Tra chi giura a spada tratta
sulla graniticità del paradigma evoluzionistico e chi ritiene le teorie
di Charles Darwin poco più che risibili divampa il dibattito,
addirittura lo scontro. Eccovi le nostre testimonianze Dal Dom del 18 marzo 2006: Scimmia o disegno intelligente?, a cura di Andrea Lavazza Dal Dom dell'8 ottobre 2005: Che la scienza moderna voglia distinguersi per fideismo oscurantista?, di Marco Respinti; Un caso molto, molto intelligente, di Giulio Dante Guerra; I manuali scolastici di scienze, uno sfacelo, di Andrea Bartelloni Dal Dom del 3 settembre 2005: Disegni intelligenti e zucconi, di Marco Respinti; Dietro il mondo c’è qualcuno, di Philip Larrey; Finalmente una sfida seria alla religione evoluzionista, di Guglielmo Piombini Dal Dom del 4 ottobre 2003: Agnostici, fieri agnostici, di Marco Respinti; Ciao Darwin, di Giuseppe Sermonti e Paolo Zanotto 18 marzo 2005 Scimmia o disegno intelligente? Edoardo
Boncinelli, Fiorenzo Facchini, Lodovico Galleni, Giuseppe Sermonti.
Quattro eminenti scienziati a confronto. Anticipazione da Vita e
Pensiero, il bimestrale di cultura e dibattito dell’Università
Cattolica del Sacro Cuore di Milano Il
recente dibattito italiano sulle teorie che cercano di dare conto del
percorso che ha condotto alla attuale configurazione della biosfera
sulla Terra, ovvero quale sia l’origine della vita e come si sia giunti
alla diversità osservabile, comprendente la specie Homo sapiens
sapiens, ha visto molte semplificazioni e forzature ideologiche. Uno
dei motivi è dato dal fatto che ci si è concentrati più sulle
conseguenze “filosofiche” e “politiche” delle diverse prospettive che
sul loro merito scientifico. Ciò è comprensibile in quanto la maggior
parte delle persone deve maneggiare “a scatola chiusa” molte delle
teorie o parti di esse, non avendo gli strumenti (non solo
intellettuali, ma anche materiali) per valutarle; può tuttavia
legittimamente interloquire quando se ne estrapolano visioni del mondo
in contrasto con la propria. Il cosiddetto Intelligent Design (ID,
disegno – ma più propriamente – progetto intelligente) è una posizione
che si propone di mettere in discussione i fondamenti delle teorie
evoluzionistiche darwiniane, contestando in particolare la casualità
dell’intero processo biotico e affermando invece che esso richiede,
almeno in alcuni suoi snodi fondamentali, l’intervento di un’entità
intelligente capace di orientare l’evoluzione secondo un progetto
culminato con l’uomo. Si tratta di una teoria “reattiva”, nata
nel contesto statunitense (recentemente esclusa dai programmi
scolastici in base a una sentenza giudiziaria, benché la controversia
rimanga aperta), che si comprende soltanto di fronte a un darwinismo
trasformatosi, con alcuni suoi esponenti anglosassoni (da Huxley ad
Hamilton fino a Dawkins), anche in “religione secolare” apertamente
schierata per l’ateismo. Se si assume che la scienza (perfino una
scienza “storica” come la biologia evoluzionistica, che utilizza più
concetti che leggi) debba essere sempre aperta alla falsificazione,
l’ID sta ai confini estremi e, in molte sue forme, se non in tutte, va
collocato al di fuori di tali vincoli epistemici. Ciò non significa che
il darwinismo sia un paradigma univoco e senza lacune. Né che non ponga
problemi all’antropologia cristiana. Ne abbiamo parlato con quattro
studiosi: Edoardo Boncinelli, Fiorenzo Facchini, Lodovico Galleni e
Giuseppe Sermonti. Darwin è un punto di riferimento per tutti,
positivo o negativo, ma dall’«Origine delle specie» del 1859 molto è
accaduto. Qual è oggi lo status della teoria dell’evoluzione biologica?
Quali i suoi assunti fondamentali e che tipo di prove vi sono a suo
favore? Quali i punti controversi, i fenomeni che non hanno ancora
spiegazione? Al riduzionismo centrato sui geni si affiancano approcci
complementari, come lo strutturalismo di Gould, l’autoorganizzazione di
Kauffman, la teoria dei sistemi di sviluppo della Oyama, la teoria
gerarchica di Eldredge, l’Evo-Devo… E anche visioni radicalmente
alternative come l’Intelligent Design. Cerchiamo di fare un po’
d’ordine, dal vostro rispettivo punto di vista. BONCINELLI:
Darwin ha proposto 150 anni fa che: 1) tutte le specie oggi viventi
sono derivate per discendenza diretta da un gruppo di organismi
primordiali vissuti sul pianeta molto tempo fa (circa 4 miliardi di
anni); 2) tutto ciò è accaduto grazie a due semplici meccanismi, la
variazione e la selezione. Benché sia passato tanto tempo, lo schema
esplicativo rimane sostanzialmente lo stesso se alla parola
“variazione” si sostituisce “mutazione”. La teoria attuale, che
possiamo chiamare neodarwinismo, è una versione riveduta e corretta
dell’originaria proposta darwiniana. Ha preso un assetto quasi
definitivo intorno al 1930 e viene continuamente aggiornata, come tutte
le teorie scientifiche, sulla base di sempre nuove risultanze
sperimentali. Che cosa è cambiato in questi 150 anni? Si è imparata
un’incredibile quantità di cose sulla trasmissione ereditaria dei
caratteri biologici. Darwin non conosceva neppure l’esistenza dei geni.
Possiamo quindi precisare che le mutazioni sono casuali, determinate
cioè da cause non note, ma non eliminabili. Sono inoltre non
programmate e neppure direzionali. Esistono mutazioni vantaggiose,
ma la grande maggioranza di esse è deleteria. La selezione naturale non
è un agente e neppure una forza specifica. Diamo questo nome a quel
complesso di fenomeni naturali che nei fatti favoriscono alcuni
individui, concedendo loro di lasciare una prole più abbondante, e ne
puniscono altri. La selezione non “sceglie” il più adatto, come si dice
di solito (chi è il più adatto?), ma si limita a concedere agli
individui una fertilità differenziale, chiamata in inglese fitness.
Riteniamo oggi che il caso giochi un ruolo molto più rilevante di
quanto pensasse Darwin. La teoria spiega bene quello che è successo
negli ultimi 600 milioni di anni, meno bene quello che è successo nei
precedenti 3 miliardi di anni, per niente quello che è successo prima.
GALLENI: Occorre innanzitutto una definizione: il termine evoluzione
indica che i viventi che oggi vediamo sono il prodotto di un processo
di trasformazione irreversibile avvenuto nel tempo, e sono collegati
tra loro da relazioni di discendenza divergente. Questo aspetto è il
risultato di una ricerca di tipo storico altrettanto provata quanto è
provata l’esistenza dell’impero romano. È quindi un fatto ormai
acquisito nel bagaglio delle conoscenze dell’umanità. Per quel che
riguarda i meccanismi che spiegano come l’evento storico evoluzione sia
avvenuto e stia procedendo, abbiamo a che fare con teorie. Quella oggi
maggiormente accettata si rifà al “darwinismo”, cioè alla teoria della
selezione naturale proposta nella seconda metà del XIX secolo da due
naturalisti inglesi: Charles Robert Darwin e Alfred Russell Wallace. La
teoria spiega l’evoluzione come risultato dei meccanismi che
determinano gli adattamenti dei viventi. Essi hanno forma e strutture
che permettono di svolgere in maniera efficiente i due compiti che sono
loro propri, cioè sopravvivere e riprodursi. Per alcuni autori della
scienza classica, come Galeno, gli adattamenti erano il risultato
dell’opera provvidente e previdente di un Demiurgo che aveva ordinato
l’universo portandolo dal caos all’ordine. La scienza moderna ha
liberato la teologia dagli impacci di questo legame epistemologico e
cercato nei meccanismi dell’evoluzione le ragioni dell’adattamento; per
questo competono alla scienza non solo le descrizioni morfofunzionali
degli adattamenti, ma anche i meccanismi alla base della loro origine.
Nell’ipotesi di Lamarck le strutture ordinate degli adattamenti
derivavano dall’influenza diretta dell’ambiente sul vivente; le
strutture del corpo cambiano e i cambiamenti vengono poi ereditati.
Nell’ipotesi di Darwin e Wallace vi è una diversità basata sulla
variabilità ereditaria e una competizione tra gli individui di una
specie. Di generazione in generazione l’ambiente sceglie gli individui
che portano le caratteristiche che favoriscono il successo nella
competizione per la sopravvivenza. Da qui nasce il problema del caso
darwiniano: vi è una catena di cause che fa nascere la variabilità
ereditaria e una catena di cause che fa sì che l’ambiente (inteso in
senso molto lato) scelga le combinazioni migliori. Ma la variabilità
non nasce in funzione di una risposta diretta all’adattamento. Di fatto
sono due catene di cause sconnesse tra di loro che si incontrano in
maniera casuale. I meccanismi della selezione naturale hanno trovato
molte conferme, ma probabilmente non sono gli unici che determinano
l’origine delle strutture ordinate in biologia. Altre teorie sono
in discussione, quali la teoria organismocentrica, secondo cui le
strutture ordinate sono formate per autoorganizzazione (ad esempio, le
strutture geometriche del fiocco di neve), o la teoria della Biosfera,
secondo cui le strutture ordinate sarebbero un risultato delle leggi
generali che regolano la sopravvivenza del sistema Biosfera. Il ruolo
del caso nelle ipotesi di Darwin-Wallace può fare problema se – e solo
se – viene elevato a strumento di interpretazione metafisica
dell’Universo. Negare alcune conquiste della scienza solo per paura che
possano essere utilizzate in una prospettiva materialistica è un errore
grave. Vi è infine l’ipotesi dell’Intelligent Design, che è però da
escludere in quanto pessima scienza e pessima teologia. SERMONTI:
Un serio problema per chi si dispone a trattare il tema dell’evoluzione
biologica è, a mio avviso, la mancanza di una definizione condivisa di
quel processo. Il riferimento a Darwin non chiarisce i termini. Fautore
della trasmissione dei caratteri acquisiti (pangenesi), egli è
considerato il loro negatore; dubbioso sulle possibilità della
selezione naturale, è trattato come panselezionista; interessato
all’origine delle specie, gli è attribuita la teoria dell’origine dei
tipi; fautore della selezione sociale e del razzismo, è dipinto come un
modello educativo… Dell’evoluzione esistono almeno tre definizioni: 1)
passaggio lento e graduale degli organismi viventi da forme inferiori e
rudimentali a forme sempre più complesse (Devoto-Oli); 2) preservazione
delle razze favorite nella lotta per la vita (Darwin); 3) processo che
da una popolazione (in conseguenza di mutazione e selezione) ne fa
discendere un’altra con caratteristiche diverse (Helena Curtis). In
sintesi: 1) progresso; 2) adattamento; 3) cambiamento. Nessuno dei tre
dà conto dell’origine delle specie, piuttosto riconducibile
all’isolamento ambientale. Un’importante contrapposizione si ha tra la
visione genocentrica (selettiva) e quella organicista (con le teorie di
campo e l’enfasi sulla regolazione). Il paradigma genocentrico non
chiarisce il problema morfogenetico (perché una mosca non è un
cavallo?) e prelude al biotech e all’eugenetica. Il paradigma
organicista fa in genere riferimento a un “ordine predisposto” e
utilizza concetti come bellezza, ordine, coerenza, significato, scopo.
L’Intelligent Design oppone al neodarwinismo la convinzione che
l’enorme complessità della vita non può essere stata raggiunta per puro
caso, o che una struttura complessa (come l’occhio o una trappola per
topi) non può essere conseguita per gradi, dato che essa si rende
utilizzabile soltanto quando è completa. FACCHINI: È molto
comune l’identificazione della teoria dell’evoluzione con il
darwinismo, ma non è corretto. Darwin ha sostenuto l’evoluzione della
vita sulla Terra, come avevano fatto altri prima di lui, e ne ha dato
una spiegazione attraverso la selezione naturale che opera sulle
variazioni casuali della specie. È una teoria nella teoria. Vi sono
scienziati che sostengono l’evoluzione, ma ritengono che il meccanismo
suggerito da Darwin non sia adeguato per spiegare tutto il processo
evolutivo e postulano programmi interni o regole biologiche particolari
che ancora non conosciamo. Ora, mentre il modello di Darwin ha a suo
favore fenomeni noti a livello microevolutivo, e quindi ci si muove sul
piano delle osservazioni empiriche, vari critici del darwinismo si
muovono in campi soltanto ipotizzati o ancora da esplorare. Del tutto
lontani dall’ambito scientifico quelli che ricorrono a un agente
superiore intelligente che sarebbe intervenuto nel corso della
evoluzione per orientarla in un senso o nell’altro e per realizzare
strutture più complesse. Non è metodologicamente corretto invocare
interventi esterni per surrogare quello che non conosciamo ancora ma
che può rientrare nell’orizzonte della scienza, per non dire che
facendo ricorso a un ordinatore esterno per correggere e orientare in
determinati momenti il cammino dell’evoluzione viene da chiedersi
perché egli non sia intervenuto a evitare certi fenomeni catastrofici
della natura, eventi dannosi oppure senza significato. L’ID non può
essere una visione alternativa a quella scientifica, perché esce
dall'ambito della scienza. La teoria dell’evoluzione è coerente con
quanto si va scoprendo in vari settori della scienza (paleontologia,
anatomia comparata, genetica, biologia molecolare…). Essa rappresenta
una spiegazione plausibile della documentazione fossile che possediamo,
rende ragione dell’intima affinità biologica fra i viventi e ne
suggerisce delle parentele, anche se restano avvolte in una certa
oscurità le cause e le modalità del processo evolutivo. Per quanto si
riferisce all’evoluzione umana, c’è una fase preumana, precedente e
preparatoria, ramificata e complessa, che nell’ultimo secolo si è
arricchita di numerosi reperti, come pure è documentata una forma umana
alquanto diversa da quella attuale, che si prolunga per molto tempo e
costituisce l’umanità fossile, i veri antenati dell’uomo moderno.
Dal dibattito emergono prospettive non facilmente conciliabili.
Proviamo a precisare, ciascuno rispondendo alle posizioni diverse dalle
proprie. GALLENI: Mi pare che si possa affermare chiaramente
che vi è un accordo generale sull’evoluzione come evento storico. Più
ampia è invece la discussione sui meccanismi. Indubbiamente vi è un
diffuso consenso sulle capacità esplicative della revisione del
darwinismo compiuta negli anni Trenta-Quaranta del secolo scorso che va
sotto il nome di Sintesi moderna, ma vi sono anche proposte diverse
oggi oggetto d’indagine. Ci troviamo di fronte a una situazione di
pluralismo teorico che è forse l’aspetto più interessante collegato
alla costruzione delle teorie in biologia evolutiva. Un altro aspetto
importante è che le teorie scientifiche, e quindi anche quelle che
riguardano l’evoluzione, si costruiscono non solo sulla base di
osservazioni ed esperimenti ma anche attorno a una parte metafisica nel
senso letterale del termine, che risente delle idee filosofiche e
religiose dello scienziato e degli ambiti sociali in cui si è formato e
vive. Così è stato anche per Darwin. Per quel che riguarda il rapporto
tra evoluzione e teologia, importante è la consapevolezza di un
particolare agire di Dio. Dio non interviene continuamente nella natura
facendole superare vari gradi di complessità e lasciando i segni ben
visibili di un “disegnatore intelligente”, al contrario lascia che la
natura stessa si faccia grazie a meccanismi caratterizzati dall’assenza
di un determinismo stretto e dall’emergenza del nuovo non prevedibile.
