 5 anni abbiamo avuto una Quadriennale a Roma e due Biennali di Venezia. La prima è stata una Quadriennale “di destra”: ben fatta, completa, almeno nelle intenzioni, e doverosamente “criticata” soltanto in quanto “di destra”. Ce l’hanno messa tutta i curatori e il presidente hanno esposto tanti artisti, hanno provato, ma alcuni invitati, anche giovanissimi, non hanno voluto partecipare in quanto “di destra” e molti critici “laureati” non l’hanno neppure presa sul serio.
Peggio capitò con le Biennali. Contestate entrambe, anche per secolare consuetudine: la prima perché nonostante l’assunto d’essere “dalla parte dello spettatore”, era risultata poco chiara; la seconda perché, scomparso il Padiglione Italia, l’Italia intera era simboleggiata dai soli 4 esemplari scelti dalle curatrici spagnole. Alle polemiche seguirono i ripari: la prossima Biennale affidata a un americano, Robert Storr, con l’esclusione del suddetto Padiglione Italia, frettolosamente resuscitato e destinato a Ida Giannelli.

Tanto rumore per nulla? No, la Biennale continua a rimanere appalto di curatori stranieri tranne un’isola misteriosa, che comporta un’anomala separazione tra Italia e mondo senza ragion d’essere. Ministri e sottosegretari hanno polemizzato, baccagliato giungendo al pettegolezzo personale ché ormai, e se ne vedono i risultati fin troppo bene, hanno dimenticato qualsiasi altra ragione.
Salvatore Settis, storico d’arte insigne e Direttore della Scuola Normale di Pisa, dedicò un libro alla legge che doveva “mettere in vendita” l’Italia. Scrisse allora Italia S.p.A., edito, non sia mai, da Einaudi, cioè da Berlusconi, per elencare le insidie di questa legge complicata, che, a quanto ne risulti, non ha avuto nessun esito reale. E la “destra” come ha reagito? Cercando di farsi amico Settis e facendolo “consulente” per lo stesso progetto che Settis contrastava.
Ora il professore ha scritto un altro libro, che viene miracolosamente presentato il 7 aprile 2006, Battaglie senza eroi, nel quale denuncia di nuovo «il pericolo del patrimonio artistico, sul baratro della vertigine speculativa e destinato a perdere il suo valore primario…».
Giovanna Melandri scrive a sua volta un libro, identico lasciapassare per il ministero, dal titolo Cultura, paesaggio, turismo, con prefazione – ma guarda che caso – di Prodi. Il capitolo terzo mette l’accento sui “danni” degli «Attila della bellezza e della cultura»: quali? Le nostre furono solo parole, progetti, purtroppo o per fortuna. “Loro” invece si preparano a governare preceduti da massime epocali: «per avere un buon livello d’istruzione e di capacità tecnologica un paese deve avere un buon sistema di biblioteche, di musei, di istituzioni culturali». Oppure «dobbiamo anche saper ampliare la categoria tradizionale del Made in Italy (…). Vi è una ricchezza in cui accanto al design, al Brunello di Montalcino, alla Ferrari e alla moda, si ritrovano anche arte, cultura e paesaggio», come recita il titolo, appunto.

Tanti auguri a tutti. E concludo riprendendo una polemica già spiegata dal Domenicale. Il poeta Davide Rondoni scrive su Tempi che le ultime poesie di Giovanni Raboni (quelle anti-berlusconi) non sono all’altezza del buon poeta che fu. Nel frattempo organizza a Bologna una serie di incontri dedicati alla poesia in cui la compagna e vestale e poetessa doveva parlare del rimpianto Raboni. No invece. Esce un paginone su Repubblica in cui la Valduga spiega che non soltanto non partecipa, ma che vorrebbe impedire con “avvocati e giudici” allo stesso Rondoni di parlare di Raboni. E conclude i suoi getti di stizza spiegando «che Rondoni la chiama signorina, mentre lei ha avuto due mariti».
Eccoli qui, gli ennesimi “liberatori” dell’Italia. Faranno i PACS, faranno figliare i froci, ma per carità, non chiamateci “signorina”. (Ridono, le Sorelle Materassi, dal cielo, per noi, come dice Crespi, non cambia nulla. Nessuno ci ha mai chiesto nulla).
Beatrice Buscaroli


LA LETTERATURA
Pubblicare i geni e annullare gli attuali
Spernacchiano il Cav. dalle sue corazzate. E noi passiamo per cretini

In Italia l’editoria non è mai stata così florida. Sì, tutti, baciati da una divina chiamata, fanno ciò che debbono fare. Ergo: mai come in questi tempi ultimi sovrabbondano gli scomparti delle librerie del Paese di tomi che ci potrebbero cambiare la vita per sempre. Poi, bisogna saper vedere come bisogna saper leggere. Al costo di una pizza puoi avere Sofocle, Seneca, Dante, Tolstoj o Conrad, poi, è chiaro, se non sai leggere, se sei cieco dalla nascita, sarai dannato – o sanamente beota – per l’eternità. La faccia bacata del cielo è che i colossi editoriali pubblicano a discapito di questi libri eterni una masnada di libri inutili. Ecco, allora, l’unica cosa che un vero governo audace dovrebbe fare: limitare ai minimi termini la pubblicazione degli attuali e aumentare esponenzialmente quella dei geni. Ed ecco ciò che il governo Berlusconi non ha fatto. O meglio, non pensandola come i trinariciuti ha lasciato che i trinariciuti lanciassero i loro sberleffi dalle cattedre di Einaudi e Mondadori. Così accade che i torvi maoisti Wu Ming o Giuseppe Genna o Valerio Evangelisti o Aldo Nove, che utilizzano la letteratura per veicolare imbarazzanti ed estremi appelli politici, perché d’altronde, lo insegnano loro, la letteratura è un’ancella della politica, non solo pubblichino per quei colossi ma abbiano anche importanti ruoli decisivi all’interno delle balenottere “berlusconiane”. E così, spari a casaccio, un poco tutti – dico tutti – gli “scrittori di regime” vanno in giro con tessera prodiana annessa minacciandoti che tanto dopo il Domenicale ti sono precluse le strade dell’Eden giornalistico che ora conta anche il “Corrierone” all’appello. Fortuna che noi non siamo davvero gramsciani, se non per paradosso. Però alla lunga sembra che abbiamo sulla fronte “sale e tabacchi”. Sbottava il Cav. inviperito con l’Annunziata, “E per fortuna che io controllo la Rai”: lo stesso valga per le sue corazzate editoriali. Chi di troppo liberalismo ferisce di troppo liberalismo perisce?