Il segno fondamentale della visione odierna della natura è quello della
libertà. Il disegno di Dio non è rilevabile nella formazione delle
strutture anche altamente complesse del vivente o in questo o quel
passaggio evolutivo. Lo è invece nel quadro più generale di un universo
che muove verso la complessità e la coscienza e di un essere pensante
che muove verso l’alleanza, la redenzione e la salvezza. Questa visione
sembra porre alla teologia più il problema del futuro dell’umanità che
non quello del passato e delle origini. SERMONTI: Dalle
considerazioni dei miei colleghi l’evoluzione appare un “fatto” ormai
stabilito definitivamente, «come l’Impero romano» (Galleni). Ma
l’impero romano è adattativo, progressivo o variante a caso? Certamente
esso non era prevedibile e non è riproducibile, quindi è storia, non è
scienza. Anche un tramonto è un “fatto”, ripetitivo anche se non
riproducibile, ma diviene scienza solo dopo che se ne siano compresi la
regola e il meccanismo. Dire che una fenomenologia è “un fatto” è
collocarla al più basso livello gnoseologico. I concetti di “stabilito
definitivamente”, come quello di “scientificamente provato”, non fanno
parte della migliore scienza. In merito ai meccanismi dell’evoluzione,
gli ormai secolari processi di mutazione-selezione sono l’uno
degenerativo e l’altro conservativo, e quindi non idonei a dar conto
dell’aumento di complessità. Essi sono insufficienti e sconnessi (per
Galleni) o oscuri (per Facchini), o da sostituirsi con “mutazione” e
“fitness” (per Boncinelli). Ma la mutazione (del Dna) è un aspetto
minore e fondamentalmente “neutrale” della variazione, che include
l’autoorganizzazione (Galleni), il “campo morfogenetico” e, più in
generale, la epigenetica. La “fitness”, poi, non ha a che fare con
innovazione e progresso evolutivo (Boncinelli). D’accordo con tutti
che, per rifare la storia del mondo, non è opportuno invocare agenti
estranei personificati (ciò vale per ogni scienza), ma questo non deve
condurre a rifiutare lo studio di regole e tendenze, per il timore che
emerga un’intenzione trascendente. Eviterei di citare caricature
dell’Agente Esterno, come deus ex machina, dio tappabuchi o demiurgo
incapace di evitare tsunami (Facchini). La nostra lezione finisce con
l’essere adottata dai negatori di tutti i valori, con un carico pesante
di disillusione, confusione e disperazione a carico dell’uomo della
strada. Non deponiamo l’antica saggezza come inservibile. Le regole del
mondo preesistono alla realtà, che non si fa le proprie regole. Questa
visione contrasta con quella del caos totale (del solo caso, di Monod),
dello spazio senza leggi, in cui si insedierebbe accidentalmente la
realtà. Per la Bibbia, persino il Signore è soggetto alle leggi
architettoniche del cosmo (i “programmi interni” [Facchini] o la teoria
della Biosfera [Galleni]). L’evoluzione darwiniana non prova
l’esistenza o la non esistenza di Dio, ma storicamente, politicamente,
filosoficamente non si può negare che essa sia stata e rimanga
l’argomento più potente per dichiarare la morte di Dio. La mia
conclusione è che, in materia di evoluzione, sappiamo poco e che, con
l’accumularsi della conoscenza, il mistero aumenta, non diminuisce.
BONCINELLI: Non ho molto da dire a Facchini e Galleni. A Sermonti
potrei obiettare che la sua proposta organicista, preferita a quella
geocentrica, non ha mai prodotto niente se non, sia detto senza offesa,
chiacchiere. Quanto poi al fatto «che l’enorme complessità della vita
non può essere stata raggiunta per puro caso», mi piacerebbe sapere
perché. Sarebbe interessante sapere in base a quali principi si fanno
affermazioni del genere. FACCHINI: La teoria di Darwin resta
al momento il modello interpretativo più fondato sul piano scientifico.
È difficile contestarla a livello microevolutivo. La sua estensione a
tutto il processo evolutivo rappresenta la vera grande sfida. Come pure
la ricostruzione delle tappe, dei meccanismi e delle modalità con le
quali si è svolta, cui accenna Sermonti. È un’impresa che darà da fare
agli studiosi per moltissimo tempo. In particolare, restano aperti i
problemi relativi alle cause delle mutazioni e del formarsi delle
grandi direzioni evolutive, in tempi non illimitati ma necessariamente
brevi. Anche la crescita della complessità è lungi dall’essere spiegata
in modo esaustivo. Vanno tenute presenti le mutazioni a livello di geni
regolatori di piani organizzativi, specialmente nella morfogenesi, ma
non sappiamo per quali cause e con quali modalità. Si possono invocare
altri fattori di ordine interno alle specie (principi d’ordine o
regole...), ma al momento non si conoscono o si tratta di pure ipotesi.
In ogni caso vorrei sottolineare, in relazione all’intervento di
Boncinelli, che il successo delle nuove strutture che si formano
richiede la coincidenza tra mutazioni genetiche e cambiamenti
ambientali favorevoli. I fattori ambientali non sono casuali (come le
mutazioni nella teoria darwiniana), ma determinati da eventi di ordine
fisico a loro volta dipendenti da leggi o proprietà del Sistema Solare
e dell’Universo. L’enfasi sul caso, quasi fosse un demiurgo che spiega
tutto il processo evolutivo, è una implicita ammissione della nostra
ignoranza su un argomento di cui pretendiamo di sapere tutto.
Dalle diverse prospettive circa l’origine e l’evoluzione della vita è
lecito estrapolare conclusioni applicabili ad ambiti esterni alla
biologia? La nostra visione dell’uomo viene toccata direttamente dalla
teoria evoluzionistica? Che atteggiamento dovrebbero avere gli
scienziati, e gli intellettuali in genere? FACCHINI: In ogni
campo ci si deve muovere con le metodologie specifiche e non sarebbe
corretto estrapolare metodi e conclusioni per applicarle ad altri
settori. Possono tuttavia esservi problemi e istanze che emergono dalla
scienza e si affacciano su altri settori della conoscenza (come la
ricerca di significato, le ragioni ultime, il finalismo). Esse saranno
affrontabili in contesti diversi con le specifiche metodologie. In ogni
caso, tra religione e scienza c’è un ambito, quello filosofico, che non
dovrebbe essere scavalcato. La visione cristiana dell’uomo può essere
chiamata in causa non dal fatto evolutivo in sé, ma dalla pretesa di
volere spiegare tutto con i metodi della scienza, in una visione
chiaramente riduttiva della conoscenza. SERMONTI: È noto che
Darwin ha tratto ispirazione da ambiti esterni alla biologia (da
Malthus, ad esempio). Egli ha altresì dato credito naturalistico a
visioni commerciali, coloniali e conflittuali della società. Come
sostenne Monod, la scienza deve ignorare i valori e adottare il
principio di obiettività, ma l’esclusione del significato ha condotto a
una concezione disperata (esistenzialista) del mondo. La scienza si
sviluppa astraendo alcune variabili dal complesso della realtà; compie
un errore quando intende ricostruire e gestire la realtà con le sue
astrazioni (scientismo). La prevalenza dei più adatti come criterio di
sviluppo è adottabile in certi ambiti astratti, ma non deve condurre
agli auspici darwiniani, quali “tra tutti gli uomini deve esservi lotta
aperta” o “le razze umane più civili stermineranno e si sostituiranno
in tutto il mondo a quelle selvagge.” La scienza dovrebbe importare
nella vita le sue nozioni, ma non come articoli di fede, e il suo
“metodo”, ma solo come strumento di conoscenza e non come prassi.
GALLENI: L’evoluzione porta a cambiamenti fondamentali nella visione
dell’uomo, ma sono cambiamenti che comunque rappresentano uno stimolo
importante per comprendere meglio il progetto di Dio sull’uomo e sulla
creazione. Di fatto, seguendo la lezione di Pierre Teilhard de Chardin,
l’evoluzione estende a tutta la creazione il concetto di muoversi verso
che la Bibbia considera una caratteristica dell’umanità. L’umanità
muove verso l’alleanza, la redenzione e la salvezza e questo muoversi
verso si innesta armonicamente con un universo che muove verso la
complessità e una vita che muove verso la complessità e la coscienza.
Da questo punto di vista l’evoluzione chiarisce meglio il significato
del testo biblico collegando la storia dell’uomo con la storia
dell’evoluzione dell’Universo. BONCINELLI: L’evoluzione della
vita credo non dia fastidio a nessuno: a chi importa l’origine del
pescecane o della felce? Ciò che fa discutere credenti e non credenti è
l’origine dell’uomo. La mia posizione personale è chiara. Dal punto di
vista scientifico, non c’è oggi alcun dubbio su come siano andate le
cose. Dal punto di vista non scientifico, non solo non mi disturba il
fatto che siamo originati da antenati scimmioidi, ma questo mi dà un
motivo di orgoglio in più: visto come siamo partiti, ne abbiamo fatta
di strada. I paradigmi evoluzionistici entrano in collisione
con la fede cristiana rivelata e il magistero della Chiesa? La
distinzione degli ambiti di scienza e religione è una risposta
sufficiente? Non c’è a volte, su entrambi i fronti, un’eccessiva fretta
di portare nel proprio campo ciò che più piace del campo opposto e di
rifiutare ciò che è scomodo? SERMONTI: L’idea di evoluzione,
in senso lato, è compatibile con la rivelazione cristiana, e
segnatamente con il suo carattere storico. Non lo sono invece alcune
posizioni, come quella dello spirito “emergente dalle forze della
materia” (Giovanni Paolo II) o quella della natura come “prodotto
casuale, senza senso, dell’evoluzione” (Benedetto XVI). Non si tratta
di disaccordo su risultanze scientifiche (la Chiesa non avrebbe voce in
capitolo), ma su visioni filosofiche che sono competenze sia della
Chiesa sia della scienza. Una scienza che rifiuta tutto ciò che non
passa attraverso i suoi esperimenti e le sue statistiche si pone nella
stessa posizione di una confessione religiosa che condanna tutto ciò
che non proviene dalla rivelazione o dal magistero. Riporto quanto
scrissi nel 1982: «Sollevate dal loro moralismo (oggi si direbbe
“fondamentalismo”) e rivolte verso la maestà, la grazia e il mistero
dell’essere, la conoscenza religiosa e quella scientifica possono
incontrarsi e allearsi». Seguendo il ragionamento che stiamo
sviluppando, in un’ottica evolutiva, l’umanità come imago dei acquista
una prospettiva più feconda. GALLENI: L’uomo innanzitutto non
deriva da un pugno di impuro fango, ma è la ricapitolazione di tutta la
creazione (come affermò Filippo De Filippi, il primo darwinista
italiano che era anche un buon cattolico). Grazie alle indagini di
biologia evolutiva, l’imago dei si arricchisce anche della visione
drammatica della vita: l’uomo è imago dei anche con tutto il carico di
dolore, sofferenza e morte che deriva dall’evoluzione. In definitiva, è
questo il contributo più importante che la teoria della selezione
naturale porta al dibattito con la teologia: le ipotesi di Darwin e
Wallace unificano il tempo come Galileo aveva unificato lo spazio.
FACCHINI: Il paradigma evoluzionistico non entra in collisione con la
religione se entrambi si muovono nei rispettivi ambiti e competenze.
Non è solo questione di ammettere la creazione e un’evoluzione secondo
il disegno di Dio. La visione evolutiva meglio si inquadra in
un’economia divina che utilizza per i suoi fini le cause seconde,
quelle che regolano i cambiamenti genetici e ambientali, entrambi
necessari per l’evoluzione dei viventi. Nella luce dell’evoluzione si
coglie un nuovo valore della creazione, come avvenimento che si estende
nel tempo, e del rapporto di Dio con la natura. Giovanni Paolo II parla
di una creatio continua, che si manifesta attraverso l’evoluzione. È
una visione dinamica della vita, che coglie la sua dimensione storica,
sulla quale si innesta l’opera cosciente dell’uomo, quasi come
continuazione della creazione realizzata attraverso l’evoluzione.
BONCINELLI: Le gerarchie cattoliche hanno “aperto” qualche anno fa alle
teorie evoluzionistiche, a parte il “salto ontologico” al quale ci
troveremmo di fronte con la comparsa dell’uomo sulla Terra. Ma io
ritengo che all’evoluzione non creda seriamente quasi nessuno in questo
Paese, nemmeno i laici più convinti. Che cosa si dovrebbe
insegnare nelle scuole dei vari ordini, posto che dalla scuola passa
ciò che le nuove generazioni di solito conoscono di un campo
specialistico, sul quale difficilmente avranno modo di compiere
ulteriori approfondimenti? BONCINELLI: Mi piacerebbe che
venisse insegnata un po’ di scienza, intesa come mentalità e come
cultura scientifica. Qualcuno lo fa, altri no, ma anche quelli che lo
fanno subordinano spesso la scienza ad altre cose. Basta fare pochi
chilometri oltre confine per rendersi conto dell’unicità della
situazione italiana. FACCHINI: Il tema dell’evoluzione
dovrebbe trovare posto sia nei programmi di scienze sia in quelli di
filosofia e di religione, per gli aspetti che li possono riguardare. In
particolare, la religione e la filosofia dovrebbero dare spazio al modo
con cui può essere visto il rapporto tra creazione ed evoluzione nelle
diverse concezioni della realtà, alla ricerca di significato per
l’Universo e per la vita. Per quanto si riferisce propriamente alla
scienza, si dovrebbe offrire un quadro della storia della vita sulla
Terra, in relazione anche ai diversi ambienti, facendo emergere le
affinità che legano le varie specie, uomo compreso, agli altri viventi
e al mondo della natura. L’uomo rientra nell’ordine dei primati, ma si
dovrebbe ricordare che è l’unico essere che ha consapevolezza di sé ed
è in grado di modificare intenzionalmente l’ambiente.
SERMONTI: Nelle scuole si dovrebbe presentare prima un quadro empirico
della natura, libero e descrittivo, poi fornire gli strumenti teorici
per l’indagine. In questa seconda fase si dovrebbe insistere più sul
metodo che sulle conclusioni, evitando di dare alcunché come accertato
definitivamente (lo “scientificamente provato”). In altre parole, va
insegnata prima l’aritmetica, poi l’algebra; prima l’esperienza che la
teoria (pur considerando che un minimo di teoria è utile per fare
esperienza). GALLENI: Indubbiamente va insegnata l’evoluzione
come parte fondamentale della descrizione scientifica del nostro
Universo, sottolineando che si tratta di un contributo che la scienza
ha dato per permettere di comprendere anche il senso della presenza
dell’uomo nella natura. Si possono insegnare le teorie che cercano di
spiegare i meccanismi evolutivi, chiarendo bene però che, mentre
l’evoluzione come evento storico è ormai provata, le teorie sono ancora
in piena discussione, anche se la maggior parte degli scienziati
propende per quella darwiniana. Infine, è necessario spiegare i
contributi che l’evoluzione dà alla filosofia e alla teologia. Questo è
un compito da scuole superiori ed è reso difficile dal fatto che spesso
gli insegnanti di religione non partecipano a questa parte della
programmazione didattica. Sarebbe infatti importante evitare che
passino letture strettamente materialistiche dell’evoluzione. a cura di Andrea Lavazza
8 ottobre 2005 Che la scienza moderna voglia distinguersi per fideismo oscurantista? Nel
1925 il 24enne John T. Scopes, che allenava la squadra di football
della scuola ma che un giorno s’improvvisò docente di scienze, si
prestò a una provocazione palese che portò in tribunale l’insegnamento
della teoria evoluzionista darwiniana vietato nelle scuole del
Tennessee da una legge varata solo poche settimane prima. Fu un caso
clamoroso, di rilievo nazionale e non solo. L’avvocato dell’accusa fu
William Jennings Bryan, ben noto per essere stato candidato tre volte
alla presidenza degli Stati Uniti dal Partito Democratico con una
piattaforma di tono populistico. Cristiano fondamentalista, era stato
il grande sponsor della controversa legge del Tennessee. Il processo fu
piuttosto singolare, per non dire strano. Si gettò a pesce
sull’evoluzionismo nelle scuole, ma, dopo un avvio tra fuochi e fiamme,
accantonò la questione centrale e usò la ghiotta occasione solo per
imbastire una colossale filippica contro i “creazionisti”. Alla fine
Scopes fu condannato a pagare una multa e Bryan, cinque giorni dopo la
sentenza, esausto per il duro confronto che aveva animato il
dibattimento, morì. Negli Stati Uniti l’eco di quegli
avvenimenti, oramai lontani negli anni, non si è mai spento. Anzi,
fornisce continuamente nuova linfa a chi iniziò a gridare allo scandalo
allora ma ancora oggi non ha smesso. Oltreoceano si è infatti appena
aperto un nuovo processo al darwinismo, segno di una vicenda mai sopita
e della rilevanza pubblica che in quel Paese hanno i temi che toccano o
che s’intrecciano alle questioni morali. A Harrisburg, Stato della
Pennsylvania, il 26 settembre si è inaugurato il dibattimento sul caso
“Kitzmiller et. al. v. Dover Area School District” che verte sulla
possibilità d’insegnare nelle scuole statunitensi pure la teoria del
“progetto intelligente” così come auspicato all’inizio del mese di
agosto scorso anche dal presidente George W. Bush jr. I contrari
dicono che il farlo violerebbe la rigida separazione fra Stato e Chiese
che è sancita a chiare lettere dalla Costituzione federale americana,
ma è solo un capitolo nuovo di una storia antichissima. Ammesso e non
concesso che la separazione sia così rigida e così esplicita nel senso
che certuni vogliono attribuirle, se separando lo Stato dalle Chiese la
Costituzione federale prescrivesse il laicismo più estremo, il favorire
pubblicamente il materialismo più dogmatico configurerebbe la medesima
violazione giacché promuoverebbe un “credo secolare” a religione di
Stato. Ma il punto è un altro, e rende questa vicenda interessante e importante anche fuori dagli USA.
Il punto è infatti cosa siadavvero la scienza. Se essa sia, cioè, solo
un dogma razionalistico che non può essere discusso ma solo supinamente
accettato, oppure uno sforzo di conoscenza del reale che per metodo
prevede esattamente la ricerca, l’umiltà, l’apertura e la disponibilità
a cambiare idea. Non è il caso di citare qui il citatissimo Thomas S.
Kuhn, ma di suo la scienza, a meno che non voglia farsi oscurantista, è
proprio il luogo del continuo mutamento, del continuo aggiornamento,
del continuo riformismo. Altrimenti negherebbe se stessa. Affermare
l’evoluzionismo darwiniano e neodarwinista basandosi sul fatto che
metterlo in discussione significa essere antiscientifici per
definizione è la prova peggiore che la ragione umana possa dare di sé.
La ricerca più seria – come qui si documenta – offre peraltro molti
spunti illuminanti. La scienza moderna deve solo decidersi e dire se
vuole passare alla storia per laica o fideista. Marco Respinti * * * * * Un caso molto, molto intelligente Il
neodarwinismo è di gran moda. Negli USA trascina in tribunale chi dice
che è solo una ipotesi, e nemmeno delle più raffinate; da noi resiste
nella forma della teoria della “generazione spontanea”. Ecco come e
perché sarebbe meglio abbandonarla invece al più presto
Spiegare l’esistenza di tutta la varietà, complessità e bellezza degli
esseri viventi nei termini di una pura e semplice concatenazione di
cause meccaniche e di fattori materiali: questa è una delle pretese di
quello scientismo materialistico che – dopo l’implosione, negli ultimi
anni del secolo scorso, del suo fratello-nemico, il materialismo
dialettico – è rimasto lo strumento più usato dall’establishment
culturale per dare un’apparenza di “scientificità” a una visione
meccanicistica del mondo. E va notato che sulla medesima pretesa si
basa pure la visione in apparenza “alternativa”, quella del vitalismo
panteistico tipico per esempio dei “verdi” e degli ecologisti in
genere, il cui esempio più famoso è l’“ipotesi di Gaia” formulata dello
scienziato britannico James E. Lovelock. Uno dei “nodi”
fondamentali della storia della vita sulla Terra è, ovviamente, quello
della sua comparsa. Un “nodo” così complesso che lo stesso Charles
Robert Darwin (1809-1882) preferì lasciarlo insoluto, aggirando più o
meno elegantemente il problema. Eppure scioglierlo, quel nodo
dell’origine della vita, era nondimeno indispensabile per l’intera
costruzione filosofica darwiniana. Se i primi viventi non si sono
“evoluti” dalla materia per cause puramente meccaniche, infatti, a che
scopo attribuire ai ciechi meccanismi delle “piccole variazioni
casuali” e della “selezione naturale” la successiva comparsa di tutte
le specie animali e vegetali? La teoria secondo cui la vita
sarebbe sorta casualmente dalla materia inorganica non è, in fondo, che
la versione moderna di una credenza vecchia, probabilmente, quanto
l’osservazione superficiale della natura: la “generazione spontanea”.
Quella, per intenderci, che un tempo faceva ritenere che le anguille
nascessero dalla melma dei fiumi, le zanzare dai miasmi delle paludi,
le mosche dalla carne putrefatta, e altre favolette simili.
L’infondatezza di credenze così fu dimostrata sperimentalmente da
Francesco Redi (1626-1698) nel 1668 per gl’insetti, dall’abate Lazzaro
Spallanzani (1729-1799) nel 1748 per i protozoi e da Louis Pasteur
(1822-1895) nel 1861 per i batteri. Tutti e tre gli scienziati
dovettero faticare molto per fare accettare le proprie scoperte. Ma,
mentre Redi dovette lottare solo contro i pregiudizi di sedicenti
“conservatori”, Spallanzani e più ancora Pasteur si trovarono di fronte
l’opposizione dei “progressisti”, che della generazione spontanea
facevano il supporto “scientifico” di una filosofia materialistica. Al
contempo, in un contesto più “sotterraneo”, tale “necessità” sussisteva
anche per un certo pseudospiritualismo di matrice gnostica: lo
scienziato positivista, almeno allora, era spesso anche un
frequentatore di sedute spiritiche. Fa testo, magistralmente, il caso
dello psichiatra Cesare Lombroso (1835-1909). Tutto fa brodo
È chiaro che, partendo da un simile preconcetto, non si poteva fare a
meno di cercare il modo di riaffermare quello che l’esperienza
scientifica aveva negato. E il modo è stato trovato, e contrabbandato
per “prova scientifica”, ricorrendo a due accorgimenti. Primo, il
classico “parlar difficile”, sostituendo il vecchio e screditato
termine “generazione spontanea” con espressioni altisonanti, utilissime
pour épater le bourgeois, quali “abiogenesi”, “fase prebiotica
dell’evoluzione”, “evoluzione chimica”, e analoghi. Secondo, la
retrodatazione della presunta “abiogenesi” a lontanissime ere
geologiche, in condizioni ambientali non verificate né verificabili, ma
“ricostruibili in laboratorio”, in cui – si afferma – sarebbe potuto
avvenire quello che oggi è impossibile. Sull’origine della vita, i
manuali scolastici ripetono ancor oggi, sostanzialmente, la teoria
elaborata, una ottantina di anni fa, dal biologo sovietico Aleksàndr
Ivànovic Oparin (1894-1980): in un’atmosfera primordiale composta di
metano, idrogeno, ammoniaca, azoto e vapore acqueo, le radiazioni
ultraviolette solari e le scariche elettriche dei fulmini avrebbero
provocato la sintesi di composti organici, tra cui amminoacidi, purine
e pirimidine. Tali composti, disperdendosi negli oceani,
avrebbero formato il cosiddetto “brodo prebiotico”, nel quale, per
reazioni chimiche successive, si sarebbero formate, sempre casualmente,
le prime biomolecole – soprattutto proteine, ma anche acidi nucleici –
e, infine, i primi organismi viventi. Successivamente, verso la
metà del secolo, il chimico statunitense Stanley Lloyd Miller ne
avrebbe trovato le “prove sperimentali” allorché, facendo passare
scariche elettriche attraverso miscele gassose di metano, ammoniaca,
vapore acqueo e idrogeno, ottenne una miscela di composti organici da
cui isolò, tra l’altro, alcuni amminoacidi. Siccome gli
amminoacidi sono i componenti fondamentali delle proteine, di cui sono
costituiti i tessuti biologici, l’origine spontanea e casuale della
vita dalla materia inorganica verrebbe in questo modo “dimostrata” e
gli esperimenti compiuti nel mezzo secolo successivo non sarebbero
altro che “conferme”. In realtà, le cose non sono così semplici. I
“composti prebiotici”, sintetizzati negli esperimenti di Miller e in
quelli compiuti successivamente da lui e da altri ricercatori, sono
solo una minima percentuale dei prodotti ottenuti. Per di più, nessuno
di tali esperimenti ha mai prodotto contemporaneamente tutti i venti
amminoacidi presenti nelle proteine. Sono stati ottenuti invece – e
spesso in quantità maggiore dei primi – anche amminoacidi che non si
ritrovano nelle proteine. Le difficoltà salgono però alle stelle
quando si passa alla seconda fase dell’“evoluzione chimica”, quella in
cui le “molecole prebiotiche” avrebbero reagito fra loro per formare
polisaccaridi, polipeptidi (e poi proteine) e polinucleotidi (e poi
acidi nucleici), i quali, unendosi, avrebbero formato i primi
organismi. Qui, infatti, il “caso” invocato dagli abiogenisti si rivela
molto, molto intelligente. La prima difficoltà consiste nella
chiralità della maggior parte delle sostanze di origine biologica,
dovuta alla dissimmetria sterica delle molecole. Ovvero: gran parte
delle molecole organiche sono prive di piani di simmetria e dunque
possono esistere in due forme distinte (dette enantiomeri), le quali si
distinguono per essere l’una l’immagine speculare dell’altra, così come
la mano destra lo è della sinistra. Donde, appunto, il nome di
“molecole chirali”, dal greco chéir, mano. Per favore, giù le mani
Ora, tutte le molecole chirali di origine biologica sono enantiomeri
puri: per esempio, tutti gli amminoacidi presenti nelle proteine sono
“a forma di mano sinistra”, mentre tutti gli zuccheri presenti negli
acidi nucleici, oppure nei tessuti e nelle strutture biologiche, sono
“a forma di mano destra”. Invece, tutti i presunti “precursori
prebiotici” sono racemi, ossia miscele di quantità uguali
dell’enantiomero “destro” e di quello “sinistro”, che non si sa come
possano essersi separati da soli senza l’intervento di un chimico con
l’intelligenza e la cultura scientifica, almeno, di un Louis Pasteur.