La letteratura è da sempre faccenda elitaria, che chiama i singoli, operai o magnati essi siano, quindi è manovra illecita cercare di “conquistare lettori”. Vuol dire educare alla mediocrità. E lo sanno i presunti scrittori d’oggi: peggio scrivi meglio pubblichi, la complessità è indice di snobismo e puzza di aristocrazia. Scemate. Semmai il governo uscente per un soffio avrebbe dovuto far risorgere – altro miracolo italiano – il rango delle lettere decapitate: ripubblicare in serie i giganti e nullificare gli attuali. La scrittura è faccenda complicatissima e per pochissimi. Perderemo milioni di lettori? Meglio. I pochi renderanno un best seller Mardi o le Metamorfosi. Disse splendidamente Andrea Cortellessa, il critico-vate di oggidì, ideologizzato come pochi, a cui Einaudi dà in pasto Gadda, Adelphi Manganelli, Fazi il mondo intero e Guanda i giovin poeti, in un convegno fiorentino dello scorso anno i cui “dialoghi” sono ora opportunamente pubblicati da Atelier (Numero 41, Marzo 2006) che «la semplificazione indiscriminata del linguaggio […] va sempre di pari passo con una semplificazione dei contenuti, un’elementarizzazione delle questioni, un appello a questioni viscerali, pre-razionali», concludendo con mira sbilenca che «questi valori è facile identificare come appartenenti a un’ideologia di Destra» (ma come, se nella stessa rivista il suo ammirato poeta Flavio Santi, di medesima estrazione, scrive che la poesia ha il dovere «di essere fruibile, intelleggibile […] per tornare “competitiva”» e auspica a un poeta che abbia il successo di Baricco?). Che la destra, invece, se vuol fare una cosa di destra, eviti di creare scrivani in vitro come i propri antagonisti, ma ripristini il rango della letteratura. Cacciando i cretini che cenano al suo banco. Per la stretta politica ci basta l’adamantino aforisma di Gombrowicz: «Sono nemico del comunismo solo perché sto dalla parte del proletariato».
Davide Brullo


LA MUSICA
Sempre troppi ritardi per la lirica live
E l’incapacità a stroncare un settore corporativo e ipersindacalizzato

In tema di musica del vivo (e in particolare di quella classica), all’inizio della XIV legislatura, la Casa delle Libertà aveva alcune opportunità che ha colto solamente in parte, tardi, e che ha comunicato male.
Nella legislatura precedente, il governo e il parlamento di Centrosinistra avevano iniziato, ma lasciato a metà, importanti, e per molti aspetti improcrastinabili, riforme relative a due gangli chiave di quella che Herbert Lindeberger ha definito la “musa bizzarra e altera”: i conservatori e gli enti-lirico sinfonici. Erano improcrastinabili poiché entrambi (e gli annessi teatri di tradizione) si basavano su una legislazione vetusta che ne avevano indebolito la qualità rendendoli, in non pochi casi, datori di lavoro piuttosto che luoghi di progresso culturale.

Quella che era considerata la patria della musica, specie dell’opera lirica, perdeva colpi nei confronti della concorrenza internazionale. Nei nuovi mercati – in particolare quelli asiatici, dove il teatro in musica si fonda su tradizioni centenarie e crescente è la domanda per la sinfonica e per la lirica di stampo italiano – cedevamo quote di mercato (in termini di contratti per tournée) pure a Paesi un tempo ritenuti minori come l’Olanda, il Belgio, perfino alle repubbliche nate dall’implosione dell’URSS.
Nel 2001, le due riforme erano a metà strada poiché, anche se la normativa di base era stata approvata, mancavano ancora i disciplinari attuativi. Si sarebbe dovuto operare tempestivamente modificando i lati più discutibili (numerosi) delle leggi approvate nella XIII legislatura. Lo si sarebbe potuto fare, in primo luogo inserendo l’intera materia in un contesto di razionalizzazione e di migliore distribuzione delle competenze tra Stato e autonomie locali (privilegiando la devoluzione), nonché di un riassetto del sistema tributario per incoraggiare le imprese e i mecenati a entrare negli enti trasformati in fondazioni di diritto privato. Lo si sarebbe dovuto fare, poi, prendendo il meglio dalle esperienze straniere e accompagnando con una campagna di comunicazione riforme non certo semplici, visto che riguardavano blocchi sociali molto sindacalizzati e corporativi.