Questa difficoltà era tanto insuperabile che, nel 1984, il chimico
statunitense James Peter Ferris – uno che, una decina di anni prima,
era addirittura riuscito a farsi finanziare dalla NASA una
fantascientifica ricerca sulla fotosintesi di composti organici
nell’atmosfera di Giove – dovette ammettere che quello della chiralità
in natura era un problema insoluto. E per di più verosimilmente
insolubile, a meno di nuove scoperte per definizione imprevedibili. Le
ricerche successive non hanno del resto mai dato risultati
apprezzabili, ergo il problema rimane tutt’ora irrisolto. Anche
l’ipotesi, avanzata cinque anni dopo dal bioceramista statunitense
Larry L. Hench, di una sintesi di macromolecole chirali sulle facce dei
cristalli asimmetrici del quarzo, si rivela – specie agli occhi di un
esperto (come chi scrive) di polimerizzazioni iniziate da materiali
ceramici e vetrosi – parecchio “campata in aria”. Per inciso,
presentando la propria teoria Hench criticò fortemente tutte le
precedenti, compresa quella, ormai “classica”, di Oparin. Una delle
caratteristiche tipiche degli “abiogenisti” è infatti il dissentire fra
loro su tutto meno che sul presupposto filosofico di base: il caso come
“causa prima” dell’origine della vita. Ma non è la chiralità
l’unico problema insoluto. Nelle proteine, non solo la configurazione
sterica, ma anche la sequenza degli amminoacidi è tutt’altro che
casuale; come pure la sequenza delle basi puriniche e pirimidiniche
negli acidi nucleici. Entrambe sono strettamente ordinate alle funzioni
biologiche della macromolecola all’interno dell’organismo. Si può cioè
tranquillamente parlare di un “contenuto d’informazione” insito in tali
sequenze. Un esempio di come si tenda a eludere il problema è il
caso del chimico pisano Pier Luigi Luisi, professore all’ETH di Zurigo,
l’Istituto federale svizzero di tecnologia. Nel 1999, dopo aver
ottenuto dei polipeptidi di lunghezza medio-bassa dalla condensazione
di amminoacidi in presenza di liposomi, Luisi presentò una relazione al
XIV Convegno Italiano di Scienza e Tecnologia delle Macromolecole. Alla
precisa domanda del sottoscritto se i polipeptidi sintetizzati nei suoi
laboratori presentassero o no un contenuto d’informazione analogo a
quello presente nelle proteine biologiche, egli rispose “buttando il
discorso in filosofia”, e per di più in cattiva filosofia. Fu
infatti, la sua, una sorta di rielaborazione del solipsismo insito
nella “filosofia di Copenaghen” con cui, attorno al 1927, Niels Bohr
(1885-1962) reinterpretava il “principio d’indeterminazione” introdotto
da Werner Heisenberg (1901-1976) nella meccanica quantistica:
l’osservazione di una particella subatomica ne altererebbe la velocità
o la posizione. Ossia, in un certo senso, l’osservazione “crea” la
stessa particella osservata. Una “filosofia di Copenhagen” applicata,
per giunta, non alle particelle subatomiche, ma addirittura alle
molecole, anzi alle macromolecole. Le infrazioni del codice
Un’ulteriore difficoltà è il codice genetico, che consiste nella
corrispondenza fra gli amminoacidi delle proteine (la cui sequenza,
come si è già visto, non può essere casuale, dovendo rispondere a
specifiche funzioni biologiche) e le terne delle basi puriniche e
pirimidiniche nell’acido desossiribonucleico, o DNA. A ogni terna
corrisponde un amminoacido, e soltanto quello, mentre lo stesso
amminoacido può essere codificato anche da più terne, cosa che rende
perfettamente indifferente gran parte delle mutazioni del DNA, quale
che sia l’opinione dei neodarwinisti in materia. Si tratta di un
codice universale e apparentemente arbitrario, almeno da un punto di
vista puramente chimico; è l’“enigma”, la cui origine fece quasi
impazzire Jacques Monod (1910-1976), il biologo francese che, nel 1971,
pretese di “divinizzare” il caso con il suo libro Il caso e la
necessità (trad. it. Mondadori, Milano 2001). Com’è noto, una
critica non banale da muovere all’evoluzionismo neodarwiniano è che non
lo si può chiamare affatto una “teoria scientifica”, nel senso
rigorosamente galileiano del termine, giacché esso non è né
verificabile né falsificabile mediante esperimenti mirati, come ribadì,
non molti anni fa, anche il fisico Antonino Zichichi. Ebbene, per
quanto attiene all’origine della vita, che esperimenti di questo tipo
invece li tollera, si può affermare che ogni tentativo profuso è
sostanzialmente fallito. Studi più recenti in materia sembrano
peraltro segnare una svolta, in qualche modo coerente con il sempre più
diffuso prevalere della “ricerca tecnologica” sulla ricerca scientifica
“di base”. Anziché cercare di ricostruire ipotetiche condizioni della
“Terra primitiva”, si cerca di fabbricare in laboratorio la cosiddetta
“vita artificiale”. Vale a dire, sistemi contenenti macromolecole in
grado sia di replicarsi, sia di catalizzare reazioni organiche con
produzione di energia. Il fatto che questo obiettivo, ammesso che possa
essere raggiunto, richieda sintesi molto “mirate” – contraddicendo così
il presupposto filosofico della “totale casualità” – sembra perdere
importanza di fronte all’orgoglio “faustiano” del “creare la vita”.
Neanche il timore di un possibile sfruttamento militare di questi
“pseudobatteri” sintetici sembra infatti frenare gli sforzi di certi
ricercatori. Caso mai...
Ciò che normalmente tacciono i manuali scolastici è, del resto,
l’esistenza di altre teorie sull’origine della vita, teorie definibili
come “non opariniane”. La prima è quella proposta, nel 1981, dal
genetista molecolare italiano Marcello Barbieri, la “teoria
ribotipica”, che fa originare la cellula dalle ribonucleoproteine
attraverso un meccanismo a catena di “quasi-replicazione”, seguito, a
livello già “protocellulare”, da fenomeni di simbiosi. Il merito
principale di questa teoria è quello di escludere, in qualche modo,
“Sua Maestà il Caso” dalla formazione del codice genetico. Ulteriori
sviluppi hanno portato poi Barbieri a proporre un nuovo paradigma per
l’intera scienza biologica, quello della “biologia semantica”, che, in
gran parte, va oltre gli aspetti chimici del problema dell’origine
della vita. Mostra però grandi motivi d’interesse
l’individuazione, da parte di Barbieri, di una terza realtà presente
nei sistemi biologici, oltre alle due comunemente accettate, la chimica
(propria delle proteine) e l’informazione (propria delle sequenze del
DNA): insomma il significato, proprio del codice genetico. Soltanto
questo significato permette infatti di trasferire alle proteine
l’informazione contenuta nel DNA e lo stesso si può dire dei numerosi
altri “codici organici” che si stanno individuando nel mondo biologico.
Tuttavia, per quanto riguarda la fase iniziale, lo stesso Barbieri deve
ammettere che c’è ben poco di certo, anche se dà ai chimici abiogenisti
maggior credito di quanto, da quel che si è visto sopra, meritino.
La seconda, dovuta al chimico-fisico neozelandese Geoffrey A.M. King,
è, da un punto di vista chimico, più “completa” della prima, anche se,
a differenza di quella, non va oltre la fase dell’“evoluzione chimica”.
La teoria parte direttamente dalle leggi della cinetica delle reazioni
chimiche autocatalitiche; successivamente introduce una forma di
“simbiosi” (intesa, ovviamente, in senso molto lato, in pratica una
semplice “fusione” di molecole diverse) già a livello prima molecolare
e poi macromolecolare. La teoria, sotto forma di “modelli” elaborati
mediante il calcolatore, era già stata messa a punto nella seconda metà
degli anni Settanta del secolo scorso; in seguito, gli stessi modelli
sono stati applicati a vari sistemi “prebiotici” o biologici. Lo schema
generale di King si sviluppa attraverso una serie di reazioni, le
quali, per essere autocatalitiche, richiedono condizioni molto
specifiche, ben diverse dall’onnicomprensivo “brodo prebiotico” delle
teorie rifacentisi in qualche modo a Oparin. Un aspetto comune
a queste due teorie (anch’esse, a modo loro, “abiogeniche” e
lontanissime da qualunque forma di “creazionismo”) è un fatto piuttosto
importante. Riducono al minimo, se non proprio a zero, il ruolo del
“caso” nei processi che avrebbero dato origine ai più antichi sistemi
biologici ed esaltano invece quello della “necessità”. Proprio in
questo sta, probabilmente, una delle cause del loro mancato, o per lo
meno scarso, successo: l’idea di una necessità “insita”, in qualche
modo, nella natura delle cose ha bisogno solo di un passaggio
ulteriore, di natura filosofica, per confluire in quella
dell’“intelligent design”, la “progettazione intelligente”, di cui
parla, proprio a proposito della vita, il matematico e filosofo
statunitense William Dembski, una delle “bestie nere”
dell’establishment neodarwinista. È sintomatico il fatto che un
breve articolo, nel cui titolo King domandava se fosse mai esistito un
“brodo prebiotico”, pur essendo già stato scritto e inviato al
periodico Journal of Theoretical Biology nel 1984, sia stato pubblicato
solo due anni dopo, quando l’autore era già morto. Quanto a Barbieri,
un suo libro del 1985, La teoria semantica dell’evoluzione (Bollati
Boringhieri, Torino), uscito contemporaneamente in Italia e negli Stati
Uniti d’America, suscitò da noi numerosi commenti e critiche. È
interessante notare come la meno banale, quella del noto etologo
Giorgio Celli, si concluda con l’osservazione: «Queste convenzioni,
queste necessità biologiche, questi cicli da completare, questa armonia
tra gli organismi, evocano irresistibilmente il “fantasma di un
Progetto”». Insomma, anche Barbieri, con tutta la sua attenzione a non
sconfinare dal campo strettamente scientifico in quello filosofico, non
ha potuto salvarsi dall’accusa di “leso caso”. Caos e confusioni
Tutte le obiezioni alle “teorie abiogenetiche” sono riconducibili a un
principio semplicissimo, ovvio per ogni mente sgombra da preconcetti:
l’ordine non può nascere spontaneamente dal caos. È un principio
filosofico parecchio importante, visto che, in pratica, sta alla base
della “quinta via” di san Tommaso d’Aquino (ca. 1225-1274), quella che
giunge a Dio Creatore a partire dall’ordine del creato. Un organismo
vivente è molto più che un semplice aggregato di molecole e di
macromolecole organiche: è una forma organizzatrice, che costruisce e
ordina queste molecole secondo un progetto strutturale; è un sistema
cibernetico dotato di un grado d’informazione superiore a quello delle
singole parti che lo compongono. Lo disse bene Michael Polanyi
(1891-1976), biochimico anglo-ungherese che – pur con tutti i suoi
limiti sul piano filosofico – aveva un concetto chiaro del problema,
rifiutando sia le “fantasie” del vitalismo, sia gli schemi del
riduzionismo. Nel 1967, polemizzando con l’ecologo statunitense Barry
Commoner (un biologo “vitalista” più noto allora per le sue prese di
posizione antinucleari e pacifiste che per l’importanza delle sue
scoperte scientifiche), Polanyi scrisse: «Quando affermo che la vita
trascende la fisica e la chimica, intendo dire che la biologia non può
spiegare la vita, quale si presenta oggi, in termini di semplice azione
di leggi fisiche e chimiche». In ogni caso, il “messaggio”
contenuto nella struttura degli acidi nucleici costituisce uno “schema”
ben preciso che non può essere riducibile a una sequenza statistica di
nucleotidi. «Ricordate la nostra conclusione precedente che un libro, o
qualunque altro oggetto recante un modello che comunica informazione, è
irriducibile nella sua essenza alla fisica e alla chimica», suggeriva
Polanyi. «Ne segue che dobbiamo rifiutarci di considerare lo schema
attraverso il quale il DNA diffonde informazione come parte delle sue
proprietà chimiche. Il suo schema funzionale deve essere riconosciuto
come una condizione limite posta all’interno della molecola del DNA».
E infine Polanyi aggiungeva «una parola sul modo in cui le condizioni
limite che controllano i processi fisico-chimici in un organismo
possano aver avuto origine a partire da materia inanimata»: il problema
«è se la categoria logica delle mutazioni casuali includa o no la
formazione di nuovi princìpi, non definibili in termini di fisica e di
chimica. Sembra molto improbabile che possa includerla». Al tempo
si conosceva solo l’informazione contenuta nelle sequenze del DNA e un
solo “codice organico”, il codice genetico. Oggi dei “codici organici”
si sta scoprendo la molteplicità. Ed è sempre più chiaro che
l’informazione contenuta nell’intero organismo è superiore a quella
fornita dal solo DNA. di Giulio Dante Guerra * * * * * I manuali scolastici di scienze, uno sfacelo In barba a ciò che dice davvero la ricerca, danno per scontato proprio quanto non è ancora stato dimostrato
Alla fine del proprio ciclo di studi, su scienza e dintorni un ragazzo
delle scuole medie inferiori e superiori italiane non ha che una
certezza: tutto è frutto dell’evoluzione e chi non la pensa così è un
ciarlatano. Solo che dire che tutto è frutto dell’evoluzione è una
petizione di principio. Si evolve sì, tutto, o quasi, ma da dove tutto
nasca resta una questione misteriosa che l’evoluzionismo non è in grado
di dirimere. L’evoluzionismo, infatti, e quella sua versione che è la
“generazione spontanea” del reale, fanno infatti acqua da tutte le
parti. Aprendo il secondo Convegno Nazionale dell’Associazione
Italiana di Biologia Teorica, svoltosi a Siena dal 22 al 24 settembre
2000 con il titolo L’evoluzione del pensiero biologico,
Roberto Fondi, docente di Paleontologia del Quaternario presso
l’Università di Siena, ha affermato che non se la sente di «condividere
atteggiamenti di base come quelli che ieri erano di Jacques Monod e che
oggi sono di Richard Dawkins»; ossia quelli «secondo i quali i
meccanismi fondamentali della vita e della sua evoluzione sarebbero non
soltanto compresi nelle loro linee generali, ma perfino identificati
con precisione e riconducibili senz’altro alle leggi del caso e della
necessità». Per Fondi un atteggiamento «che smorza e rende superfluo in
partenza qualsiasi impulso ad ulteriori approfondimenti secondo
direzioni e problematiche che non siano quelle codificate dal
darwinismo» è, «non solo dogmatico e, per lo meno in taluni casi,
perfino arrogante, ma, ad un’analisi più accurata, sicuramente
incorretto». Parole non di un “creazionista”, ma di un eminente
paleontologo italiano. Sicuramente, dovendo preparare un
manuale per uso scolastico, è molto più semplice dare qualche certezza
rassicuratrice ancorché raffazzonata che non replicare i termini,
sovente complessi, del dibattito vivo nel mondo accademico. Ma così si
spacciano per verità assodate quelle che al massimo (e talvolta
nemmeno) sono sole teorie da vagliare. Il campo della macroevoluzione è
tipico. L’importanza del tema è evidenziato dall’ampio spazio che
a esso dedicano i manuali scolastici di scienze, dal 10 al 15% del
totale. Lascia però notevoli perplessità il modo in cui essa viene
esposta. Affermazioni del tipo «I fossili sono la testimonianza
concreta della trasformazione delle specie nel tempo» – riscontrabile a
p. 15 di La Biologia. Diversità e unità della vita
(Zanichelli, Bologna 3a ed., 2002, modulo A) di Alba Gaiotti e
Alessandra Modelli – lasciano in realtà il tempo che trovano: perché
prove siffatte mancano totalmente e i cosiddetti anelli intermedi che
tale affermazione-teoria presuppone non sono ancora stati trovati. Un manuale, del resto, Invito alla biologia
(trad. it. Zanichelli, 1996, pag. 10) di Helene Curtis e N. Sue Barnes,
afferma placidamente che «l’evoluzione si sia verificata o meno [...]
non è più tra i biologi argomento di discussione. Di fatto si è tutti
d’accordo […] che i complessi organismi viventi, inclusi noi stessi, si
siano originati […] da forme più semplici» e «che le particolari
caratteristiche che adattano un organismo al suo ambiente […] hanno
avuto origine dal processo di selezione naturale, come Darwin ha
affermato circa 140 anni fa». Ora, la ricerca scientifica
attesta ben altro; forse è per questo che quell’affermazione leggibile
nell’edizione del 1996 è stata modificata nella quinta edizione
italiana del 2003 anche se solo nella lettera (rimanendo viva, cioè,
nella sostanza). Quello di Curtis e Barnes è peraltro uno dei manuali
più autorevoli e documentati tra quanti sono in adozione nelle scuole
italiane, probabilmente proprio perché sin dall’inizio mette i puntini
sulle “i”: l’evoluzione non si discute, si accetta e basta. Essendo
però solo i reperti fossili a fondare l’impalcatura della teoria
evoluzionista, un libro di testo onesto dovrebbe avvisare docenti e
studenti del fatto che tutto il resto è in verità pura congettura.
Il tema del resto è scottante. Il tentativo, qualche tempo fa, del
ministro dell’Istruzione Letizia Moratti di sottrarre al darwinismo
infondato il monopolio su un aspetto importante dell’insegnamento della
scienza nei primi anni nell’ordinamento scolastico italiano scatenò ire
e reprimenda d’illustri luminari, fra cui Umberto Veronesi che su la Repubblica
del 24 aprile 2004 firmava un esplicito Non togliamo Darwin agli
studenti quasi si fosse trattato di negare loro l’aria per respirare.