Sono stati necessari circa cinque anni per dare corpo ai regolamenti relativi ai conservatori. Il lungo lasso di tempo è stato causato, in gran misura, dalla protratta concertazione con i dipendenti. Ciononostante è rimasto un equivoco di base per il quale i conservatori si considerano parte dell’ordinamento universitario (e i loro docenti premono per un’equipollenza di trattamento) e non è stata attuata, in sostanza, alcuna razionalizzazione. Al conservatorio di Frosinone, per esempio, continuano a esserci tre cattedre di arpa e a quello di Cagliari meno del 5% del corpo docente ha una laurea. Queste concessioni ai sindacati di categoria non hanno fornito consensi alla Cdl. Al contrario, a ragione delle riduzioni al Fondo Unico per lo Spettacolo (il cosiddetto Fus) in particolare dell’ultima finanziaria, la Cdl è stata additata come l’avversaria della musica e, quindi, di conservatori i quali forniscono al settore la materia prima.
Ancora meno brillante il risultato nella lirica. È cresciuto il numero dei “teatri di tradizione”, polverizzando a pioggia l’intervento dello Stato, mentre un’interpretazione estensiva della riforma approvata nella XIII legislatura avrebbe consentito di devolverli alle autonomie locali (come in Germania, Francia e Gran Bretagna) concentrando le risorse sulle 14 fondazioni lirico sinfoniche nazionali.
Ma ci si è mossi tardi, sotto l’urgenza della situazione finanziaria: il crescente indebitamento di quasi tutte le fondazioni, le tormentante vicende della Scala, il taglio del Fus a stagioni iniziate hanno spinto il governo ad agire con fretta con il decreto Buttiglione, comunicato senza l’efficacia che sarebbe stata necessaria.
Giuseppe Pennisi


LE FONDAZIONI
Ecco cinque esempi di omessa politica
La gestione governativa non s’è curata di andare oltre lo status quo, e poteva

Quando si parla di “politica culturale” è sempre bene precisare a cosa si allude. Non sarebbe necessario in un paese di cultura anglosassone, dove l’impostazione liberale nei confronti della gestione degli organismi culturali non cade mai nell’ambiguità che deriva da una concezione pedagogica di cultura, concezione che in Italia ha trovato, prima nella secolare “maternità ecclesiastica” e poi nella strategia gramsciana, non solo terreno fertile dove impiantarsi, ma teorizzatori e zelanti esecutori.
In uno stato liberale dire “politica culturale” significa tre cose: definizione delle figure da destinare ai ruoli di vertice delle istituzioni culturali in base a criteri di competenza; astensione da parte della politica dal suggerire o, peggio, imporre “linee culturali” generali (semmai si suggeriscono le “tematiche” in base a valutazioni complessive); totale indipendenza tra istituzioni culturali e istituzioni politiche, che, una volta esaurito il compito di designazione dei vertici, si occupano esclusivamente della sorveglianza indiretta sulla gestione economica.

Fatta questa premessa la domanda è: una volta al governo, il Centrodestra si è posto la questione in questi termini? L’impressione che si ricava dagli ultimi cinque anni – a parte la questione maggiore della mancata rivoluzione liberale – non è solo quella di una noncuranza nei confronti della “politica culturale”. S’è assistito a una gestione che ha rispecchiato, in sostanza, l’idea secondo cui definire o meno la presidenza di un’istituzione culturale non appartiene alla sfera delle “cose importanti” se non quando le ricadute politiche possono essere dirette.
Veniamo a cinque esempi simbolici degli errori fatti in questi anni. Il primo è la Biennale: né con Urbani né con Buttiglione s’è riusciti a definire una volta per tutte il criterio che sarebbe bastato per creare una feconda rottura col passato: puntare su una figura estranea al “solito giro” del mondo dell’arte. Lo strumento Biennale è forse il più prestigioso a disposizione dell’Italia; si poteva, grazie a una gestione responsabile e coraggiosa, farne il luogo per ripensare in maniera reale il ruolo della cultura italiana nel mondo.
Secondo esempio: la Rai. Qui si tratta di una questione molto “interna”. Perché al posto di indicare le “linee editoriali” ai vari bellicosi Cdr non si è stabilita una scelta definitiva di politica culturale come l’idea di privatizzare?

Terzo: il patrimonio culturale italiano è, dal punto di vista quantitativo, il più esteso del mondo. Rappresenta una ricchezza indiscussa e non si dà programma politico che non ne auspichi una “reale valorizzazione”. Un segno concreto di “politica culturale” poteva essere quello di varare una legge di riordino per lo snellimento delle procedure burocratiche. In realtà il ministero dei Beni culturali non ha pressoché potere se non d’indirizzo e il funzionariato ha potuto godere anche durante il governo di Centrodestra di una sostanziale intangibilità.
Quarto: dal punto di vista dell’eco internazionale le ultime due figure culturali di grande rilievo, in ordine di tempo, sono state Dario Fo e Oriana Fallaci. Con una differenza, però: Fo ha potuto godere di un reale supporto di “politica culturale”, tanto da ottenere l’assegnazione del Premio Nobel, mentre Oriana Fallaci rimane una libera battitrice considerata più all’estero che in Italia. La Fallaci merita il Nobel? Forse no. Lo meritò Dario Fo?
Quinto e ultimo esempio: la cosiddetta Accademia d’Italia. All’inizio del quinquennio Berlusconi si ventilò l’ipotesi di dar vita a un’istituzione culturale di respiro internazionale che raccogliesse le eccellenze sull’esempio dell’Accademia di Francia; non se n’è fatto nulla. Rimangono da considerare l’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova e la riforma dell’Università. Sono due “contenitori”; due cose fatte. Ad altri l’onere di pensare ai “contenuti”.
Matteo G. Brega


L'AMBIENTE
Smettiamola di scimmiottare i Verdi
E torniamo a quel saperci ingegnare anche di fronte alle catastrofi naturali

Mi è sempre venuto da ridere assistendo a quelle tribune politiche dove a questo o a quel partito più o meno tradizionale si chiedono opinioni, che so, sul fisco, sulla casa o sul lavoro, e poi si passa a interrogare i Verdi. Cioè a quelli che tutto guardano e giudicano esclusivamente dal punto di vista delle volpi e dei carciofi. Che diranno, loro, delle tasse, che le si debbono alzare ai carnivori perché ce l’hanno con gli erbivori? E sulla casa, che dobbiamo tornare sugli alberi? E del lavoro, che dai castori c’è tutto da imparare in fatto di opere pubbliche? I Verdi, infatti, su tematiche che escono dal loro stretto seminato introiettano pensieri altrui, quelli della Sinistra radicale e delle frange dei vari ex, neo, post comunismi.
Ora, a fronte della grande offensiva dei Verdi, rimasuglio del vecchio estremismo indiano metropolitano e avanguardia della nuova era, è come se il Centrodestra avesse la coda di paglia. Come se si sentisse in perenne difetto e quindi in continua necessità di domandare scusa. Per il Centrodestra, infatti, non c’è bisogno di alcun ambientalismo diverso.
La miglior risposta che si possa dare ai Verdi ideologizzati resta il patrimonio di cultura e di pensiero che caratterizza le varie componenti del Centrodestra e che sempre di più andrebbe rivendicato con orgoglio, ma pure studiato. Una cultura della politica che mette al centro l’uomo, i suoi diritti di persona, le sue sacrosante libertà e una organizzazione sociale che ne esalta il genio sviluppandone le potenzialità non ha infatti alcunché da temere sul fronte ambientale.
Cosa meglio di un pensiero che coscientemente lavora al miglioramento delle condizioni di vita dell’uomo, al più savio uso delle fonti energetiche, alla sapiente coniugazione di profitto, ricerca, risparmio e tutela può garantire una politica autenticamente ambientale e mai sciaguratamente ambientalista? Cosa meglio di un pensiero che mette al centro di tutto l’uomo considerandolo steward di un ambiente dato può tutelare gli ecosistemi più e meglio degl’ideologismi che considerano la specie homo alla stregua di un virus e le catastrofi naturali una giusta vendetta di Gaia, la dea Terra?

Bisogna insomma che il Centrodestra smetta di sentirsi meno Verdi. Che non consideri una menomazione la difesa per esempio degli embrioni umani rispetto alla vivisezione, la quale resta indispensabile per la ricerca farmaceutica. Che non tema di dire che la maggior parte delle “fonti alternative” vagheggiate dai Verdi sono barzellette. Che non abbia paura di rivendicare l’utilità del nucleare, quello peraltro sicuro e pulito di oggi. Che non tremi alla parola “caccia”, ben sapendo che il cacciatore è di suo uno dei più efficaci guardiani della natura. E che soprattutto, piantandola con le filastrocche sul Protocollo di Kyoto e gli OGM, parli decisamente il linguaggio della convenienza economica allorché discetta di tutela ambientale.
Un’alternativa però esiste.
Ci sono think tank come l'Istituto Bruno Leoni, Lifeventuno, il CESPAS (Centro europeo di studi su popolazione, ambiente e sviluppo), il periodico 21 secolo, Green Watch News e tutti i sottoscrittori della “Carta dei cristiani per l’ambiente”: realtà piccole, certo, ma attive e intelligenti.
Se il mondo del Centrodestra continuerà a non premiarne lo sforzo e l’impegno, se si continueranno a privilegiare, per consulenze, expertise e interventi vari, i soliti noti in stile WWF e Greenpeace, si finirà per abbandonare completamente quell’idea nobilmente occidentale che s’incentra sull’ingegnarsi a trovare rimedi proprio quando gli ostacoli naturali appaiono insormontabili. Ci abbiamo campato per secoli: se non vogliamo regredire, è ora di tornarvi smettendo di sentirsi Verdi a metà.
Marco Respinti


22 aprile 2006

Gramsciani a metà, e fieri di esserlo

Scomodando nientemeno che Antonio Gramsci, abbiamo inaugurato un doveroso day after. Non il balletto di quelli che “l’avevamo detto”, ma quel fondamentale esame di coscienza che da quando è stato declassato a pratica per baciapile se ne sente, eccome, la mancanza. Non sarà sfuggito ad alcuno, peraltro, che la nostra pausa (pausa?) di riflessione segue le elezioni. Qualcuno dirà “senno di poi” , altri “v per vendetta”, ma noi no. Berluscones e convinti, abbiamo fatto campagna elettorale come conviene a un settimanale di cultura ma non arretrando di un solo metro fino alla vigilia: con le nostre pagine stampate, ma pure le mailing list, gli appelli finali, gli sms.
Poi, passato il climax dello scontro dove “chi si astiene dalla lotta...”, abbiamo ripreso il filo di un discorso che facciamo da quattro anni a questa parte. E questo solo perché ci crediamo ancora e sempre, perché siamo convinti che le sconfitte servano a volte più delle vittorie, perché sappiamo che dai Barry Goldwater nascono i Ronald Reagan.
Abbiamo quindi sottratto il vecchio Gramsci ai suoi veri eredi, presi più da meccanica che d’autentica rivoluzione. E nel farlo – come direbbero appunto gli eredi di Gramsci – ci sentiamo migliori di Gramsci e dei gramsciani. Quella del vate della rivoluzione culturale italiana, infatti, era – da manuale del marxismo-leninismo – una prassi coincidente con una dottrina, ossia una tecnica per il potere non distinta dai contenuti del pensiero. Infingarda l’una, cioè, quanto infingardi gli altri giacché alterazione cosciente della realtà, e questa propagandata fino a farne cultura diffusa che conquisti il potere.