Oggi la questione sta tornando a trionfare sulle prime pagine dei
giornali di mezzo mondoper via del processo in corso negli Stati Uniti
d’America. Sarà l’occasione perché finalmente si decida, con serenità e
con scientificità, di trattare da uomini e non da cani una questione
della massima importanza? di Andrea Bartelloni
3 settembre 2005 Disegni intelligenti e zucconi Brillano
per scientificità le reazioni che i difensori delle teorie esposte a
suo tempo da Charles Darwin, il naturalista inglese del Beagle,
scatenano ogni qual volta si prova a ritoccarne i parametri: «moda»
(per parlare dell’affermarsi di altre teorie), «creazionismo» (per dare
dell’imbecille fideista a chiunque comunque la pensi), «crociati
neocreazionisti» e il neologismo di rito (che rivela tutta
l’intelligenza, disegnata o no, di chi lo crea) «neo creo». Ne offre un ricco campionario il paginone dedicato al tema da Vittorio Zucconi su la Repubblica
del 24 agosto. Preso da isteria, l’inviato del grande quotidiano si è
abbandonato a un profluvio di colite parolaia che freme di sdegno
soprattutto per un fatto. Non più tardi del 2 agosto scorso, il
presidente George W. Bush jr. – noto “fondamentalista” “guerrafondaio”
che ne ha più d’una sulla pelle, ma che soprattutto merita la Geenna
perché crede in Dio e non legge la Repubblica (una “moda” comune,
peraltro, nel suo Paese...) – se n’è uscito con una battuta
assolutamente riprovevole: a quattro giornalisti del Texas ha detto che
nelle scuole sarebbe bene insegnare, accanto alla teoria
evoluzionistica, anche l’“intelligent design” e il tutto è approdato
alla copertina di Time.
Ovvero l’ipotesi, non meno seria del casualismo darwinista, di un
causalismo diverso; l’idea, insomma, che l’universo (e quindi ciò che
in esso si è sviluppato dalla notte dei tempi, vita compresa, umana
compresa) possa essere presieduto almeno da un Grande Orologiaio, da un
Quid superiore che se non altro ha avviato, dopo averlo progettato, il
grande gioco. Niente Dio personale, per carità; non ancora.
Ma almeno un Essere (la maiuscola serve qui solo a sottolinearne
l’alterità totale rispetto alle causae secundae che l’empiria ci
permette di guardare negli occhi ogni dì) che aiuti la ragione umana a
non uscire di cervello, rendendo plausibili e non assurde le mille e
più mille manifestazioni misteriose che la natura tutti i giorni sbatte
in faccia agli scienziati e ai comuni mortali. Una teoria alternativa
squisitamente dettata dalla necessità della logica dell’uomo di non
impazzire. Se oggi tutto questo è «di moda» – come affermano la
Repubblica e Zucconi –, non è certo per opera occulta di quella cabala
di neocon che si annida nella felicemente regnante Amministrazione
statunitense. È così perché al darwinismo stretto non crede più nemmeno
l’ectoplasma di Darwin, quello riveduto e riformato fa acqua da
moltissimi pori e gli scienziati – seri, curriculati, atei e pure
cristiani e magari anche cattolici (ma l’esserlo non è ancora
fuorilegge) – offrono plausibili teorie alternative ora al vaglio della
stessa comunità scientifica. Un giorno, peraltro, si potrebbe pure
scoprire che Darwin aveva ragione. Ma quello potrebbe anche essere il
dì in cui sarà palese che il “disegno”, oltre che intelligente, è pure,
internamente, evolutivo. Si convinceranno allora gli Zucconi? di Marco Respinti * * * * * Dietro il mondo c'è qualcuno
Qualcosa sta cambiando fra gli scienziati che si chiedono “dove
andiamo, da dove veniamo”. Per esempio Anthony Flew, celebre difensore
dell’ateismo militante, ora scrive che soltanto un disegno intelligente
può spiegare l’universo Alcuni sviluppi del rapporto fra
religione (soprattutto cristiana) e cultura (soprattutto laica),
verificatisi di recente negli Stati Uniti, hanno sorpreso non pochi
addetti ai lavori in Europa. L’influsso delle tematiche “religiose”
nelle ultime elezioni presidenziali, ormai confermato da più fonti sia
politiche sia sociologiche, ha stimolato molte riflessioni. È certo
che, se le cause di questo influsso sono varie, esso è risultato
determinante nel foro pubblico, spesso considerato off limits a tale
“intrusione” delle credenze religiose. Si cominciano così a intravedere
tentativi di importare in Europa alcune argomentazioni riguardanti la
razionalità propria della fede. A una delle ragioni principali di
questo fermento ha accennato nel febbraio scorso il cardinale Camillo
Ruini, durante il suo intervento al Convegno nazionale dell’Opera
Romana Pellegrinaggi tenutosi a Roma, quando ha affermato: «Ma proprio
gli sviluppi attuali delle scienze fisiche e biologiche, con il ruolo
decisivo che risultano avere le “informazioni” contenute nella materia,
spingono invece a riconoscere come sempre più fondata l’ipotesi di un
“disegno intelligente”: la conseguenza, certamente filosofica e non
scientifica, dato il limite metodologico delle scienze, è che
all’origine dell’universo sta il Logos, l’Intelligenza creatrice, come
afferma da sempre la rivelazione ebraico-cristiana, e non semplicemente
la materia. Di una tale svolta, che sta avvenendo proprio in questi
anni, è testimone emblematico il filosofo analitico inglese Anthony
Flew, a lungo esponente di spicco dell’ateismo razionalista ma da
ultimo sostenitore del “disegno intelligente”». Paradossalmente,
questo recupero della possibilità di parlare di Dio e di certi valori
che ne derivano nella sfera “laica” parte da una rivalutazione del
ruolo della presenza di Dio in un mondo studiato e interpretato dalle
scienze. “Paradossalmente”, perché spesso nella coscienza popolare
l’esistenza di Dio è vista come nemica (o perlomeno “minaccia”) nei
confronti del progresso scientifico. Quindi, prendiamo in
considerazione il caso Anthony Flew come emblematico del risorgere del
discorso religioso contemporaneo. Il professor Anthony Flew,
ottantunenne, dell’Università di Reading, è conosciuto principalmente
per la sua difesa filosofica dell’ateismo, resa famosa dalla
pubblicazione di God, Freedom and Immortality: A Critical Analysis
(1984), dove, nel capitolo intitolato «The Presumption of Atheism» («La
presunzione dell’ateismo»), egli asserisce che la posizione ateista
deve essere considerata quella iniziale. Mentre la posizione teista
richiederebbe un argomento positivo per superare la presunzione
dell’ateo. A partire da questa pubblicazione, Flew divenne una figura
popolare nel dibattito filosofico sull’esistenza di Dio, e durante gli
anni Ottanta e Novanta del Novecento pubblicò molti libri e saggi
sostenendo che una persona “ragionevole” non potrebbe accettare
l’esistenza di un Essere Supremo, al di sopra di tutto e di tutti;
tanto meno l’esistenza di un Dio Creatore come il Dio rivelato nella
Bibbia. Per Flew, insomma, non c’erano argomenti razionali capaci di
dimostrare l’esistenza di Dio. La sua influenza sul palcoscenico
intellettuale mondiale fu molto significativa. Recentemente sono
apparse alcune notizie secondo le quali Flew avrebbe cambiato la
propria posizione sull’esistenza di un tipo di Dio. In un bollettino
reso pubblico dall’Institute for Metascientific Research (9 dicembre
2004), vi è una dichiarazione molto chiara: «L’Istituto per la ricerca
metascientifica (Imr) oggi ha annunciato che uno degli ateisti più noti
nel mondo accademico, il prof. Anthony Flew dell’Università di Reading
(Regno Unito), si è persuaso dell’esistenza di Dio. In un simposio
sponsorizzato all’Università di New York quest’anno, il prof. Flew
dichiarò che gli sviluppi della scienza moderna lo hanno condotto a
convincersi dell’intervento di una Mente Intelligente nella creazione
del mondo. In Has Science Discovered God?, la registrazione del
simposio oggi pubblicata, Flew disse che la sua conclusione è stata
influenzata dagli sviluppi nella ricerca sul Dna». Altre fonti di tipo
giornalistico portarono notizie analoghe. Data l’attenzione dei mass
media, lo stesso Flew ha confermato queste “voci”, affermando che non
pensa più che l’universo possa essere spiegato razionalmente senza la
presenza di qualche tipo di “intelligenza universale”. In termini
filosofici, Flew è ora convinto che «non è più possibile costruire una
teoria meramente naturalistica degli organismi viventi, capaci di
riproduzione». Come si è verificato questo cambiamento di
posizioni? Secondo lo stesso Flew, la causa prossima che spiega la sua
svolta teista si trova nella lettura di due libri, da lui raccomandati
a tutti coloro veramente interessati al tema. È vero che i libri sono
stati scritti da autori credenti, uno cristiano, l’altro ebreo, ma Flew
è rimasto persuaso non tanto dall’opzione di fede degli autori, quanto
dagli argomenti presentati. Si tratta dei libri di Roy Abraham
Varghese, The Wonderful World: A Journey from Modern Science to the
Mind of God (Tyr Publishing, Fountain Hills, Arizona 2003) e di Gerald
L. Schroeder, The Hidden Face of God: Science Reveals the Ultimate
Truth (Touchstone, New York 2001). Bisogna precisare che la svolta
teista di Flew è alquanto complessa. Innanzitutto, non ammette una
continuità fra il Dio della religione naturale (cioè, l’esistenza di
qualche intelligenza originaria, accessibile alla sola ragione umana) e
il Dio rivelato; neanche riconosce una vita oltre la morte (after
life); e, finalmente, soltanto pochi mesi fa (nel gennaio 2005), egli
ha dichiarato di avere dubbi riguardanti la fondatezza
dell’informazione scientifica fornitagli dalla biologia per sostenere
la sua scelta teista. Come conseguenza di questo episodio altamente
mediatico, Flew promise una nuova edizione, con un’inedita
introduzione, del suo celebre libro, God and Philosophy (Dio e la
filosofia), originariamente pubblicato a Londra nel 1966, e poi a New
York nel 1967. Questa edizione è uscita sempre a New York, poche
settimane fa, per la nota casa editrice Prometheus Books, che
tradizionalmente esprime posizioni ateistiche. Lì Flew reitera la sua
convinzione che «l’argomento [di Dio come “ordinatore intelligente”]
diventa progressivamente più potente con ogni avanzamento nella
conoscenza umana della complessità integrata di ciò che prima si
chiamava “il sistema della natura”» (p. 10), e nomina a sostegno il
libro già citato di Varghese. In più, Flew dimostra simpatia verso gli
argomenti molto conosciuti dal filosofo britannico Richard Swinburne
per le prove dell’esistenza di Dio (pp. 16-17). Risulta curioso invece
l’ultimo paragrafo dell’Introduzione, dove leggiamo: «Mentre questa
ipotesi religiosa non può essere né verificata né falsificata, in
principio, da alcuna esperienza, e quindi non può soddisfare gli
standard popperiani di correttezza scientifica, è qualcosa che quelli
che già giudicano di essere arrivati alle conclusioni teiste potranno
vedere con ragione come conferma ulteriore e molto forte delle stesse
conclusioni» (p. 16). In altre parole, Flew è ancora esitante
nell’affermare la forza persuasiva dell’argomento del “disegno
intelligente” per inferire la presenza di un Dio creatore a partire
dall’esperienza della complessità del mondo (indipendentemente, cioè,
da una credenza previa). Peccato, giacché lo stesso scopo razionale
dell’argomento è presentare tale forza persuasiva, per poi spingere a
un’inferenza logica che spiega il motivo della complessità. È vero che
adesso possiamo parlare dell’esistenza di Dio anche in termini
razionali (cioè, a partire dell’evidenza scientifica), ma stiamo
attenti alle implicazioni logiche derivanti dall’analisi di Flew.
Comunque sia, l’importanza della nuova posizione di Flew per il
dibattito sul rapporto fra la scienza e la religione è rilevante. Come
si sa, non è un dibattito nuovo. Ciò che rende l’affermazione di Flew
meritevole di attenzione è l’attuale contesto scientifico in cui viene
presentata. Esso richiede un approfondimento. Da anni, in America del
Nord, notevoli pensatori hanno usato l’argomento del “disegno
intelligente”, cercando di evidenziare le insufficienze della teoria
evoluzionistica darwinista per spiegare le origini degli organismi
viventi. I protagonisti principali di questo dibattito sono William A.
Dembski, Philip Johnson, Michael Ruse e Michael J. Behe, tutti
intellettuali dotati di notevole capacità dialettica. Sono anche
cristiani, ma insistono nel sostenere che il loro credo non influisce
sugli argomenti che usano per stabilire l’insufficienza
dell’evoluzionismo radicale (per il quale tutte le forme biologiche
nella natura provengono dalla materia inanimata, e tutti gli organismi
viventi sono riducibili a forme biologiche meno complesse) e per
dimostrare l’esistenza di un’intelligenza che ha “disegnato” la natura
in un certo modo. La letteratura sull’argomento del “disegno
intelligente” è vasta. Alcuni libri, però, sono risultati fondamentali
nel mondo accademico americano per quanto riguarda il dibattito più
serio. Michael Behe, professore di Biochimica nella Lehigh University
di Pennsylvania, scrisse nel 1996 il suo Darwin’s Black Box. The
Biochemical Challenge to Evolution (1996; 20032) in cui presentava il
famoso argomento di “irreducible complexity” (complessità irriducibile)
degli organismi biologici. In altre parole, gli organismi viventi della
natura mostrano strutture necessarie per la vita che hanno una
complessità irriducibile, e che quindi non possono essere il risultato
dell’evoluzione: certe caratteristiche della cellula viva, per esempio,
non possono essere sviluppate gradualmente, perché non esiste una
ragione naturale per componenti individuali senza tutto l’insieme, già
formato e non prodotto dal caso. Queste componenti devono esserci
affinché l’organismo funzioni e sopravviva. Il libro è pieno di esempi
della complessità irriducibile, cominciando con la complessità
biochimica dell’occhio umano (p. 20), il cilium (p. 60), il flagellum
batteriale (p. 71), il sistema della coagulazione del sangue (p. 82) e
altri. L’ultimo capitolo, «Science, Philosophy, Religion», sintetizza
la ricerca scientifica per concludere che sebbene nella natura si dia
l’evidenza di una certa evoluzione degli organismi biologici, la teoria
di Darwin non può spiegarla per intero: l’evidenza segnala la presenza
necessaria di un disegnatore intelligente. Behe è rigoroso nella sua
argomentazione, e parla principalmente come scienziato. Ha difeso
costantemente la propria posizione dalle critiche sollevate da varie
fonti. Più recente è il suo contributo nel libro curato da W. Dembski,
Debating Design: from Darwin to Dna (Cambridge University Press, 2004),
e che si intitola Irreducible Complexity: Obstacle to Darwinian
Evolution (Complessità irriducibile: ostacolo all’evoluzionismo
darwinista), pp. 352-370. Un altro protagonista del dibattito è Philip
Johnson, già professore di Legge nell’Università di California a
Berkeley. Egli scrisse un libro importante nel 1991, Darwin on Trial
(Darwin sotto processo), cui seguirono altre pubblicazioni sulla stessa
tematica. Mentre Behe proviene dall’ambiente scientifico, Johnson
ragiona da avvocato, criticando la logica interna del campo darwinista,
soprattutto quella di certi pensatori evoluzionisti i quali affermano
che la teoria della selezione naturale riesce a spiegare il mutamento
di una forma naturale in un’altra. Johnson sa anche parlare in
pubblico, con dialettica e umorismo. Forse il più ascoltato sul
versante laico del dibattito è il già menzionato William Dembski, che
gestisce vari siti web dedicati al tema “il disegno intelligente”.