Il nostro “gramscismo” bonario, invece, alle vongole se volete, berluscones se preferite, è quello che, cuore in mano, ricomincia daccapo forte di una bella intuizione di T.S. Eliot: nessuna causa è persa per sempre perché nessuna è vinta per sempre.
Ora, di questo nostro appello anzitutto a noi stessi se ne sono accorti a destra e a manca, Alberto Mingardi su Libero del 18 aprile e Lucia Annunziata su la Stampa del 15. Quindi è giunto il Foglio, pure del 18, che ha ospitato il direttore del “Dom”, Angelo Crespi, accanto a Gaetano Quagliariello, Stenio Solinas, Alessandro Campi, Eugenia Roccella e Renzo Foa, per consigli di “gramscismo diffuso” raccolti sotto un titolo goldwateriano-reaganiano: Vittoria! Abbiamo perso.
Noi, sempre convinti che da un Goldwater possa uscire un Reagan se in mezzo si costruisce il ponte giusto, abbiamo già rimesso in capo lo scolapasta che ci si addice, quel tormentone che ci è caro e che solo per uno strano destino porta un nome brutto che sa d’inciucio e pateracchio come invece non è: il vecchio “fusionismo”. Mica il “partito unico”, le “convergenze divergenti”, il mescolone sovrano. Ma l’idea che le forze politiche oggi alleate nel Centrodestra promanino da tradizioni di pensiero diverse solo a valle del fiume, indi per cui è vitale scavare a monte. Cosa che non è certo compito precipuo della politica fare, ma degli uomini di cultura sì. Eccolo l’essere migliori di noi semigramsciani che riteniamo imprescindibile pensare, sì, diciamolo, la verità delle cose e questa dotare di potere.
Marco Respinti
Dove vanno depressi e assistiti?
Come volevasi dimostrare, Prodi non va da nessuna parte. Iniziano le risse interne, il programma scricchiola, gli analisti obiettano. Solo una riforma elettorale concordata completerebbe la transizione

Il Professore rischia di essere un «Re travicello prigioniero di una banda di rissosi boiardi». L’Unione ha vinto soltanto perché è intervenuta «Santa Scarabola, la Santa dell’impossibile». Così scrive Giampaolo Pansa da «ulivista incazzato». L’Espresso brinda al “Prodino”; Massimo D’Alema si smarca ed elogia la tenacia e la capacità di Silvio Berlusconi aprendo, per ora, il dialogo sull’elezione del Presidente della Repubblica. Il professor Sartori, acerrimo avversario del Presidente del Consiglio, s’induce a riflettere, dopo il pareggio elettorale, sulla possibilità di possibili intese tra i due schieramenti.
Piero Ostellino sul Corriere della Sera compie l’autocritica più meditata: il Cavaliere è stato in questi anni fattore di progresso e di democrazia. L’Italia si è divisa tra la parte produttiva «moderna ed innovativa», sia al Nord che al Sud, rappresentata da Berlusconi e quella «depressa ed assistita» guidata da Prodi. Il Sole 24 Ore titola: «I distretti industriali con la Casa delle Libertà». Persino Lucia Annunziata su La Stampa sottolinea l’importanza delle iniziative culturali e politiche del centrodestra, portate avanti da il Domenicale, cogliendo il senso profondo della nostra proposta di rileggere Gramsci.
“I regressisti” (nostra definizione) a detta dei loro medesimi sostenitori sono peggiori di quanto noi stessi pensiamo: «Boiardi guidati da un Re travicello alla testa degli italiani assistiti e depressi».

Il Financial Times, che in campagna elettorale è stato molto critico verso Berlusconi, ora esprime giudizi pesantissimi sul Professore. Una pietra tombale per Prodi e per il centrosinistra: «Il peggior risultato immaginabile per l’Italia». «Prodi offre il genere sbagliato di riforme già fallite in altri Paesi». «L’Italia potrebbe uscire dall’Euro nel 2015».
Stanno emergendo, ancor prima di costituire il governo, tutte le contraddizioni. Su Iraq, Tav, legge Biagi, tasse, le posizioni all’interno della coalizione sono contrapposte. La Cisl e la Uil, che in campagna elettorale si erano schierate con il centrosinistra, oggi entrano in polemica dura con la Cgil e difendono le riforme del mercato del lavoro introdotte dal governo Berlusconi.
Persino il neo-senatore Ds ex magistrato Gerardo D’Ambrosio, leader pensante della Procura di Milano, scrive che non c’è urgenza di tornare indietro nelle leggi introdotte dal centrodestra in materia di ordinamento giudiziario e di giusto processo.
In questo scenario, che sta franando, Prodi urla forte ai suoi alleati il suo diritto a governare.
Ciò che rimane politicamente incomprensibile è per quale ragione il Professore non abbia cavalcato egli stesso per primo e con decisione la proposta di dialogo offerta da Berlusconi.
Accogliendola, come ha fatto la signora Merkel in Germania, si sarebbe proposto come primo ministro mettendo in gravi difficoltà lo schieramento di centrodestra che in tale ipotesi si sarebbe certamente diviso.

Prodi non può governare il Senato, dove non ha la maggioranza politica e neppure quella numerica. Forse pensa di aprire una campagna acquisti, ma ha ragione Giulio Tremonti quando dice che «i topi non salgono mai sulla nave che affonda». Bisogna, pertanto, allo stato delle cose, prendere atto che Prodi vuole perseverare nella azione di divisione del Paese e che si sente a suo agio, dopo le esperienze dell’Iri, a guidare le masse “assistite e depresse” che gli hanno dato il voto.
Poiché questa legislatura sarà breve, se non brevissima, converrebbe comunque ragionare tra le parti su una nuova legge elettorale che possa garantire la governabilità.
Tornare all’antico significherebbe riproporre il sistema proporzionale. Che se è vero che ha espresso una cinquantina di governi in poco più di mezzo secolo, ha garantito una sostanziale stabilità nella guida della nazione (con risultati spesso apprezzabili).
La legge attuale non dà alcuna possibilità di governare. Il premio al Senato attribuito su basi regionali porta all’ingovernabilità. È una legge contraddittoria: una legge di transizione. Non si possono infatti sostenere i valori dell’alternanza tra due schieramenti nel governo della nazione, e avere una legge elettorale che nega di fatto una tale possibilità. Se si fosse accettata dal centrosinistra la riforma costituzionale approvata dalla Casa delle Libertà, oggi Prodi potrebbe governare con tranquillità per cinque anni. Alla Camera, solo ramo del Parlamento cui spetterebbe di pronunciarsi sulla fiducia al governo, avrebbe una larga maggioranza. E il Senato, sia pure con altre competenze, sarebbe formato da rappresentanti delle regioni che lo sosterrebbero.

L’inutilità di nuove elezioni con questa legge elettorale è evidente. È dunque necessario avviare la riflessione sulla materia per tentare di giungere a una soluzione concordata tra i due schieramenti.
Se si vuole rinunciare al ritorno del proporzionale, sembra interessante una proposta formulata da alcuni studiosi e parlamentari del centrosinistra. I leader referendari del 1992 – Segni, Barbera, Bassanini, Parisi, Bordon – sostengono che la stabilità è perseguibile se si alternano al potere non tanto due coalizioni (spesso disomogenee e divise al loro interno), ma due partiti. Per tale ragione ipotizzano che «il premio di maggioranza alla camera sia assegnato non alla coalizione, ma al partito con più voti (evidente la spinta per la costituzione del Partito Democratico nel loro schieramento) e che al Senato s’introduca una soglia di sbarramento dell’8%».
È una proposta che guarda con intelligenza al futuro.
Contiene però due difetti correggibili: al Senato il sistema non garantirebbe la governabilità (molto meglio la riforma costituzionale già votata in Parlamento della quale prima abbiamo fatto cenno) e nello stesso tempo si dovrebbero assicurare adeguate possibilità di rappresentanza ai gruppi della sinistra antagonista e alla Lega.
Baruch

Dopo dieci anni, il solito gruppetto di potere
Lo stato soffocante in cui versa il capitalismo all’italiana voluto dagli stessi, gestito dagli stessi, sfruttato dagli stessi. E intanto l’Italia scompare, produttivamente, da mille settori strategici

Nel 1995 i primi quindici gruppi industriali italiani per fatturato erano IFI, Fiat, Eni, Fiat Auto, Telecom Italia, IRI, Enel, Agip Petroli, Compart, Montedison, Snam, Pirelli & C., Pirelli, Esso Italiana e Riva Acciaio. Cioè il Gruppo Fiat, il Gruppo Pirelli, il Gruppo Montedison, il Gruppo Riva, e il lotto delle partecipazioni statali costituito da Iri, Eni, Agip, Snam ed Enel.
A distanza di un decennio, dopo qualche privatizzazione di facciata, e dopo qualche take-over sul quale forse non si è fatta sempre piena luce, la graduatoria sempre dei primi quindici gruppi industriali italiani sempre per fatturato dimostra che i cambiamenti sono stati solo apparenti.
Al 31 dicembre 2004, la classifica vede infatti ancora Eni, IFI e IFIL ai primi tre posti, seguiti da Enel, Telecom Italia, Tim, Poste Italiane, Erg, Finmeccanica, CNH, Riva Acciaio, Omnitel Vodafone, Pirelli & C., Kuwait Petroleum ed Edison. Vale a dire ancora e sempre il Gruppo Fiat, il Gruppo Riva, la Pirelli, le principali compagnie di telefonia fissa e mobile, aziende della vecchia galassia delle partecipazioni statali, una compagnia petrolifera e un grosso competitor del settore delle utility.
Il controllo dei principali gruppi industriali è cioè ovviamente concentrato in poche mani, peraltro sempre le stesse. Nella sostanza, dunque, il sistema imprenditoriale italiano, e più in generale il sistema Italia latu sensu, non hanno saputo, o non hanno potuto, creare le condizioni perché si affermassero gruppi industriali o aziende realmente nuove.
Il sistema imprenditoriale italiano, sempre molto attento e assai corporativo quando si tratta di difendere gl’interessi di certi soliti noti, non è insomma riuscito a innovare sé stesso e a costruire campioni nazionali in grado di concorrere con successo con le nuove sfide poste dalla globalizzazione.
I settori industriali che potrebbero consentire all’Italia di mantenere il ruolo che a essa compete nell’economia mondiale sono infatti del tutto assenti nel nostro Paese o, se presenti, lo sono in maniera marginale.
L’Italia sta scomparendo dal settore meccanico, è scomparsa dalla produzione di hardware e di software nonché dalla meccanica di precisione, non è presente nelle nanotecnologie, nelle biotecnologie, nell’information Technology, in Internet e nella new economy, e registra una presenza del tutto marginale nel settore aerospaziale, in quello della difesa e in quello farmaceutico. Nella grande distribuzione non ha numeri per competere con i grandi colossi europei e nordamericani, così come non è in grado di competere nelle grandi opere d’ingegneria civile e industriale.