Gli effetti dell’impegno di tanti accademici sono evidenti non solo nel
mondo dei giornali e delle pubblicazioni. Durante le ultime due
settimane di maggio, nello Stato del Kansas, lo State Board of
Education (l’organo ufficiale che controlla e gestisce il contenuto dei
programmi di studio per lo Stato del Kansas) ha aperto un processo
legale per discutere il tema dell’insegnamento delle scienze nelle
scuole pubbliche. L’Associated Press ha commentato il 15 maggio 2005:
«Il quadro dirigente per l’educazione pubblica [del Kansas]
probabilmente approverà almeno parte di una proposta dei promotori del
“disegno intelligente”, che asserisce che il mondo naturale è talmente
complesso e ben ordinato che una causa intelligente è il modo migliore
di spiegarlo». In questo senso, si nota che il dibattito è uscito dalle
aule universitarie e dai libri, ed è entrato nella concretezza delle
attività quotidiane. È interessante constatare come molti professori di
discipline scientifiche, convinti darwinisti, abbiano protestato,
ritenendo che il processo rappresenterebbe un’interferenza illecita del
Board nei programmi di studio delle scuole. Ma l’interferenza
precedente, quella a favore dell’evoluzionismo, non era considerata
ugualmente “illecita”… Senz’altro, il quadro concettuale di questo
dibattito in Europa è diverso. Tuttavia, la forza persuasiva del
ragionamento del “disegno intelligente” può essere percepita anche da
noi, da chi cerca con mente aperta la risposta al perché le cose sono,
e sono come sono. di Philip Larrey * * * * * Finalmente una sfida seria alla religione evoluzionista Il
“creazionismo scientifico” scuote il torpore del dogmatismo darwinista
e scansa i bassifondi in cui s’incagliano i letteralisti biblici
La clamorosa abiura dell’ateismo da parte di uno dei suoi esponenti più
famosi, il filosofo Anthony Flew, qui raccontata e descrita da Philip
Larrey, ha suscitato scalpore all’interno della comunità scientifica
perché a fargli cambiare idea non è stata un’improvvisa illuminazione
religiosa o una nuova argomentazione filosofica, ma le sempre più
convincenti prove empiriche che sembrano dimostrare, per l’estrema
complessità dell’universo e dei modi in cui si è formata la vita, il
coinvolgimento di un’intelligenza superiore. Flew ha cioè fatto proprio
il “creazionismo scientifico” che il movimento dell’“Intelligent
Design” (“disegno intelligente”) ha iniziato a far circolare con
successo sulla scena pubblica statunitense a partire dalla metà degli
anni Novanta del secolo scorso. La tesi centrale del “disegno
intelligente” è che il caso e la selezione naturale, le forze che per i
darwinisti spingono l’evoluzione, non sono sufficienti a spiegare le
caratteristiche degli esseri viventi, la cui complessità si comprende
meglio postulando una causa intelligente piuttosto che un processo
senza direzione. Questa rivolta contro le dominanti teorie
evoluzioniste, nata all’interno del mondo scientifico, ha la sua data
di origine nel 1985, anno di pubblicazione del libro Evolution: a
Theory in Crisis di Michael Denton. Secondo questo chimico e medico
australiano, la teoria evoluzionista aveva accumulato troppi problemi
irrisolti che non si potevano più ignorare. Denton elencava in maniera
dettagliata più di venti organi esistenti in natura, a partire dal
polmone degli uccelli, che non avrebbero mai potuto formarsi a poco a
poco, per numerose, successive e piccole modificazioni, perché nella
forma intermedia non avrebbero funzionato. La conclusione del libro era
perentoria: la teoria darwiniana della macroevoluzione, che dovrebbe
spiegare il passaggio da una specie all’altra, «dal 1859 a oggi non è
stata confermata da una sola scoperta empirica». In queste condizioni,
avvertiva Denton, il paradigma scientifico del darwinismo era destinato
a entrare presto in crisi. Uomini e topi, e scienziati
Denton si considerava peraltro agnostico e non proponeva una teoria
alternativa al darwinismo. Il suo libro si rivelò tuttavia decisivo
nella nascita dell’“Intelligent Design” perché aveva un’impostazione
scientifica molto più rigorosa del tradizionale creazionismo biblico.
Anche l’attuale leader del movimento del “disegno intelligente”, il
docente di Diritto dell’università californiana di Berkeley Philip
Johnson, ha affermato di essersi «risvegliato dal sonno dogmatico»
proprio grazie alla lettura di questo libro. La storia della
conversione di Johnson è singolare: nel 1987, osservando la vetrina di
una libreria scientifica di Londra, nota due libri affiancati, The
Blind Watchmaker di Richard Dawkins – il più famoso sostenitore del
darwinismo – ed Evolution: A Theory in Crisis di Denton. Li acquista
entrambi e li legge senza interruzione la sera stessa. Alla fine le
argomentazioni di Dawkins l’avevano lasciato perplesso, ma la critica
di Denton gli era apparsa irresistibile. Non essendo uno scienziato,
Johnson decide che da quel momento avrebbe studiato quanto più poteva
l’argomento. Negli anni successivi, terminato il periodo di
preparazione, organizza dunque una serie di convegni in ambito
universitario e s’impegna personalmente in decine di dibattiti pubblici
con i maggiori campioni dell’evoluzionismo (come Stephen Jay Gould),
mettendo le proprie notevoli capacità logiche e dialettiche, allenate
in decenni di pratica giudiziaria, al servizio della critica al
darwinismo. Nel 1991 pubblica un libro che diventa una pietra
miliare del movimento, Darwin On Trial, nel quale accusa i darwinisti
di fondare le proprie teorie non su prove scientifiche, che anzi le
smentirebbero, ma su una filosofia metafisica a priori, il
materialismo. Il darwinismo, secondo Johnson, svolge infatti il ruolo
di mito fondante della cultura moderna; funziona cioè come un dogma
religioso che tutti debbono accettare come vero, piuttosto che come una
ipotesi scientifica da sottomettere a test rigorosi.
L’attività di Johnson apre così la strada alle intuizioni di alcuni
scienziati creativi che nella seconda metà degli anni Novanta
sviluppano esplicitamente, in maniera costruttiva e positiva, una
teoria a favore del “disegno intelligente”. Nel 1996 in un articolo
pubblicato dal biochimico Michael Behe su The New York Times,
intitolato (in traduzione) “Darwin al microscopio”, compare per la
prima volta – tutto verrà poi sviluppato e approfondito nel libro
Darwin’s Black Box. The Biochemical Challenge to Evolution – l’“eresia”
secondo cui esisterebbe una teoria chiamata “disegno intelligente” in
grado di spiegare meglio del darwinismo la formazione di tanti
meccanismi molecolari “irriducibilmente complessi”, quali per esempio
le funzioni della cellula o la coagulazione del sangue. Il concetto
di “complessità irriducibile” viene elaborato da Behe per descrivere
quei meccanismi il cui funzionamento dipende dall’interazione di molte
parti. Questi sistemi non possono formarsi per lenta evoluzione, ma
debbono necessariamente essere progettati e assemblati tutti in una
volta, come solo l’intelligenza sa fare. Per spiegare il concetto in
termini comprensibili, Behe fa l’esempio della trappola per topi, che è
composta da cinque parti e che non potrebbe funzionare se anche solo
una di queste venisse rimossa. La stessa cellula è infinitamente più
complessa di quanto si poteva ipotizzare ai tempi di Charles Darwin.
La credibilità di Behe come scienziato dà al suo libro un grande
successo (45mila copie vendute in un anno e centinaia di recensioni) e
fa di lui il personaggio più in vista del movimento. I darwinisti lo
accusano però di aver mischiato le proprie convinzioni cattoliche con
la scienza. Ma per quale motivo, si chiede Behe, bisogna limitare
l’oggetto della scienza alle sole spiegazioni materialiste, anche
quando la ricerca conduce a spiegazioni diverse? Se le prove empiriche
rendono plausibile l’esistenza di un “progetto intelligente” nella
natura, perché un ricercatore non dovrebbe accettarle? Esaminando un
sistema, spiega Behe, lo scienziato può inferire l’esistenza di un
“disegno intelligente”, ma non può stabilire chi sia il progettista. È
possibile immaginarlo come un essere supremo, ma non spetta agli
scienziati descriverlo. La scienza a questo punto deve fermarsi,
lasciando il posto alla teologia. Il filtro di William Dembsky
Un importante contributo alla questione del rapporto tra religione,
scienza e “disegno intelligente” viene dunque sviluppato dal matematico
William Dembsky nel libro Mere Creation del 1997, che raccoglie
gl’interventi del convegno svoltosi nel novembre 1996 alla Biola
University di Los Angeles, vero punto di svolta per l’intero movimento.
Dembsky osserva che in altri campi l’individuazione degl’indizi di un
intervento intelligente è un’attività comunissima: si pensi
all’archeologia, quando occorre stabilire se un oggetto ritrovato sia o
meno un manufatto; al programma SETI per intercettare eventuali segni
d’intelligenza extraterrestre provenienti dal cosmo; alle
investigazioni legali per stabilire se un determinato evento sia stato
causato da un fatto naturale o da un’azione dolosa e intenzionale; ai
brevetti, dove occorre stabilire se si è verificata un’imitazione
deliberata o dovuta al caso; all’analisi della falsificazione dei dati;
alla crittografia e alla decifrazione dei codici segreti.
Nell’esperienza comune, infatti, la presenza d’informazioni viene
sempre associata all’intelligenza, che si tratti di un algoritmo
informatico, di un geroglifico, di un utensile o di un disegno
tracciato sulle pareti di una caverna. Per Dembsky non c’è ragione per
non applicare queste stesse tecniche anche alle scienze naturali, onde
spiegare per esempio l’enorme quantità d’informazioni presente nel DNA
come il prodotto di un “disegno intelligente”. Dembsky propone
infatti un “filtro” capace d’identificare statisticamente in via
generale se un determinato risultato è prodotto dall’intelligenza
oppure dal caso. A un primo livello si verifica se l’evento è altamente
probabile, e in questo caso lo si può attribuire a cause naturali
escludendo fin da subito che sia stato progettato. A un secondo
livello, il filtro stabilisce se l’evento è solo mediamente improbabile
(per esempio, una scala reale nel poker): anche in questa ipotesi il
caso è una spiegazione sufficiente. Al terzo livello del filtro
rimangono solo i risultati altamente improbabili, ma anche in questi
casi non li si può classificare subito come progettati. Debbono infatti
anche essere “specifici”, ovvero debbono conformarsi a un determinato
schema identificabile. Così, per esempio, se per cinque volte
consecutive durante una partita di poker capita una scala reale alla
stessa persona, è più razionale attribuire questi esiti non alla
fortuna, ma alla deliberata azione di un baro. Vi sono però
moltissimi sistemi del mondo naturale che gli evoluzionisti
attribuiscono al caso, come l’origine e l’evoluzione della vita, che
sono in verità così altamente improbabili da passare questo severo test
statistico e rientrare necessariamente tra quelli progettati da
un’intelligenza. Ogni persona sana di mente, osserva Dembsky, guardando
i volti dei presidenti degli Stati Uniti scolpiti sul famoso monte
Rushmore, li attribuirebbe a una causa intelligente e non all’erosione
naturale. Ma allora, se è logico vedere l’intelligenza all’opera in una
scultura, come non vederla in un corpo umano infinitamente più
complesso? Le icone di Jonathan Wells
Un altro duro colpo all’ortodossia evoluzionista è poi arrivato dallo
scienziato “iconoclasta” Jonathan Wells, il quale, per mettere in luce
l’approccio dogmatico e fideistico con cui il darwinismo viene
insegnato nelle scuole, ha denunciato, nel libro The Icons of Evolution
(uscito nel 2000), le inaccuratezze scientifiche, se non le vere e
proprie frodi, che riempiono i più diffusi manuali di biologia. Le
“icone” dell’evoluzione sarebbero quelle quattro immagini ormai
classiche che da decenni continuano a essere riproposte nei testi degli
studenti per illustrare le “conquiste scientifiche” del darwinismo:
l’esperimento di Stanley Miller sull’origine della vita, l’albero della
vita darwiniano, gli embrioni di Ernst Haeckel e l’archaeopterix, cioè
il presunto anello di congiunzione tra i rettili e gli uccelli.
Malgrado la scienza abbia da tempo negato ogni loro validità, queste
proverbiali quattro immagini continuano a essere proposte come se nulla
fosse. Non è vero infatti che nel 1953 Miller riuscì a ricreare la
vita in laboratorio da una mistura chimica simile al brodo primordiale:
riuscì solo a far scaturire un aminoacido, ma per arrivare da questo a
una cellula vivente il salto è lunghissimo. Anche l’immagine
dell’albero darwiniano della vita, con i rami che si dipartono da un
capostipite comune, non ha nessuna corrispondenza con le scoperte della
paleontologia, dato che non sono mai stati ritrovati gli “anelli
intermedi” tra una specie e l’altra. Dai ritrovamenti fossili, al
contrario, sembra che le specie viventi siano apparse più o meno
simultaneamente, già perfettamente formate, nella grande esplosione di
vita del Cambriano, circa 540 milioni di anni fa. E l’archaeopterix,
come si è scoperto, non era affatto mezzo rettile e mezzo uccello: non
era nemmeno il progenitore degli attuali uccelli, era solo il membro di
un gruppo di uccelli totalmente estinto. La presenza nei libri di
testo dei disegni degli embrioni di Haeckel (uno dei padri fondatori
dell’eugenetica, morto nel 1919) è però ancora più grave, trattandosi
di una frode conclamata. L’obiettivo di Haeckel, mostrando la
rassomiglianza tra diverse specie nelle prime fasi di vita, era quello
di dimostrare l’origine comune di tutti i viventi, come se lo sviluppo
dell’embrione riproducesse il meccanismo generale dell’evoluzione da
uno stadio indifferenziato verso stadi differenziati. Peccato però che
Haeckel avesse alterato di proposito i disegni degli embrioni e che
avesse scelto degli esempi di comodo, oltretutto non riguardanti i
primi stadi di vita. Oggi i biologi sanno bene come gli embrioni delle
varie specie all’inizio non si somiglino affatto tra loro. Per Wells
una frode di questo genere, per altro ben risaputa, rappresenta
l’equivalente accademico di un omicidio ed è altamente rappresentativa
dei metodi sleali che l’establishment evoluzionista è disposto ad
adottare per difendere le proprie teorie. Oggi, insomma, i fautori
del “disegno intelligente” si sentono dei rivoluzionari intenzionati a
trasformare il modo in cui l’origine della vita viene insegnata nelle
scuole, nelle università e nei programmi televisivi, e affermano di
voler combattere in nome della libertà di pensiero: non cioè per
cancellare l’evoluzionismo dai programmi scolastici, ma per farlo
studiare di più, approfondendone anche i punti deboli e le teorie
alternative. Per l’ortodossia darwinista sono avversari molto più
pericolosi dei creazionisti biblici, perché grazie alle loro eccellenti
credenziali accademiche hanno reso per la prima volta la critica
antievoluzionista intellettualmente rispettabile. di Guglielmo Piombini
4 ottobre 2003 Agnostici, fieri agnostici Se
non si pensa a come si vive, si finisce per vivere come si pensa. A
furia di uomini-scimmia, di uomini che, già caudati, avrebbero perso
l’organo strada facendo e di progenitori imparentati o addirittura
discendenti dai primati, gli uomini hanno finito per crederci. Ovvero,
oggi Charles Darwin andrebbe a nozze solo passando per il centro,
accendendo la tivù, osservando taluni personaggi. Ma la questione vera,
è che il darwinismo non è affatto una boutade. Chi, delle persone
comuni, non giurerebbe trattarsi di una teoria altamente comprovata, di
una verità oramai palesata, di una certezza altamente scientifica?
Quale professore di liceo non insegna il darwinismo, se non proprio con
fedeltà cieca alla sua lettera, sicuramente con ligia lealtà al suo
spirito (lo so, lo so che vi si sono docenti alternativi, ma si tratta
– absit iniuria verbi – di mosche bianche). Quale libro di testo non
spaccia per vero – in forma forse meno dozzinale di ieri, ma certamente
ancora oggi in modo decisamente mistificatorio – l’evoluzionismo
inventato dal noto naturalista inglese? Eppure nulla comprova
le teorie darwiniane. Anzi, esattamente il contrario. Tanto che, come
ricordiamo in questo numero, si è dovuto addirittura ricorrere alla
frode per cercare di accreditare la balla. Il che ricorda molto (e non
è casuale, vista la solidarietà filosofica fra positivismo
evoluzionistico e materialismo marxiano-engelsiano) l’utopismo di Ernst
Bloch: «Tanto peggio per i dati di fatto, noi la sappiamo più lunga!».
È ora, insomma, di smetterla con il darwinismo. Del tutto. Facciamo gli
americani sul serio, una buona volta, e, come molti di loro, chiediamo
che certe pinzillacchere restino fuori dalle aule di scuola. La
battaglia per la qualità nei libri di testo scolastici dovrebbe davvero
mettere anzitutto le mani nella fogna delle scienze naturali. Non
perché a noi Darwin piace poco, ma perché Darwin è un falso. Laico.
Laicissimo. E al suo posto? Al suo posto nulla. Finché i fatti, quelli
disprezzati da Bloch, non ci racconteranno l’accaduto, agnosticismo
totale. Ed ecco un primo fatto: per ora anelli di congiunzione fra uomo
e scimmia non ve n’è nemmeno uno. di Marco Respinti * * * * * Ciao Darwin - Un vademecum perfetto per gli studenti
Per finirla con l’evoluzionismo. Delucidazioni su un mito inconsistente di Daniel Raffard de Brienne non aggiunge granché di nuovo a quanto già si sa sull’evoluzionismo. Ed è un bene.
L’evoluzionismo, infatti, è un falso mito morto e sepolto da tempo, che
agli specialisti fa solo perdere tempo. Solo che non lo si dice,
preferendo millantare, raccontare. Ecco, dunque, l’opportunità di un
testo divulgativo, ma saldamente fondato su dati scientifici, che
s’incarica di dire quello che tutti sanno, ma che nessuno osa dire.
In uscita dalle edizioni Il minotauro di Roma (tel. 06/94017074), e
arricchito da una prefazione di Giuseppe Sermonti, il volumetto (pp.
172, €9,50) è un utile antidoto a quei giri mentali che, diceva il
filosofo belga Marcel de Corte, pongono «l’intelligenza in pericolo di
morte». Ottimo per le scuole.
* * * * *
Ciao Darwin - Un cadavere che cammina...
Daniel Raffard de Brienne scrive "Per finirla con l’evoluzionismo". Eccovi la prefazione di Vittorio Sermonti
La principale difficoltà che si incontra opponendosi alle teorie
evoluzioniste, e in particolare al neo-darwinismo, è la loro
scoraggiante banalità. Qualunque teoria che proponga il Caso come
generatore di tutti i viventi (la Selezione Naturale non aggiunge nulla
al caso) è semplicemente ridicola e, in termini statistici,
assolutamente “impossibile”. C’è solo da chiedersi come una tale teoria
abbia potuto sostenersi per un secolo e mezzo, ritrovando vigore dopo
ogni guerra vinta dai conterranei di Darwin. Si attaglia alla
situazione un pensiero di John Stuart Mill: «Appare spesso che un
convincimento, universale durante un’epoca... in un’ epoca successiva
diventi un’assurdità così palpabile che l’unica difficoltà è quella di
cercare di capire come mai una simile idea possa essere apparsa
credibile».
Un’altra difficoltà nel discutere di evoluzione sta nel capire di che
cosa si sta parlando. È ben noto che nelle prime edizioni dell’ Origine
delle Specie, Darwin non usò mai il termine “evoluzione”, mentre usò
quello di “creazione” o di “origine”. La semplice ragione era che per
“evoluzione” s’intendeva, alla metà dell’Ottocento, lo svolgimento di
un programma, e il centro del pensiero di Darwin, e dei suoi epigoni,
era che la Natura non avesse programmi o progetti, e le specie si
trasformassero senza alcuna predeterminazione o prospettiva: per
l’appunto, a caso. Se vogliamo trovare una definizione di Evoluzione,
dobbiamo ricorrere ai vocabolari letterari, dove si leggono frasi come
questa: «Un processo di cambiamento continuo da una condizione
inferiore, più semplice o peggiore ad uno stato superiore, più
complesso o migliore» (Webster). Se cerchiamo una definizione di
Evoluzione in un testo scientifico, si parla di tutt’altro. Helena
Curtis, nel glossario della sua rinomata “Biologia”, definisce così
l’evoluzione: «Processo che da una popolazione, in conseguenza di
produzione di variazione genetica e dell’emergenza delle varianti per
opera della selezione naturale, ne fa discendere un’altra con
caratteristiche diverse». Che quest’altra popolazione sia superiore,
più complessa o migliore, non importa; è sufficiente che sia variata,
fosse anche inferiore, più semplice o peggiore. È giusto che il
pubblico sappia che quando gli scienziati, e segnatamente i biologi
molecolari, parlano di evoluzione, stanno discorrendo d’altro. Di
qualcosa che non ha nulla a che fare con il concetto comune di
evoluzione e poco persino con Darwin.
Un’impossibilità matematica
L’affermarsi della evoluzione molecolare ha segnato l’“eclissi” degli
organismi. Abbandonate le forme viventi, i biologi sono rimasti
affascinati da codici e testi genetici, perdendo di vista gli organismi
e dandosi questa regola: «Solo nel DNA, tutto nel DNA, nient’altro che
nel DNA». Si sono presi cura delle vicende molecolari delle specie,
preferendo ignorare che queste poco o nulla avessero a che fare con la
storia della loro morfologia. Aveva scritto - con rispettabile
franchezza - il grande biologo molecolare R.E.
Dickerson nel 1972: «Quanto più ci si avvicina al livello molecolare
negli organismi viventi, più simili questi appaiono e meno importanti
divengono le differenze tra, per esempio, una mosca e un cavallo». E
François Jacob, nel 1977: «Non sono le novità biochimiche che hanno
generato la diversificazione degli organismi ... ». Precisa poi che non
è la differenza nei costituenti chimici «ciò che distingue una farfalla
da un leone, una gallina da una mosca o un verme da una balena». Ciò
non toglie che gli evoluzionisti sono oggi quasi esclusivamente
bio-molecolari, si occupano di organismi astratti e volentieri lavorano
su organismi virtuali residenti nei personal computer (come il famoso
Richard Dawkins).
Raffard de Brienne, in quest’opera sulla fine dell’Evoluzione, si
occupa dell’evoluzione come la intende il pubblico e come la si
intendeva anche negli ambienti scientifici, fino all’inizio del
Novecento. Ci risparmia le molecole, la cui “evoluzione” non può, nella
definizione della Curtis, essere contraddetta, e affronta i problemi
mai risolti dell’origine della vita, delle specie, dell’uomo. L’origine
della vita dalla non-vita per un accidente occorso miliardi di anni fa
è così improbabile da essere assolutamente impossibile. «I matematici -
conclude R. de Brienne - ci obbligano a dedurre l’impossibilità
dell’evoluzionismo». L’origine della cellula da un assemblaggio di
molecole è ancora più improbabile, se esiste qualcosa di più
improbabile dell’impossibile. Gli ipotetici protobionti, immaginati da
alcuni protobiologi «sono simili alla cellula quanto le bolle d’acqua
possano essere simili all’occhio umano». Altrettanto impossibile è
l’origine delle specie e il loro graduale e progressivo svilupparsi
l’una dall’altra. Il fenomeno comporterebbe il ritrovamento tra i
fossili di un gran numero di forme intermedie ma queste non si trovano!
Sono i famosi anelli mancanti, che seguitano imperterriti a mancare.
L’esempio più classico, cui l’Autore fa riferimento, è quello degli
equidi. Nel 1874 il paleontologo russo V 0. Kovalevsky abbozza una
successione evolutiva che prevede quattro generi in successione
cronologica: Paleotherium > Anchitherium > Hipparion > Equus.
Nel 1918 R. Lull traccia un tronco che va dall’Eohippos (in luogo del
Paleotherium) all’Equus, da cui Anchitherium e Hipparion si distaccano
come rami laterali. «L’indagine geologica, scrive Ch. Déperet negli
stessi anni, ha definitivamente accertato che non esistono passaggi
graduali tra queste specie». Nel 1951, G. G. Simpson traccia un albero
che ha l’aspetto di un cespuglio, che è ormai composto di linee
parallele nella genealogia di J. H. Quinn. «La famosa successione
graduale dei cavalli - conclude R. Fondi (1980) - consiste, in realtà,
di un insieme di elementi spazio-temporali staccati gli uni dagli
altri».
Il passaggio dalla scimmia all’uomo incontra due ostacoli: il primo è
la difficoltà di spiegare la modifica contemporanea della stazione, del
cervello, della faringe, del sistema nervoso centrale. Il secondo è
l’esistenza insormontabile di una barriera fra le facoltà intellettuali
della scimmia e dell’uomo. E poi, dove sono gli anelli intermedi? Qui
incontriamo un esempio classico della frode scientifica, il cranio di
Piltdown. Scoperto all’inizio del secolo, questo cranio presentava una
volta spaziosa combinata con una mascella scimmiesca. Benché, secondo
le teorie in voga, l’anello mancante doveva avere un cervello ancora
piccolo associato a una mascella umanoide, esso fu acclamato come la
dimostrazione inequivocabile della discendenza dell’uomo dallo
scimmione e tenuto per quasi cinquant’anni in mostra in una vetrina del
Museo delle Scienze di Londra. Quando si cominciò ad impiegare il
carbonio 14 per la datazione dei fossili, esso fu subito applicato
all’uomo di Piltdown. Risultò un falso palese: una mascella di gorilla
contemporaneo era stata incastrata nel cranio di un uomo medievale. Il
falso era rimasto lì per mezzo secolo, davanti agli occhi di scolari e
professori, e nessuno se ne era accorto. A questo punto che fanno i
sostenitori di una teoria che ha perso nel ridicolo il suo monumento
storico? Chiedono scusa, e con la testa chinata cambiano mestiere, o,
per lo meno teoria? Nulla del genere. Piltdown, (la prova essenziale
dell’evoluzionismo, secondo Teilhard de Chardin) resta a dimostrazione
della capacità di autocritica della scienza , che va in cerca, invano,
di altri anelli mancanti. Sui libri di testo scolastici rimane intatta
la vignetta dello scimmione che via via si solleva fino a diventare un
gentleman.
A mio giudizio (cfr. Giuseppe Sermonti, La luna nel bosco, Rusconi,
Milano, 1985), la discendenza dell’uomo da uno scimmione è un antico
mito (altri miti e favole parlano della discendenza della scimmia
dall’uomo), che ha l’unica base nella somiglianza morfologica e
molecolare tra l’uomo e gli scimmioni senza coda (pongidi), e nel
pregiudizio gnostico che il bestiale preceda l’umano. In realtà i
paleoantropologi hanno smesso di parlare dell’antenato scimmiesco, da
quando è risultato che nella morfologia, nell’embriologia,
nell’andatura, nella biologia molecolare, l’uomo è molto più
“originario” e lo scimmione “derivato”, per tacer del fatto che fossili
di scimmioni non si trovano oltre qualche centinaio di migliaia di anni
fa, e ominidi fossili datano da quattro, cinque o più milioni di anni.
Scrive Alan R. Templeton: «Il camminare sulle nocche - non il bipedismo
- è la novità evolutiva nella locomozione dei primati e... molti
caratteri ominidi sono primitivi mentre le controparti nelle scimmie
africane sono derivate». Ma non diciamolo ai bambini delle elementari,
cui seguitiamo a mostrare una scimmia china appoggiata sulle nocche che
gradualmente si erige a formare l’uomo. Potrebbero accorgersi che il Re
è nudo.
L’evoluzionismo, particolarmente quello neo-darwiniano, nonostante
troppe volte smentito (e questo libro ne offre una ponderosa casistica)
seguita a sedere tranquillo sugli scranni del sapere e a far mostra di
sé sulle targhe di molti illustri istituti in tutto il mondo. Con esso
è invalso negli ambienti scientifici uno stile accademico elusivo e
manicheo, che è andato a detrimento di tutta la scienza. Mi piace
citare, in conclusione, una frase di W. H. Thompson, studioso
d’evoluzione, che fu incaricato a stilare l’introduzione a una edizione
centennale dell’Origine delle Specie di Darwin: «Questa situazione,
dove uomini si riuniscono alla difesa di una dottrina che non sono
capaci di definire scientificamente, e ancor meno di dimostrare con
rigore scientifico, tentando di mantenere il suo credito col pubblico
attraverso la soppressione della critica e l’eliminazione delle
difficoltà, è anormale e indesiderabile nella scienza».
Il libro di Raffard de Brienne merita una speciale considerazione, perché emerge da questa situazione.
di Giuseppe Sermonti
(Professore Ordinario di Genetica)
* * * * *
Ciao Darwin - Il crepuscolo dell’evoluzionismo
Al mito dell’uomo-scimmia non crede più nessuno. Per primi gli scienziati. Perché allora insistere?