Nello stesso periodo di tempo, tutte le più importanti banche italiane sono state interessate da lunghe serie di fusioni e di acquisizioni di tipo domestico. A metà degli anni Novanta le banche che avevano il patrimonio netto più consistente erano Cariplo, Banca di Roma, San Paolo, Comit, IMI, Credito Italiano, Montepaschi, BNL, Rolo Banca e CariTorino. Dopo di allora si sono verificate molte integrazioni, alcune praticate secondo una logica strettamente industriale, altre imposte da una serie di altri eventi, ma comunque sempre deficitarie di reali volontà di apertura al mercato.
Oggi le principali banche italiane sono sempre le stesse, e lo sono avendo prosperato ed essendo cresciute in un contesto eccessivamente protezionistico. Le aziende, i consumatori e gli utenti del nostro Paese non hanno peraltro goduto i frutti di queste concentrazioni e anzi si può affermare senza tema di smentita che ne hanno invece sostenuto i costi.
Quasi il 90% della capitalizzazione della Borsa Italiana è attualmente costituito da banche, compagnie di assicurazione, società telefoniche, utility, compagnie radiotelevisive, oltre che dalla principale azienda automobilistica italiana. Si tratta cioè di aziende fortemente influenzate o influenzabili dall’intervento pubblico.
Insomma, oggi in Italia è ancora prevalente la cultura del diritto amministrativo e del diritto pubblico rispetto alla cultura del diritto commerciale e del diritto privato.
Non è infatti diminuita la dipendenza delle aziende e del sistema italiano dalle banche. Si è anzi accentuata. Quando si parla di controllo, anche dal punto di vista giuridico, si fa del resto quasi sempre riferimento al controllo azionario, non al controllo esercitatile attraverso il debito.
Una banca, così come un creditore qualunque, riesce a effettuare un sostanziale controllo sul debitore senza che vi sia bisogno di comparire nella compagine azionaria. Sfruttando l’“effetto leva”, chi arrivi a possedere una partecipazione diretta o indiretta in una banca, esercita un potente controllo sulle aziende che sono finanziate da quella stessa banca.
Ora è tutto questo che costituisce il vero, autentico conflitto d’interesse del Paese. Ma evidentemente nessuno si straccia le vesti in segno di protesta.

Soltanto pochi mesi fa, per esempio, in occasione delle elezioni primarie svolte dal Centrosinistra, i due autorevoli “numeri uno” delle maggiori banche italiane, ossia Alessandro Profumo di Unicredit e Corrado Passera di Banca Intesa, alla guida delle prime due banche del Paese, hanno ritenuto opportuno comunicare urbi et orbi che si erano recati a votare. Se poi si considera che la terza e la quinta banca, cioè il Gruppo SanPaolo Imi e il Montepaschi, sono da sempre un feudo della Sinistra italiana (e la seconda specificamente dei Diessini senesi), il quadro che ne risulta non è quello esattamente favorevole allo sviluppo di un sistema creditizio e di accesso al mercato dei capitali tipico nelle democrazie vere.
Ovviamente, non esistono colpe particolari ascrivibili al governo guidato da Silvio Berlusconi, ma sarebbe stato comunque lecito attendersi dallo stesso maggiore coraggio. Forse il problema è però essenzialmente di carattere culturale; o forse ancora le rendite di posizione di cui tanti godono immeritatamente non aiutano a creare le condizioni affinché si realizzi quella transizione che tanti auspicano, ma che nessuno prova a realizzare compiutamente.
Il nostro sistema economico potrà realmente definirsi libero ed efficiente quando sarà consentito a due studenti di una qualunque università italiana di pensare a un’azienda che non esiste o a una tecnologia nuova e di vedere quella azienda o quella tecnologia, dopo pochi anni, presente nel listino borsistico come una delle imprese più importanti e attrattive. Per fare ciò occorre però un sistema culturale diverso, un sistema educativo e formativo incentrato sulla meritocrazia, un sistema di relazioni sindacali e industriali capace di mettersi in discussione e di saper rinunziare a privilegi non più sostenibili, un diverso sistema di attrazione degl’investimenti, una Borsa meno asfittica e più premiante, nonché una legislazione fiscale incentivante per le aziende che investono nella tecnologia e che gettano le basi per la creazione di nuova ricchezza.
Il prossimo governo dovrebbe quindi porsi pure l’obiettivo di riformare il mercato dei capitali e quello del credito, per esempio affrontando il problema delle fondazioni bancarie e del ruolo che esse svolgono nel controllo degl’istituti di credito, così come l’anomalia delle banche popolari e di quelle cooperative. Dovrebbe inoltre affrontare l’annosa questione delle partecipazioni incrociate tra banche e imprese, e dovrebbe parimenti riformare la materia dei patti di sindacato, che rappresentano troppo spesso uno strumento liberticida per esercitare il controllo delle società senza averne i requisiti.
Giannicola Rocca

La Destra che in Italia non c’è
Storia di un’alba incompiuta. Ovvero, punti e appunti su AN che uno studio di Alessandro Campi ci dà motivo di pubblicare e che mettiamo in pagina dopo le elezioni per pura carità di patria