Nel novembre del 1859 il celebre naturalista inglese Charles Robert
Darwin (1809-1882) pubblicava a Londra The Origins of the Species by
Means of Natural Selection, ovvero L’origine delle specie per selezione
naturale, opera nella quale esponeva per la prima volta la propria
teoria sull’evoluzione.
Secondo Darwin, le specie si sarebbero trasformate progressivamente nel
corso delle ere soprattutto nell’intento di adattarsi ai cambiamenti
del proprio ambiente naturale ed evitare, così, il rischio di
estinzione. Ma la scottante questione dell’origine animale dell’uomo
non veniva affrontata.
Tuttavia, nel 1868 seguiva La variazione degli animali e delle piante
allo stato domestico e nel 1871 sarebbe uscita un’altra opera,
intitolata La discendenza dell’uomo e la selezione sessuale, in cui
Darwin indicava l’Africa quale culla dell’umanità, preconizzando
inoltre lo sterminio delle «razze selvagge della Terra» da parte delle
«razze umane civilizzate». Infine, l’ultimo lavoro notevole del
positivista inglese fu il libro su L’espressione delle emozioni
nell’uomo e negli animali, apparso nel 1872.
L’“agnostico” Darwin (amato da Karl Marx proprio perché aveva inferto a
Dio «un colpo mortale») poneva in tal modo le fondamenta per affrancare
dalla natura divina la nascita di tutte le creature viventi, proponendo
una tesi “casuale”, costituita dall’intervento di mutevoli condizioni
climatiche, di habitat e di relativi bisogni crescenti, i quali
avrebbero condizionato quelle specie viventi che si sarebbero
dimostrate capaci di mutare insieme a tali elementi e, quindi, di
vincere la lotta per la sopravvivenza.
L’oscuro naturalista di Down portava così a termine il compito che gli
era stato assegnato. Così infatti afferma il genetista Giuseppe
Sermonti, il più autorevole rappresentante internazionale
dell’antievoluzionismo scientifico e, in generale, della riflessione
critica sulla scienza moderna fin da quando, nel 1971, pubblicò per
l’editore Rusconi il saggio, davvero controcorrente, Il crepuscolo
dello scientismo.
Sermonti sostiene che alcuni personaggi avrebbero precedentemente
ingaggiato Darwin allo scopo di elaborare una teoria materialista
sull’origine della vita, assicurandogli notevole fama e un rapido
successo editoriale. Si sarebbe trattato d’individui che agivano per
conto di un fantomatico Club X, costituitosi ufficialmente a Londra nel
1864. Tale associazione pare fosse solita riunirsi prima dei meeting
della Royal Society per discutere gl’indirizzi politico-culturali e
mediatici che avrebbe dovuto imboccare la società britannica. La prima
edizione de L’origine delle specie si esaurì in un solo giorno , dopo
un iniziale scherno piuttosto generalizzato. In soli dieci anni Darwin
si aggiudicò il consenso dell’ortodossia scientifica del tempo. Il Club
X aveva insomma raggiunto il proprio obiettivo e mantenuto le promesse.
I turbamenti di un naturalista
Per secoli, o per millenni, nessuno aveva mai notato le “prove
schiaccianti” fornite da Darwin, anche se le aveva davanti agli occhi.
Poi, improvvisamente, tutte quelle “verità segrete” sono state
finalmente “esposte in evidenza” e dalla zolla sarebbero emerse le
risposte che da tempo si attendevano. Sono, cioè, venuti alla luce i
resti di una realtà ancestrale per troppo tempo occultata e rimossa
mentalmente.
Le prove su cui tali riletture della storia umana si fondano sono
peraltro alcuni resti fossili che costituirebbero gli anelli di
congiunzione di una catena virtuale, la quale condurrebbe in linea
retta dagli esemplari più primitivi del genere dei primati fino
all’uomo.
Vano il domandarsi perché – se tali teorie fossero realmente
attendibili – a parità di latitudine, condizioni climatiche e
ambientali, e via discorrendo, è possibile trovare “evoluti” esemplari
di homo sapiens sapiens accanto a babbuini e a scimpanzé, ma in
circolazione non s’incontra alcun “uomo di Neanderthal” o “di Cro
Magnon” o “di Steinheim”.
Com’è stato autorevolmente osservato, l’estrema rarità delle forme
intermedie, anche nella documentazione fossile, continua a rivestire
una sorta di “segreto di casta” della paleontologia. Inutile cercare la
ragione dell’estinzione degli esemplari delle fasi intermedie, ma più
che altro superfluo giacché l’incontestabilità del dogma darwinista è
contenuta in quei pochissimi resti fossili a cui si è fatto cenno.
Talmente rari da tormentare perfino lo stesso Darwin.
L’uomo-scimmia fai-da-te
Molto meno turbati appaiono, invece, i suoi più tardi epigoni ed
emulatori. Tutti presi dal contendersi a vicenda la palma
dell’ortodossia piuttosto che quella dell’originalità, producendo
semplici varianti sul tema, sfugge ai loro occhi la beffa dell’artista
(così come sfuggì quella delle teste di Amedeo Modigliani ad affermati
critici d’arte), giacché, se la principale occupazione è quella di
dividersi in mille rivoli, di fronte alla necessità di difendere il
contestato cardine dogmatico le truppe sparpagliate riacquistano la
monolitica compattezza d’una testudo romana.
D’altronde, come dubitare di fronte ad un eoanthropus Dawsoni, meglio
conosciuto come “uomo di Piltdown”, che deteneva tutte le
caratteristiche necessarie per rappresentare il classico caso da
manuale. Due crani con caratteri marcatamente primitivi, una mandibola
nettamente scimmiesca, un canino e un molare vennero portati in
superficie fra il 1909 e il 1915.
Nel frattempo, quell’“uomo” veniva valutato positivamente da alcuni
presunti specialisti e, pertanto, inserito come dato certo e acquisito
in numerose pubblicazioni di prestigio, quali per esempio la famosa
Enciclopedia Treccani che ne forniva ampie descrizioni. Purtroppo,
però, dopo quasi quarant’anni dal ritrovamento dei frammenti presso
l’omonima località del Sussex orientale, nel 1953 una commissione di
scienziati dimostrò che si trattava di una bufala clamorosa.
Se qualcuno fosse tentato di pensare a un errore di quest’ultima équipe
di studiosi ci ripensi: il falsario, infatti, ha già raccontato tutto e
la Treccani si è vista costretta a rettificare definitivamente alla
pagina 351 della terza appendice (1949-1960), spiegando come il famoso
reperto di Piltdown altro non fosse se non il «prodotto di una
mistificazione». Il cranio era, infatti, un fossile umano di epoca
neolitica (quindi relativamente recente); la mandibola apparteneva a un
giovane orango morto pochi anni prima, a cui erano stati limati i denti
per farli sembrare umani; anche il canino era stato limato, al fine di
applicarlo alla mandibola; e il pomello di articolazione (condilo) era
stato spezzato di fresco nell’intento di adattare la mandibola al
cranio. Il tutto era stato poi usurato artificialmente e colorato
chimicamente per simulare l’effetto del tempo.
I cannibali dagli occhi a mandorla
Un altro caso palese d’interpretazione abusiva è rappresentato dal
cosiddetto sinantropo od homo pekinensis. Unicamente per il fatto che
le rimanenze ossee di tale scimmia – fino ad allora totalmente ignota
agli zoologi – furono ritrovati insieme ai residui di utensili e di
focolari preistorici, si volle automaticamente dedurne che si trattasse
delle spoglie del loro artefice, ovvero di un essere umano, sebbene i
resti dello scheletro in questione si trovassero chiaramente mischiati
a quelli di animali da preda. Il cranio, inoltre, presentava le
medesime perforazioni osservate in casi analoghi, dove l’espediente si
era reso necessario allo scopo di prelevarne il gustoso cerebro. Così,
pur di non dover concludere la cosa più ovvia, cioè che il ritrovamento
altro non riguardava che una preda di uomini preistorici, gli
scienziati annunciarono che i cosiddetti homines pekinenses si erano
addirittura divorati a vicenda.
Da circa sei anni sull’autorevolissima Boston Review del Massachusetts
Institute of Technology (MIT) infuriava una polemica assolutamente
devastante per la dottrina darwinista quando improvvisamente, sul
numero del novembre 1999, la rivista National Geographic pubblicò con
enfasi la foto di una lastra minerale nella quale si vedeva impressa
l’immagine di un teropode pennuto. «È la prova che gli uccelli si sono
evoluti da questi antichi rettili», esultava troppo frettolosamente il
biologo Barry A. Palevitz nell’articolo di tono sensazionalistico che
accompagnava la presunta scoperta. Il rettile piumato ridava così
smalto alla logora teoria evoluzionista.
Il darwinismo, infatti, è talmente in declino oltreoceano che in
numerosi Stati dell’Unione nordamericana si è perfino chiesto e
ottenuto che il suo insegnamento venga soppresso dalle scuole o,
perlomeno, presentato come semplice ipotesi in alternativa ad altre, di
cui si deve dare notizia allo stesso modo. Per rendersi conto delle
enormi difficoltà che la “teoria della scimmia” sta attraversando in
ambiente scientifico, basta fare un rapido giro su Internet e
constatare di persona quanti siti ospitino tesi critiche, inserendo in
un qualunque motore di ricerca parole-chiave come “creazionismo”.
Finalmente scoperto l’‘uccellosauro’, dunque, il creazionismo sarebbe stato sconfitto definitivamente.
Acquisito il posto che gli spettava nello schema darwiniano di
discendenze, allo snodo evolutivo fra rettili e uccelli, il “nuovo”
animale è venne battezzato con un’altisonante denominazione latina,
come d’uopo: archaeoraptor liaoningensis. Di lì a poco, tuttavia, si
sarebbe amaramente appurato che il supposto fossile altro non era se
non l’ennesimo falso, composto da due differenti resti (di un uccello e
di un sauro) incollati assieme, con abilità asiatica, per opera dei
poverissimi contadini cinesi che vivono nella provincia di Liaoning, i
quali sfruttano e vendono sul mercato nero i fossili di un ricco
giacimento locale.
Il falso composto era stato offerto al titolare di un piccolo museo
privato nello Utah durante una fiera di trouvaille paleontologiche,
tenutasi nel febbraio del 1999 nello Stato dell’Arizona, presso la
città di Tucson.
Già in precedenza si era cercata questa tanto sospirata prova della
discendenza degli uccelli dai rettili preistorici. Del resto, la teoria
darwinista parlava chiaro: tutte le forme viventi della terra avevano
subito evoluzioni clamorose, adattandosi all’ambiente circostante. Da
qualche parte sarebbero quindi pur dovuti saltare fuori anche gli
elementi che confermavano la veridicità di quelle stravaganti idee.
Illusionismi e prestidigitazioni
In realtà, già nel lontano 1957, lo studioso nordamericano Douglas
Dewar nel libro The Transformist Illusion – pubblicato a Murfreesboro,
in Tennessee, dalle DeHoff Publications – osservò che tutta la teoria
sulla graduale evoluzione delle specie, facente capo a Darwin, si fonda
su di una madornale confusione tra “specie” e “subspecie”.
A suo avviso, le singole specie non soltanto sarebbero fra loro
separate da differenze abissali, ma non esisterebbero neppure forme che
accennino a una qualche possibile connessione tra i diversi ordini di
esseri viventi, come i pesci, i rettili, gli uccelli e i mammiferi. Non
era immaginabile nella maniera più assoluta che l’uno potesse essere
nato dall’altro. Anche il celebre fossile denominato archaeopteryx,
frequentemente addotto quale esempio di membro intermedio fra un
rettile e un uccello, è in realtà un autentico rappresentante di
quest’ultima categoria animale, nonostante alcune singolari
caratteristiche – come le unghie al termine delle ali, i denti nelle
mascelle e la lunga coda con le piume diramate – potessero
comprensibilmente a prima vista fuorviare.
Gli studiosi moderni più seri e scrupolosi, ormai, rigettano
completamente la tesi dell’evoluzione della specie, o si limitano a
mantenerla in maniera provvisoria esclusivamente quale mera “ipotesi di
lavoro”.
Le più recenti scoperte in materia di paleontologia, sedimentologia,
chimica, biologia molecolare e genetica hanno infatti smontato, pezzo
per pezzo, il castello di carta su cui si fondava l’evoluzionismo
darwinista.
Del resto, non solo tutte le forme animali conosciute avrebbero avuto
origine, quasi contemporaneamente, durante il periodo dell’“esplosione
cambriana”, ma le ricerche più recenti hanno dimostrato l’incredibile
complessità anche di quegli organismi che i vari Piero Angela si
ostinano a definire “semplici”.
Il molteplice dell'infinitamente piccolo
La microscopia elettronica ha, infatti, messo in risalto come i
processi che si svolgono all’interno dell’essere monocellulare siano di
una molteplicità inimmaginabile. Inoltre, come ebbe a riconoscere, già
nel 1977, perfino lo stesso professor Stephen Jay Gould, docente di
Geologia e Zoologia presso la prestigiosa Harvard University, nonché
darwinista eterodosso e marxista dichiarato, «le testimonianze fossili
non supportano in alcun modo il cambiamento graduale».
Sulla medesima linea, il geologo David Schindel, professore alla Yale
University, il quale, in un articolo apparso nel 1982 sulla rivista
Nature, rivelò che l’ipotizzata graduale «transizione dai presunti
antenati ai discendenti […] non esisteva».
In definitiva, si può affermare che – alla prova dei fatti – la teoria
darwiniana si è rivelata un semplice prodotto della propria epoca.
L’inglese vittoriano si sentiva intimamente superiore al resto del
mondo e il darwinismo sembrò fornire una sanzione scientifica a tale
convincimento.
La vicenda del Club X e il simultaneo sviluppo di un insidioso
“darwinismo sociale” sul piano filosofico-politico la dicono lunga
sulla reale valenza di quella “selezione naturale” contemplata
nell’evoluzionismo.
Una volta acquisita questa teoria da parte della comunità scientifica,
si è quindi imboccata una pericolosa via che gli attuali studiosi
temono però di abbandonare poiché, forse, ritengono che ciò
equivarrebbe, di fatto, a decretare un fallimento di cui potrebbe
risentire tutta la classe degli scienziati contemporanei.
Se così fosse, si tratterebbe di un fatto gravissimo, poiché darebbe
conto della debolezza – camuffata con l’arroganza – da cui la scienza è
affetta oggigiorno. Diversamente, si attendono spiegazioni plausibili
sul perché non si sia ancora avviato un dibattito serio e approfondito
anche in Italia, e per quale strana ragione ci si ostini a presentare
un semplice mito come verità acquisita.
Perché la teoria di Darwin altro non è che un mito, il quale – come
tutti i miti – tenta di soddisfare il bisogno di rispondere ad alcuni
dei quesiti fondamentali che, sin dalla notte dei tempi, tormentano
l’uomo: “chi siamo?”, “da dove veniamo?”. Davvero arduo appare il
fornire una spiegazione convincente con le sole armi della ragione;
schiere di filosofi ci hanno provato, fallendo ogni volta miseramente.
Charles Darwin fu uno di loro.
di Paolo Zanotto
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