Manca, in Italia, la Destra. Un partito, cioè, lucidamente conservatore che rappresenti per le strade, in parlamento e al governo l’Italia con la sua storia intera (non solo pezzi), capace di razionalizzare il rapporto con gli aspetti scomodi e controversi di quella, d’intendere, incarnare e servire il sensus Italiae, e d’intercettare, interpretare e indossare l’ethos degl’italiani, che non è la mera somma delle loro opinioni.
Una forza, cioè, che politicamente si presti a quell’esercizio di spavalda umiltà che è la disponibilità a farsi carico del modo di sentire comune all’intero popolo italiano anche se e quando quel popolo (più) non ci crede, si divide, contesta e addirittura ci sputa sopra. Un vero partito della nazione, insomma, che s’identifichi con il Paese stesso anche quando, e se, il Paese non s’identifica più con se stesso, e a cui per definizione, principio e fatto va dunque stretta la dizione “partito” giacché la parte da cui sta è l’intero.
Manca, in Italia, l’alleanza nazionale, un “partito” di quella nazione che è altro rispetto a “Stato” e “governo”, di più delle sole istituzioni e ben oltre l’addizione dei suoi singoli cittadini.
Vi sono, invece, troppe Sinistre. Poi un interessante esempio di socialismo non solo anticomunista, ma persino “antisocialista”. Un vasto mondo liberale, rappresentato soprattutto da Forza Italia, variegato e contraddittorio com’è e dev’essere un mondo liberale che sta ancora scoprendo se stesso e che, facendolo, non ha ancora tirato tutte le somme quanto al liberalismo, ai liberalismi e alla libertà. E infine i cosiddetti “centristi”, cattolici che scendono in politica proprio in quanto cattolici dentro quello che oggi è il Centrodestra (gli altri “centristi”, invece, cattolici nel Centrosinistra, sono il resto di vecchie consorterie di potere radicate localmente oppure, quando si tratta di persone serie, foglie di fico).
Anche senza rivangare presunte nostalgie democristiane, sono però un’ambiguità: da un lato il legittimo voler far politica espressamente da cattolici, dall’altro una sopravvivenza che non ha più ragione di essere in uno scenario (fortunatamente) bipolare. Ovvero, se non quel che resta di un partito confessionale, certamente la sua suggestione. Che però non ha più – se mai l’ha avuto, al di là del fare virtù di una necessità – senso.

Il cattolico in politica deve infatti farsi interprete dell’italianità nella sua interezza, della cultura europea e occidentale, del diritto naturale, della persona umana integrale e dell’ordine civile che da ciò deriva. Tutto nel quadro di quell’idea di morale sociale naturale che, essendo per questo anche cristiana, è la dottrina sociale della Chiesa. Eventualmente generando anche un partito, ma questo costruito su quell’umanesimo che, se è patrimonio tipico del cattolicesimo, vive comunque di una cogenza propria.
Un partito così è del resto in grado di attrarre anche dei non cattolici. Oppure no, ma per astio verso il suo umanesimo: di modo che nessuno possa affermare di non riconoscersi in un partito siffatto giacché non credente. Curioso, peraltro, che oggi in quest’ambito le iniziative più intriganti vengano dal mondo del “liberalismo contraddittorio” (cito come testimone a discarico Marcello Pera).
Tutte cose, queste, che riportano però alla Destra che in Italia non c’è. Inutilizzabili sono infatti il cartello elettorale oggi riunito in Alternativa sociale e – outsider ma simillima – la Fiamma Tricolore. Eredi, comunque la si metta, di una cultura che nel fascismo ha trovato una incarnazione storica significativa (cosa diversa e più profonda del meschino riduzionismo che le caricaturizza come neofasciste), sono, appunto come il fascismo, se va bene una maionese impazzita, se va male un pollone legittimo, anche se “eretico”, della tradizione socialistica.
Resta dunque il partito su cui riflette Alessandro Campi – associato di Storia delle dottrine politiche all’Università di Perugia – in La destra di Fini. I dieci anni di Alleanza Nazionale, 1995-2005 (Marco Editore, Lungro di Cosenza 2006; tel.0981/947088), un libro ricco di spunti da cui, fra l’altro, una cosa si evince con assoluta chiarezza. Che la trasformazione del Movimento Sociale Italiano in Alleanza Nazionale operata da Gianfranco Fini è un’alba incompiuta.
Ora, le critiche interne mosse ad AN sono da tempo numerose, ma le polemiche verso il suo leader sono sempre state miserande, assumendo costantemente la piega dell’accusa, più o meno velata, di tradimento. Nulla, però, di più parvenu. Fini ha infatti “semplicemente” seguito la via di Giorgio Almirante – il quale sagacemente intuì il bisogno di allargare il vecchio MSI (personale e cultura) in Destra Nazionale –, ma in più del suo mentore ha avuto dalla propria i tempi storici e i contesti internazionali (una volta tanto maturati e non solo progrediti).

Così AN ha proceduto lungo l’unica strada possibile fra ricambi non pienamente riusciti ma indispensabili, superamento senza falsi pudori dell’ipoteca spuria posta dal fascismo sul concetto di “Destra” e promozione di una “Carta dei valori” d’identificazione e proposta che ha pochi eguali nel nostro Paese.
Le premesse per la nascita di una Destra autentica per l’Italia, insomma, Fini le ha poste tutte. Ma alle premesse si è fermato. E così, a metà del guado, AN non è il suo passato e tantomeno il suo futuro.
Trasformazione incompleta e rigenerazione pure, Fini è oggi il leader di uno stato maggiore che gli tira più di sciabola che di fioretto e di truppe che non sanno né dove né perché marciare. Il tutto costretto in un pensiero abborracciato e in una riflessione superficiale.
In ultimo, annaspando nel mare delle idee altrui, al referendum sulla procreazione assistita del giugno 2005 Fini se n’è uscito con affermazioni contraddittorie rispetto alla sua “Carta dei valori” che hanno posto la pietra tombale sulla fiducia accordatagli da molti di quegl’italiani che hanno sinceramente creduto in lui per la nascita di una Destra autentica per l’Italia. Rivelando peraltro che lo smarrimento di AN non è l’effetto di una crescita sofferta, ma il coltivare sindromi di Peter Pan in un mondo di “cattolici adulti”, lodevole abnegazione di alcuni isolati a parte.
Scandalo? Nessuno. C’è però che in Italia la Destra non c’è. Finiremo come i francesi, imprigionati nel mito di una storia nazionale monca e in parte artefatta tanto incapacitante da partorire solo rassemblement per definizione inidonei a essere quel che dovrebbero essere, cioè vere alleanze nazionali? Può darsi. A dieci anni dalla nascita di AN, però, è triste. Ma soprattutto inquietante.
Marco Respinti

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